• Rossana Novielli

Nei social, sono sempre di più gli artisti che collegano il proprio lavoro alle definizioni di #extendeddrawing, #expandeddrawing e #spatialdrawing, lasciando immaginare un tratto che sfora il margine razionale del foglio di carta e s'insinua tra le superfici e il vuoto.


Un disegno che è fisicamente nello spazio è sempre una scultura

Se siete capitati tra gli ultimi due articoli di “Tracciati”, avrete già familiarità con la naturale aspirazione del disegno a guadagnare spazio e a trasformarsi quando si pensa diverso. L'ambientarsi del tratto grazie ad altri mezzi e materiali è la rimediazione di cui parla Birte Bosse a proposito delle sue linee. “Un disegno che è fisicamente nello spazio è sempre una scultura”, ci dice l’artista berlinese scoperta proprio su Instagram, aggiungendo che per lei ciò che conta è lo stato di continuo scambio e reinterpretazione tra il mondo disegnato di storie surreali e la loro astrazione in fili di metallo. Ma in quanti modi diversi possiamo essere nello spazio?


Una possibilità è quella offerta da un giovane Matthew Barney, quando nel 1987 inizia la prima delle serie Drawing Restraint tuttora in corso: stretto in un’imbracatura nel raggio d’azione di una stanza, spinge e tende il corpo in punti non facilmente raggiungibili ed è lì che lascia gli strascichi del suo passaggio, dei segni, le “più piccole componenti del disegno”. L’artista statunitense, noto per le sue esondazioni tra videoarte e cinema sperimentale, filma questi tentativi che impongono al corpo di superarsi nel contrastare la gravità e la rigidità corporea auto-imposte. In queste pièces di resistenza, machismo e masochismo, l’impegno fisico e mentale contempla lo sforzo stesso come momento artistico. Quello di Barney è un agire performativo con un’ottica spaziale, un #drawinginspace fatto dall’atleta che, come lui stesso afferma, è artista perché entrambi lavorano per spingersi oltre mete già raggiunte.


Matthew Barney


Da tempo l’arte aveva inaugurato queste procedure spaziali con alcuni episodi. Tra questi ricordiamo i light drawings di Pablo Picasso, che ha fatto della sintesi grafica il suo marchio di fabbrica, e gli ambienti spaziali di Lucio Fontana, la cui corrente è, per l’appunto, lo Spazialismo.


Manifesto Spaziale

I primi sono nati dall’incontro nel 1949 col fotografo albanese naturalizzato statunitense Gjon Mili che, aumentando il tempo di esposizione, riusciva a registrare l’intera traccia della fonte luminosa mossa dai suoi soggetti e con un colpo di flash elettronico a catturarne la posa. Tra questi scatti ci sono violinisti, pattinatrici e casalinghe ritratte avvolte dai loro percorsi, anticipati nel 1935 solo dalla serie di autoscatti che Man Ray intitola Space Writings. Col nome Spazialismo, invece, si identificano nel 1946 gli artisti che lavorano ad un’arte che sia la “somma di elementi fisici, colore, suono, movimento, tempo, spazio” concepita come “un’unità fisico-psichica”, ovvero un’arte che una volta scissa nelle sue componenti immateriali possa essere restituita in forma tangibile. È così che il caposcuola Lucio Fontana proietta sotto il soffitto dello scalone della IX Triennale di Milano un arabesco luminoso di tubi al neon piegati a mano, con un effetto che parrebbe cristallizzare i disegni luminosi catturati dall’obiettivo fotografico di Mili e Ray. Successivamente, si cimenta in una corsività del segno su un supporto di carta telata che sfocerà nell’eclatante e poi icononico gesto-concetto del taglio, un segno tradotto in azione.



Le più recenti opere al neon di Cerith Wyn Evans sembrano raccogliere queste ricerche. Nello spazio milanese del Pirelli HangarBicocca, lavori come Radiant Fold (…the Illuminating Gas), Neon Forms (after Noh) e Forms in Space…by Light (in Time) riprogettano in trasposizioni tridimensionali sospese delle formule quantistiche, dei motivi Duchampiani e il repertorio di gesti del tradizionale Teatro Noh giapponese. L’artista gallese, che esordiva negli anni ‘80 come filmaker, intende le immagini come un fenomeno cinematico e dai vari momenti della cultura visiva estrapola i movimenti modulari riscrivendoli sotto forma di disegni e traiettorie simboliche.


Cerith Wyn Evans, The illuminating gas
Il tempo potrebbe davvero essere fermato. La trama potrebbe essere mantenuta nonostante l’improvviso movimento violento. – Gjon Mili

Ne deduciamo che la luce, nella sua apparente inconsistenza, si presta particolarmente a rimodulare il segno e a renderlo malleabile, luminoso o solido, anche tutto in una volta. A calcare la corporeità e a tradurla in materia ci hanno pensato i Minimalisti, il cui disegno, tridimensionale ma anche privo della traccia umana che lo aveva creato, lascia nuda la possibilità di capire quali rapporti quelle sembianze grafiche e industriali costruiscono con lo spazio e con noi dentro di esso. Talvolta l’aspirazione ad espandersi ha fatto sì che i luoghi diventassero quelli vasti ed estesi della natura e del paesaggio raccontati dalla Land Art. Così, anche nelle distanze di Walter De Maria, quelle abbozzate su un foglio, tracciate temporaneamente nel deserto o concettualizzate in sculture, si distingue una matrice grafica. Percorrendole godiamo di un’esperienza sensoriale in cui l’esecuzione pulita, la traccia precisa e la chiarezza estetica ci ricordano il gioco altrettanto nitido del design, nella costante rigenerazione di forme, geometrie e pattern. Un intento simile, in una forma ludica e dinamica, lo ricerca Alexander Calder nei mobiles. Le sue sculture aperte e generative descrivono con estrema leggerezza dei disegni nell’aria: sottili curve nere, sagome di colori primari o fili di ferro eludono l’equilibrio solitamente pensato per una scultura. Ma si sa, l’arte ama dilettarsi e dilettare con giochi di richiami ed infatti gli acrobati e i corpi celesti calderiani potrebbero avere un ruolo nelle storie fantasmagoriche dipinte da Joan Miró, la cui arte aveva l’accezione, per il segno grafico e rarefatto, di antipittura.



Nella conquista dello spazio, il disegno dialoga anche col contesto urbano e sociale, fatto di architetture e convenzioni. A pensarci bene, esiste già un disegno detto architettonico e le statistiche che ci spiegano come viviamo si servono ampiamente del linguaggio grafico.

Guardando i lavori di Yusuke Kamata siamo di fronte a linee spezzate di alluminio che, nella serie D Structures, ripercorrono la trasformazione dell’architettura giapponese attraverso la storia sociale e militare: dalla caratteristica ortogonalità alla sua distruzione.



Queste proiezioni di alzati architettonici si riformulano nelle D Frames con cui l’artista riflette sulla natura della cornice in quanto elemento che definisce un quadro. Disattendendo la possibilità di contenere un’immagine, fa sì che la cornice stessa diventi una figura apprezzabile da più prospettive, distorte e con angoli irregolari come nel cubismo e nell’anamorfismo. Ci guidano nel ripensamento delle condizioni percettive e cognitive anche i lavori iper-minimali di Anna-Maria Bogner, mentre ad avvolgerci in una nuova consapevolezza ci sono le immense tele di Julie Mehretu. L’artista etiope stratifica i cambiamenti socio-politici che fanno dell’urbanesimo contemporaneo un luogo di velocità e dispersione. Tratti aereografati, vettori e simboli si accumulano su griglie urbanistiche, mappe e diagrammi architettonici materializzando l’aura delle città del XXI secolo.


Voglio portare il disegno nel tempo e nello spazio. – Julie Mehretu

Julie Mehretu, Black City, 2005

Ormai da tempo condividiamo lo spazio con un’arte che naviga e si installa oltre ciò che la confina e la contiene. Che sia una scultura, un’azione, un dipinto o un’installazione, l’esperienza e il lavoro di questi artisti sembra voler rilanciare la nostra prospettiva, il nostro punto di vista sulle cose e sugli spazi da cui deriva la lettura che facciamo della realtà. Perché, se elaboriamo il disegno in uno spazio più ampio e che ci ingloba già in partenza, significa che stiamo adottando un approccio che ci vede non solo pensanti ma anche pensati. Siamo soggetto e oggetto del nostro fare. La tensione spaziale, estesa ed espansa, del moderno stare al mondo è un indizio del nostro potenziale.

  • Claudio Landi

Partiamo dalla fine. Nella terza stagione di Loudermilk, comedy americana creata da Peter Farrelly nel 2017, tra i tanti nuovi personaggi introdotti qua e là (ma sempre al punto giusto), appare una certa “Lizzie Poole”. Ex musicista, cantautrice, con una carriera alle spalle stroncata proprio dallo stesso Sam Loudermilk (Ron Livingston), protagonista dello show, al tempo critico musicale abbastanza influente nel settore discografico.


Lizzie Poole esordisce come gestore di una piccola attività commerciale, utile solo a tenersi a galla. La sua vera passione resta la musica. Loudermilk, dall’altro lato, preso dai sensi di colpa, tenta un non facile riavvicinamento dopo essersi messo a rimuginare sull’errore commesso in passato.


Ma questo è parte del racconto, che per forza di cose dovrete godervi assistendo allo show. Uno dei tanti, all’interno di una serie tv confezionata bene, leggera, digeribile e sfacciata. Lizzie Poole è la ragione in più per guardare Loudermilk. Perché?


Lizzie, “Lissie” nella vita reale, è una cantautrice folk americana classe ‘82, dalla voce potente e chitarra non da meno. Eppure, il primo incontro con Lissie sul piccolo schermo non è avvenuto grazie a Loudermilk. Già dalla prima inquadratura ci si può rendere conto che “Lizzie” ha una faccia (e una voce) vagamente familiare. Sì, perché a Lissie piace imbracciare la sua chitarra e comparire nelle serie tv interpretando se stessa. Non era la prima volta, anzi! Con una rapida ricerca a ritroso, la sensazione di essersi già attraversati prende corpo, ed ecco una raggiante Lissie performare la sua “Wild West” nel 14° episodio della terza, straordinaria, stagione di Twin Peaks, "We Are Like the Dreamer".



Ecco, “Lissie è al di sopra di qualsiasi cosa abbia ascoltato da molto tempo. Roba incredibile, incredibile”, recita un tweet di David Lynch. Il poliedrico regista ha dato molto spazio alla musica live nella terza stagione di Twin Peaks, al punto da offrire spazio a diversi cantautori, più o meno celebri, di esibirsi alla Roadhouse sul tramonto di ciascun episodio (o quasi). Lissie è una di loro, scoperta dallo stesso Lynch su YouTube, grazie a una cover di Nothing Else Matters dei Metallica.



Torniamo a Loudermilk. Da tempo volevamo dedicare uno spazio per segnalare questa serie tv. Abbiamo preferito introdurla tramite la sua ciliegina sulla torta, perché queste interconnessioni creative ci piacciono e non ne avremo mai abbastanza, soprattutto quando in gioco ci sono belle serie tv, buona musica... e David Lynch!


Sam Loudermilk, dicevamo, è un ex critico musicale, di quelli duri e puri che non guardano in faccia a nessuno. Di quelli che non piacciono a nessuno. Un pasdaràn della buona musica. Con un passato da alcolizzato e tossicodipendente, in seguito a un incidente mortale in auto, è stato abbandonato dalla moglie e non gli resta che abbracciare il mondo degli alcolisti anonimi, diventando addirittura leader di un piccolo gruppo di recupero, attorno cui ruota l’intera serie tv.


Se “Lizzie” è la ragione in più per godersi Loudermilk, le altre non sono da meno: personaggi tutti azzeccati, che entrano ed escono in maniera intelligente e mai forzata; la delicatezza con cui si affrontano le fragilità umane in assenza (arrivando addirittura allo sbeffeggiamento) della retorica del politically correct. E “Stand on the horizon” dei Franz Ferdinand come sigla. Cos’altro chiedere?



Al momento si può accedere alla prima stagione su Amazon Prime. Purtroppo le altre due stagioni, pur essendo visibili, non sono riproducibili. Ecco cosa chiedere a gran voce. Anche perché Loudermilk è costruita così bene che una stagione tira l’altra (e ne sono state annunciate già ulteriori tre). Un vero peccato dover ricorrere a vie traverse per goderne fino alla fine, pur senza sottotitoli in italiano (Presenti su Amazon).



  • Rossana Novielli


A marzo RAPSO ha messo in scena la prima prova aperta di Habitans, che si è svolta al Circolo DEV di Bologna, riservata ai membri interni.


Habitans è un percorso di ricerca teatrale interdisciplinare nato all’interno di rapso lab e ideato da Lillo Morreale, compositore e polistrumentista, e Cristian Mezzo, performer artist. L’intenzione è stata quella di costruire una struttura aperta, mutevole, in cui poter giocare con i propri strumenti (strumenti musicali, corpo, elementi scenici). Argomenti già affrontati nella serie Folgorazioni a cura di Cristian Mezzo e Jacopo Stefani.


Fare dell’istinto un terreno fertile per far affiorare punti di incontro e soluzioni tra visioni che possano godere di un reciproco impatto.

Habitans porta in scena un atto performativo, tra musica e movimento, alla scoperta delle tensioni più ancestrali dei due performer; In scena i due artisti, infatti, creano un proprio linguaggio seguendosi con attenzione e assecondando l’urgenza di trovare connessioni più profonde e spontanee rispetto a una partitura “preparata.”


Gli elementi per creare sono il corpo, la luce, i suoni, i gesti ma è soprattutto l’ascolto a porre le condizioni affinché quel meccanismo naturale di scambio e comunicazione tra le parti prenda avvio ogni volta. Quello che Habitans si propone, infatti, è fare dell’istinto un terreno fertile per far affiorare punti di incontro e soluzioni tra visioni che possano godere di un reciproco impatto.


L’urgenza di trovare connessioni più profonde e spontanee rispetto a una partitura “preparata.”


Inside Habitans


Un palco in una scatola nera, luci verdi in un teatro essenziale, ultimi preparativi poi silenzio, si comincia. L’elemento principale della costruzione di questo lavoro è la sincera spontaneità con cui è stato costruito. Nella stanza dei giochi di Habitans, l’elemento principale del gioco è l’atto stesso del giocare. Non c’è uno scopo finale, né intenzione iniziale. Il gioco del teatro, della musica, dell’arte in generale (secondo il loro approccio) è un gioco serio, a cui bisogna giocare con estrema sincerità, onestà e trasporto. Non si vince e non si perde. Da questo nasce il concetto di Habitans, participio presente del verbo hăbĭto. “Abitanti”, questo sono gli artisti nelle loro esplorazioni, questo sono gli esseri umani nella loro esperienza vitale. Questo sono e questo fanno: sono abitanti di spazi, stati emotivi e relazioni.



“Abitanti”, questo sono gli artisti nelle loro esplorazioni, questo sono gli esseri umani nella loro esperienza vitale.

La casuale ma riuscita simbiosi raccoglie i tentativi soffocati di un uomo che sembra (ri) affacciarsi alla civiltà per poi essere richiamato al suo stato embrionale. La chitarra apre ed espone il corpo al suono, delle scosse lo innervano in un crescendo stridente di note. L’archetto va su e dalla coda dell’occhio l’ombra del braccio si stende in uno slancio per la fatica di emettere delle non-parole, dei fonemi. Sembra un canto, ora sospinto da una partitura melodica. Strizziamo gli occhi anche noi per scacciare l’ultima patina e cercare di guardare lucidamente. Seguono gesti lenti, di scoperta ma di un destino che sa di conosciuto. Le scarpe, la cravatta in un rituale che non ci è estraneo. Poi avviene qualcosa, c’è una maschera. Un altro rito? Una lotta? È sicuramente un richiamo, e vince sull’abito.


L’inevitabile momento in cui l’onda irrompe. Non sai quando arriverà ma sai quando è il momento.

Osservatori e attori, da entrambe le parti abbiamo vissuto uno stato di coscienza oscillato, tra un flusso trainante e degli istanti di riavvolgimento.

La metafora va dischiusa assecondando i moti del concerto aurorale, orchestrato con modulazioni strumentali, cambi ritmici e quelli che, in tempo rigorosamente improvvisato come quello di Habitans, sono parsi dei continui ritorni allo stato iniziale. Come in un moto ondoso: vari tentativi sondano, verso un crescendo che è anche una risoluzione, l’inevitabile momento in cui l’onda irrompe. Non sai quando arriverà ma sai quando è il momento.


Abitare lo spazio è un modo di stare al mondo, essere cioè in compresenza dentro di esso con se stessi e con gli altri. Se è vero che da oltre un anno facciamo più caso a quale spazio possiamo o dobbiamo vivere, il tempo per pensarci lo abbiamo in realtà da sempre. Habitans, che esplora il valore dell’abitare come pratica conoscitiva, rinnova dunque l’occasione e lo fa coi linguaggi più sinceri che la natura umana si è concessa, quelli artistici.


Ciò che vediamo è a tutti gli effetti una conversazione, tra chi ha il desiderio di sorprendersi in spazi mutevoli e in condizioni sempre in evoluzione. Non è chiaro chi per primo cominci davvero a parlare, si sa solo che le parole non si odono (o quasi).


Per maggiori informazioni sul progetto Habitans: rapsoaps@gmail.com




Il video è stato realizzato da Marina Fastoso con l’assistenza di Luca Ragucci. La maschera è opera di Claudio Landi.