• Claudio Landi

Partiamo dalla fine. Nella terza stagione di Loudermilk, comedy americana creata da Peter Farrelly nel 2017, tra i tanti nuovi personaggi introdotti qua e là (ma sempre al punto giusto), appare una certa “Lizzie Poole”. Ex musicista, cantautrice, con una carriera alle spalle stroncata proprio dallo stesso Sam Loudermilk (Ron Livingston), protagonista dello show, al tempo critico musicale abbastanza influente nel settore discografico.


Lizzie Poole esordisce come gestore di una piccola attività commerciale, utile solo a tenersi a galla. La sua vera passione resta la musica. Loudermilk, dall’altro lato, preso dai sensi di colpa, tenta un non facile riavvicinamento dopo essersi messo a rimuginare sull’errore commesso in passato.


Ma questo è parte del racconto, che per forza di cose dovrete godervi assistendo allo show. Uno dei tanti, all’interno di una serie tv confezionata bene, leggera, digeribile e sfacciata. Lizzie Poole è la ragione in più per guardare Loudermilk. Perché?


Lizzie, “Lissie” nella vita reale, è una cantautrice folk americana classe ‘82, dalla voce potente e chitarra non da meno. Eppure, il primo incontro con Lissie sul piccolo schermo non è avvenuto grazie a Loudermilk. Già dalla prima inquadratura ci si può rendere conto che “Lizzie” ha una faccia (e una voce) vagamente familiare. Sì, perché a Lissie piace imbracciare la sua chitarra e comparire nelle serie tv interpretando se stessa. Non era la prima volta, anzi! Con una rapida ricerca a ritroso, la sensazione di essersi già attraversati prende corpo, ed ecco una raggiante Lissie performare la sua “Wild West” nel 14° episodio della terza, straordinaria, stagione di Twin Peaks, "We Are Like the Dreamer".



Ecco, “Lissie è al di sopra di qualsiasi cosa abbia ascoltato da molto tempo. Roba incredibile, incredibile”, recita un tweet di David Lynch. Il poliedrico regista ha dato molto spazio alla musica live nella terza stagione di Twin Peaks, al punto da offrire spazio a diversi cantautori, più o meno celebri, di esibirsi alla Roadhouse sul tramonto di ciascun episodio (o quasi). Lissie è una di loro, scoperta dallo stesso Lynch su YouTube, grazie a una cover di Nothing Else Matters dei Metallica.



Torniamo a Loudermilk. Da tempo volevamo dedicare uno spazio per segnalare questa serie tv. Abbiamo preferito introdurla tramite la sua ciliegina sulla torta, perché queste interconnessioni creative ci piacciono e non ne avremo mai abbastanza, soprattutto quando in gioco ci sono belle serie tv, buona musica... e David Lynch!


Sam Loudermilk, dicevamo, è un ex critico musicale, di quelli duri e puri che non guardano in faccia a nessuno. Di quelli che non piacciono a nessuno. Un pasdaràn della buona musica. Con un passato da alcolizzato e tossicodipendente, in seguito a un incidente mortale in auto, è stato abbandonato dalla moglie e non gli resta che abbracciare il mondo degli alcolisti anonimi, diventando addirittura leader di un piccolo gruppo di recupero, attorno cui ruota l’intera serie tv.


Se “Lizzie” è la ragione in più per godersi Loudermilk, le altre non sono da meno: personaggi tutti azzeccati, che entrano ed escono in maniera intelligente e mai forzata; la delicatezza con cui si affrontano le fragilità umane in assenza (arrivando addirittura allo sbeffeggiamento) della retorica del politically correct. E “Stand on the horizon” dei Franz Ferdinand come sigla. Cos’altro chiedere?



Al momento si può accedere alla prima stagione su Amazon Prime. Purtroppo le altre due stagioni, pur essendo visibili, non sono riproducibili. Ecco cosa chiedere a gran voce. Anche perché Loudermilk è costruita così bene che una stagione tira l’altra (e ne sono state annunciate già ulteriori tre). Un vero peccato dover ricorrere a vie traverse per goderne fino alla fine, pur senza sottotitoli in italiano (Presenti su Amazon).



  • Rossana Novielli


A marzo RAPSO ha messo in scena la prima prova aperta di Habitans, che si è svolta al Circolo DEV di Bologna, riservata ai membri interni.


Habitans è un percorso di ricerca teatrale interdisciplinare nato all’interno di rapso lab e ideato da Lillo Morreale, compositore e polistrumentista, e Cristian Mezzo, performer artist. L’intenzione è stata quella di costruire una struttura aperta, mutevole, in cui poter giocare con i propri strumenti (strumenti musicali, corpo, elementi scenici). Argomenti già affrontati nella serie Folgorazioni a cura di Cristian Mezzo e Jacopo Stefani.


Fare dell’istinto un terreno fertile per far affiorare punti di incontro e soluzioni tra visioni che possano godere di un reciproco impatto.

Habitans porta in scena un atto performativo, tra musica e movimento, alla scoperta delle tensioni più ancestrali dei due performer; In scena i due artisti, infatti, creano un proprio linguaggio seguendosi con attenzione e assecondando l’urgenza di trovare connessioni più profonde e spontanee rispetto a una partitura “preparata.”


Gli elementi per creare sono il corpo, la luce, i suoni, i gesti ma è soprattutto l’ascolto a porre le condizioni affinché quel meccanismo naturale di scambio e comunicazione tra le parti prenda avvio ogni volta. Quello che Habitans si propone, infatti, è fare dell’istinto un terreno fertile per far affiorare punti di incontro e soluzioni tra visioni che possano godere di un reciproco impatto.


L’urgenza di trovare connessioni più profonde e spontanee rispetto a una partitura “preparata.”


Inside Habitans


Un palco in una scatola nera, luci verdi in un teatro essenziale, ultimi preparativi poi silenzio, si comincia. L’elemento principale della costruzione di questo lavoro è la sincera spontaneità con cui è stato costruito. Nella stanza dei giochi di Habitans, l’elemento principale del gioco è l’atto stesso del giocare. Non c’è uno scopo finale, né intenzione iniziale. Il gioco del teatro, della musica, dell’arte in generale (secondo il loro approccio) è un gioco serio, a cui bisogna giocare con estrema sincerità, onestà e trasporto. Non si vince e non si perde. Da questo nasce il concetto di Habitans, participio presente del verbo hăbĭto. “Abitanti”, questo sono gli artisti nelle loro esplorazioni, questo sono gli esseri umani nella loro esperienza vitale. Questo sono e questo fanno: sono abitanti di spazi, stati emotivi e relazioni.



“Abitanti”, questo sono gli artisti nelle loro esplorazioni, questo sono gli esseri umani nella loro esperienza vitale.

La casuale ma riuscita simbiosi raccoglie i tentativi soffocati di un uomo che sembra (ri) affacciarsi alla civiltà per poi essere richiamato al suo stato embrionale. La chitarra apre ed espone il corpo al suono, delle scosse lo innervano in un crescendo stridente di note. L’archetto va su e dalla coda dell’occhio l’ombra del braccio si stende in uno slancio per la fatica di emettere delle non-parole, dei fonemi. Sembra un canto, ora sospinto da una partitura melodica. Strizziamo gli occhi anche noi per scacciare l’ultima patina e cercare di guardare lucidamente. Seguono gesti lenti, di scoperta ma di un destino che sa di conosciuto. Le scarpe, la cravatta in un rituale che non ci è estraneo. Poi avviene qualcosa, c’è una maschera. Un altro rito? Una lotta? È sicuramente un richiamo, e vince sull’abito.


L’inevitabile momento in cui l’onda irrompe. Non sai quando arriverà ma sai quando è il momento.

Osservatori e attori, da entrambe le parti abbiamo vissuto uno stato di coscienza oscillato, tra un flusso trainante e degli istanti di riavvolgimento.

La metafora va dischiusa assecondando i moti del concerto aurorale, orchestrato con modulazioni strumentali, cambi ritmici e quelli che, in tempo rigorosamente improvvisato come quello di Habitans, sono parsi dei continui ritorni allo stato iniziale. Come in un moto ondoso: vari tentativi sondano, verso un crescendo che è anche una risoluzione, l’inevitabile momento in cui l’onda irrompe. Non sai quando arriverà ma sai quando è il momento.


Abitare lo spazio è un modo di stare al mondo, essere cioè in compresenza dentro di esso con se stessi e con gli altri. Se è vero che da oltre un anno facciamo più caso a quale spazio possiamo o dobbiamo vivere, il tempo per pensarci lo abbiamo in realtà da sempre. Habitans, che esplora il valore dell’abitare come pratica conoscitiva, rinnova dunque l’occasione e lo fa coi linguaggi più sinceri che la natura umana si è concessa, quelli artistici.


Ciò che vediamo è a tutti gli effetti una conversazione, tra chi ha il desiderio di sorprendersi in spazi mutevoli e in condizioni sempre in evoluzione. Non è chiaro chi per primo cominci davvero a parlare, si sa solo che le parole non si odono (o quasi).


Per maggiori informazioni sul progetto Habitans: rapsoaps@gmail.com




Il video è stato realizzato da Marina Fastoso con l’assistenza di Luca Ragucci. La maschera è opera di Claudio Landi.




plant n.5, 2011 (www.giacomocosta.com/)

Se hai una particolare fascinazione per le catastrofi, allora sei nel posto giusto (si fa per dire). Giacomo Costa, classe 1970, crea delle fotografie digitali dal sapore apocalittico che, per la loro potenza visiva, suscitano subito la domanda: “questo luogo esiste davvero?”. Di futuri prossimi, fantascienza e profezie: questi i temi di cui ho avuto il piacere di parlare durante una videochiamata Skype con l’artista. Con noi anche Elisa Marchetti, una mia cara amica che ha approfondito la conoscenza del lavoro di Costa attraverso la scrittura della tesi magistrale, nonché ponte tra noi due.


Il lavoro di Giacomo proietta il suo immaginario mentale in un surrealismo possibile, che assume le tinte di un rischio calcolato. È forse un caso che alcuni suoi lavori sembrino la premonizione di quello che poi sarebbe stato il nostro lockdown? Ho voluto saperne di più, non rinunciando a chiedergli anche della sua partecipazione al Padiglione Italia della Biennale d’Architettura, che apre proprio il 21 maggio.


Ilaria Faedda: Partiamo dalle “origini”. Il tuo lavoro si muove fluidamente tra due ambiti: la fotografia e l’architettura. Eppure, mi sembra che il tuo immaginario sia molto personale. In generale: pensi che chi ti guarda dovrebbe sapere qualcosa in particolare del tuo lavoro?


Giacomo Costa: Ti rispondo molto facilmente con un no. Anche se creo delle immagini totalmente costruite al computer, ho sempre sostenuto di essere un fotografo perché utilizzo il linguaggio della fotografia, che secondo me deve rimanere molto diretta. L’efficacia della velocità comunicativa è una caratteristica che ritengo primaria e penso che l’utilizzo di Instagram (che io non uso molto ma che è il social più amato dagli appassionati di fotografia) lo dimostri bene. Si sfogliano immagini a una velocità fotonica, per cui verrebbe meno la trasmissione se per ogni scatto ci si dovesse informare a priori. Mi piace pensare che la fotografia sia qualcosa che mia nonna guarda e dalla quale riceve un colpo al cuore senza avere gli strumenti per comprendere né l’arte contemporanea né la fotografia. Ovviamente poi si può sempre approfondire, scoprendo strati di lettura più profondi. Ciò che intendo è che l’importante è la presenza di un livello diretto, che è il primo aggancio, la sua lettura d’istinto. Ad esempio la domanda su dove siano questi posti mi viene fatta sempre, dalle immagini più surreali alle città disintegrate. Questo mi conferma il mio essere un fotografo, perché se si crede che quel posto esista vuol dire che si crede alla foto in sé. Poi chiaro che se ne parliamo io dico che quelli sono scatti della mia mente, sono paesaggi della mia immaginazione che attraverso il mio lavoro faccio vedere anche agli altri. Ma questo arriva sempre dopo. Se no sarebbe come un prestigiatore che mostra il trucco del gioco prima di farlo.



l’importante è la presenza di un livello diretto, che è il primo aggancio, la sua lettura d’istinto.

I: Attraverso le tue operazioni crei delle vere e proprie narrazioni visive. Se fossi, per gioco, uno scrittore chi saresti? Va bene ovviamente chiunque scriva storie quindi anche uno sceneggiatore, un regista, un poeta… A chi ti ispiri?


G: C’è tanta letteratura e tanto cinema che mi piace, ciò che mi ispira è molto vario. Però ti posso dire che sono particolarmente appassionato di Asimov e Philip K. Dick, anzi, sono persone che proprio invidio, vorrei essere loro. Asimov, ad esempio, grandissimo scrittore di fantascienza, è stato in grado di raccontare dei mondi incredibili con una capacità premonitoria straordinaria. In generale, entrambi hanno anticipato cose che stanno succedendo adesso, riuscendo a immaginarsi situazioni che poi sono accadute in maniera specifica. Poi sogno di lavorare con altre forme d’arte, ad esempio nel mondo cinema che amo tantissimo, anche se però è un linguaggio diverso dalla fotografia. Quindi vorrei essere Asimov o nel futuro fare un film.


Della fantascienza mi interessa proprio quella capacità profetica che aveva Asimov.

I: Quindi preferisci immaginare ciò che ancora non c’è, piuttosto che quello che esiste.


G: Quando cercano di “offendermi” mi dicono che faccio fantascienza, quando in realtà per me è un complimento. Della fantascienza mi interessa proprio quella capacità profetica che aveva Asimov. Non a caso, lui era un matematico e applicava del grandissimo rigore scientifico anche alle sue narrazioni. Infatti, la mia indicazione di riferimento non è il fantasy, quanto quella buona fantascienza che crea tutta una serie di presupposti che reggono la storia, senza deus ex machina. Tutto ciò può essere immaginato perché nel presente ci sono dei segnali che portano a ipotizzarlo. È un surrealismo possibile. Sembra un’idea strampalata ma non è così distante dal poter essere. Quella visione è profetica, ecco la fantascienza: futuro raccontato.


agglomerato n.1, 1996 (www.giacomocosta.com)

I: Parliamo della manipolazione digitale e delle tue architetture impossibili. Attraverso la moltiplicazione dilati gli spazi fino a farli diventare pervasivi, parossistici. Ci abita qualcuno dentro? L’estremo serve da contraltare per il vuoto? Raccontaci un po’ cosa significa per te il concetto di abitare.


G: Mi piace questo flusso altalenante tra ciò che sembra stia crescendo e ciò che sembra si stia sgretolando. Se la città è in costruzione probabilmente ci sono degli esseri viventi che la stanno costruendo, anche se in alcuni casi queste stesse città possono sembrare degli organismi biologici che si autoreggono. In verità non ho mai dato una lettura precisa. In questo primo caso, potrebbe essere che ci sia dell’attività, non importa se antropica o biologica. L’unica cosa certa è che l’essere umano non c’è mai. Infatti, inserire degli esseri umani, con un 3D che sembrasse vero, fino a poco tempo fa, era molto difficile. Questo senso di assenza visiva ma di presenza suggerita (ci sono delle tracce) dà anche l’idea che, viceversa, queste città – e mi riferisco alla serie delle Atmosfere – siano iperabitate. Abitate però da persone recluse e infatti guarda caso poi c’è stato il lockdown. La città è apparentemente vuota, ma al suo grado massimo di densità di popolazione, perché sono tutti chiusi dentro le proprie case. È questione quindi di iperconnessione, ovvero di una città che vive talmente reclusa da essere iperconnessa. O l’uomo si è estinto, o l’uomo ha abbandonato la città ma potrebbe tornare, oppure sono tutti chiusi in casa. Queste sono le tre ipotesi.


La città è apparentemente vuota, ma al suo grado massimo di densità di popolazione, perché sono tutti chiusi dentro le proprie case.

I: Quindi hai fatto fantascienza del possibile, sei stato profetico.


G: La capacità di intuire e di immaginare come andrà a finire nasce dalla sensibilità di cogliere dei segnali. Bisogna essere attenti, e questa è una dote non degli artisti ma di tutte le persone che osservano, che sono lucide. Io sono abbastanza lucido e mi accorgo di tante cose, quindi non è strano che faccia delle riflessioni che poi si manifestano davvero. Chiaro che poi non ho detto specificamente che ci sarebbe stata una pandemia, ma penso che il mondo possa andare in rovina proprio per la stupidità dell’essere umano. Le conseguenze del mondo sovraffollato e della sua fragilità sono quelle che stiamo vivendo anche noi.



fluid n.2, 2017 (www.giacomocosta.com)

I: Andiamo nel futuro prossimo. La tua presenza alla Biennale d’Architettura sarà significativa. Ci vuoi svelare qualcosa?


G: Devo dire che la pandemia non ha risparmiato nessuno, perché anche questo evento è stato spostato di un anno. La Biennale è sempre stata una macchina iperseria, con grandi eccellenze e una comunicazione ufficialissima e fiscale. Questa è la terza volta che partecipo, ma quest’anno, complici i problemi del covid, c’è stata più difficoltà. Il Padiglione sarà molto interessante e strano per una Biennale d’architettura perché sarà incentrato sulla cultura, piuttosto che sull’architettura. L’idea è che l’architettura sia come un’infrastruttura dei saperi. Anzi, la cultura è essa stessa architettura, ne è la base:


l’arte, la musica, il cinema, la filosofia e la scienza sono forme di architettura.

Il curatore, Alessandro Melis, ha nominato dei sottocuratori che si sono occupati delle sottosezioni che vanno a comporre un mosaico, una città virtuale. Il tema è la Comunità Resiliente ed è incredibilmente profetico – perché sembra fatto post-covid ma in realtà è pre-covid – e dà proprio l’idea di una società che ha bisogno di essere resiliente perché vessata continuamente da delle difficoltà: dal cambio climatico, alle catastrofi. Questo impone di reinventarsi per crescere e non per sopravvivere. È un’idea molto cyberpunk e noi siamo chiamati a rispondere in maniera resiliente per trasformare la città in un nuovo organismo. In questo contesto, mi è stato chiesto di fare 4 immagini (+ 1) che rappresentano i 4 elementi nell’accezione catastrofica. Quindi l’acqua significa allagamento, l’aria tempesta, terra siccità e aridità e fuoco come incendio. Io ho fatto questi quattro scenari alla mia maniera, che rappresentano quell’idea di società che si sta complicando la vita e dalla quale ci si deve allontanare in maniera positiva.