Ora che siamo in aria di zona gialla e di riapertura estiva in sicurezza fa strano pensare a come, per un altro anno, il Covid-19 abbia influenzato le nostre vite e la nostra capacità di immaginare un futuro possibile. Ora che si potrà tornare a vivere un po’ di sana e necessaria normalità è bene ricordarsi di quei pochi, ma importanti e limitatissimi istanti che ci hanno aiutato ad andare avanti, a trovare ogni giorno - nella segreta e invisibile autolettura esistenziale a cui questa pandemia mondiale ci ha obbligati - qualcosa di perturbante e incisivo che potesse farci andare avanti, un piede e un pensiero alla volta.


Tra questi momenti di trascurabile felicità c’è sicuramente QUESTA MOSTRA POTREBBE ESSERE RIMANDATA dell’artista e poeta di strada Mister Caos alla galleria Visioni Altre.

La personale, a cura di Adolfina De Stefani e Mariano Bellarosa - con la redazione di Valentina Di Cataldo, ha avuto luogo a Venezia dal 6 al 28 febbraio 2021 dopo un lungo periodo di incertezza e di proroghe.

Tra i pochissimi appuntamenti concessi e contingentati di questo secondo inverno di lockdown, QUESTA MOSTRA POTREBBE ESSERE RIMANDATA ha portato nella sede dell’Associazione di Campo del Ghetto Novo tantissimi interessati e curiosi che hanno avuto modo di vedere da vicino le opere di Mister Caos, poeta di strada e artista - come si legge nel comunicato stampa della mostra - capace di “rompere e ricomporre i confini dei linguaggi artistici codificati, decostruendo le pratiche di scrittura, poesia di strada e site specific.” Un'occasione speciale in un tempo particolare!

Per capire meglio la poetica dell’artista, le modalità di installazione e di allestimento e il lavoro certosino di curatela e critica, ho posto alcune domande proprio a Mister Caos e Valentina Di Cataldo, redattrice della personale.


1) FDA: Per conoscerti meglio: nasci in strada e lì operi, sei sui muri di tutto il mondo (Dublino, Londra, Sarajevo e Haiti). Quanto è importante per te lo spazio in cui produci le tue opere? Come ti influenza?

MISTER CAOS: Nel corso degli anni sono arrivato alla conclusione che lo spazio urbano in cui solitamente intervengo sia già di suo il 50% dell’opera. È imprescindibile nell’elaborazione di un lavoro di arte pubblica come il mio e, soprattutto per me, è impossibile non venirne influenzato. O meglio, io voglio farmi influenzare. Voglio che la gente si senta parte di quello che sto facendo. Ho in un certo senso bisogno di loro per fare quello che (non) ho in testa. Cerco colori, rumori, suoni, parole, un po’ di tutto dentro tanti elementi. Un fritto misto di spazio urbano.

Credo che se si vuole fare arte in strada e poesia pubblica nel 2021 ci si debba inserire in punta di piedi negli equilibri della città, dei quartieri e delle dinamiche sociali dei contesti in cui ci si trova. Bisogna respirare in sintonia con chi vive i luoghi (non solo in senso residenziale), ascoltarli, elaborare pensieri e produrre dialettica. Può sembrare un compromesso artistico, forse lo è, o forse è solo in modo di far vivere, crescere e far radicare idee e storie.


Inserirsi in punta di piedi negli equilibri della città, dei quartieri e delle dinamiche sociali dei contesti in cui ci si trova. Bisogna respirare in sintonia con chi vive i luoghi

Non ci si può limitare a trattare le città come delle tele qualsiasi o come fossero musei a cielo aperto, riproducendo pari pari, o in scala più grande, quello che altrimenti si farebbe su fogli o quadri. Le città non hanno bisogno di bei disegni vuoti di senso spacciati per rigenerazione urbana: questo è letteralmente nascondere la polvere sotto il tappeto. La rigenerazione urbana deve passare necessariamente da una rigenerazione sociale e quindi deve farsi attraverso le persone. Non basta fare un bel murales per dire di aver salvato una periferia (vedi tutti i casi di gentrification e di situazioni-limite come Tor Marancia, a Roma, dove i residenti si sono rivoltati contro il sistema che si è venuto a creare). Siamo bombardati tutti i giorni di immagini, parole e video provenienti da qualunque piattaforma e la maggior parte delle informazioni sono monologhi, sentenze, opinioni senza possibilità di contraddittorio. Migliaia di verità assolute al secondo. Abbiamo davvero bisogno di altri stimoli del genere anche per le strade?



2) FDA: Il titolo della personale mette subito in luce un dato di fatto: la mostra ha seguito, in maniera convulsa, la sinusoide pandemica. Quanto ha influito il particolare periodo storico che stiamo vivendo sul progetto espositivo? In che modo? Raccontatecelo!

MISTER CAOS: Questa mostra ha avuto (almeno) tre titoli ufficiali: uno per ogni volta che abbiamo provato a inaugurarla. All’ultimo tentativo eravamo così estenuati e incerti di poterla fare davvero che l’unica soluzione era giocare con l’ironia. In coerenza con il periodo accidentato, la locandina contiene una cancellatura e una correzione in bella vista, proprio per smascherare il meccanismo e alleggerirlo un po’. Il nome è stato letteralmente un talismano, un cornino scaccia-sfiga.

Tra l’altro il nome ha decisamente contribuito a infittire la confusione di questa esperienza, che sul piano della ricerca artistica è stata per me una delle sensazioni più strane mai provate. Sono abituato ad “essere pubblico” in strada nel momento stesso in cui stacco il pennello dal muro, spesso anche prima. Le persone guardano e vivono il work in progress dei miei lavori, mi interrompono, fanno domande, commenti e in qualche modo il lavoro si arricchisce di sensazioni in corso d’opera.

Una mostra ha necessariamente bisogno di uno scarto relazionale, quindi per me è già strano in partenza pensarmi in un contesto “al chiuso”. In questo caso, poi, è stato ancora più straniante, dato che quando siamo approdati a Venezia le opere erano pronte da mesi e ai miei occhi erano già “vecchie” di un anno, quasi fuori tempo massimo. Prima dell’inaugurazione ero consapevole che la ricerca e la sperimentazione erano andate ben oltre il punto in cui si fermava la mostra. Questo è stato uno stimolo a tornare indietro e riconsiderare il senso generale del lavoro. Rielaborare i concept con Valentina di Cataldo mi ha portato a riaprire idee che pensavo archiviate e a trovare nuove chiavi di lettura.


Alcune opere sono cambiate molto tra la prima e l’ultima versione. Alla prova dei fatti, forse quel tempo sospeso era in qualche modo necessario.

VALENTINA DI CATALDO: A prescindere dal tipo di linguaggio, quando pensi un’opera, la immagini in un contesto e in un momento specifici, ma non è detto che mantenga la sua forza anche altrove. Essere costretti a rilavorare i concept a distanza di mesi e per un contesto totalmente nuovo, ci ha forzato a ripensare quelle stesse opere su una scala dilatata, decisamente al di là dell’immediato. L’attesa forzata ci è servita per sedimentare meglio quello che doveva rimanere e setacciare via il superfluo. Alcune opere sono cambiate anche molto tra la prima e l’ultima versione. Alla prova dei fatti, forse quel tempo sospeso era in qualche modo necessario.

3) FDA: Da un punto di vista curatoriale: Mister Caos è un animo creativo eclettico e multidisciplinare: poeta di strada, artista site specific, autore di opere di comunità. Come hai affrontato queste molte sfaccettature nel tuo lavoro di resa critica delle opere che costituiscono QUESTA MOSTRA POTREBBE ESSERE RIMANDATA?

VALENTINA DI CATALDO: Caos è molte cose diverse e difficili da incasellare, e in questo ci somigliamo. Nella mostra sono confluiti tutti gli aspetti di Caos di cui parli sopra, ma in modo nuovo, inedito, obliquo, più amalgamato e completo.

Nei mesi di preparazione, mentre idee e progetti crescevano e mutavano forma, Caos stesso ha cambiato la sua pelle artistica nella sperimentazione, lasciandosi indietro quello che ormai era da superare e trovando una narrazione di sé inaspettata. Trattandosi di un territorio sconosciuto anche per lui, giocoforza i mezzi espressivi scelti (e le opere che ne sono derivate) sono molto diversi dal solito, ma le intenzioni sottese non sono cambiate nemmeno qui: anche in opere cartacee, di piccole dimensioni, indoor, Caos è rimasto, più che mai, se stesso.

Aveva solo bisogno di scoprirlo.

Il mio lavoro è stato innanzitutto quello di fargli da specchio, ascoltare le linee di ricerca verso cui si proiettava, fargli le domande scomode al momento giusto, metterlo alla prova, insomma. Lui si diverte a dire che io sbobino i suoi deliri a ruota libera e in parte ha ragione. Dal mio punto di vista, mi pare si possa definire come un continuo, faticoso, interessante lavoro di ritraduzione per far emergere quello che già c’era ma rimaneva a un livello implicito o confuso.


un continuo, faticoso, interessante lavoro di ritraduzione per far emergere quello che già c’era ma rimaneva a un livello implicito o confuso.


Facciamo ora un viaggio virtuale all’interno della galleria attraverso le ultime tre domande interamente dedicate alle opere in mostra:

4) Tornando alla mostra: dal site-specific allo spazio chiuso della galleria Visione Altre a Venezia (vedi l'opera 45°24’24.6″N 09°16’02.03″E (VIAVAI) e il leporello DIARIO di 45°24'24.6"N 9°16'02.3" E esposto). Raccontaci pro e contro.

MISTER CAOS e VALENTINA DI CATALDO: VIAVAI nasce per stare lì dov’è, enorme e fruibile da nessuno se non dagli abitanti del quartiere. Il Leporello è l’esperienza sviscerata, analizzata e storicizzata, un diario di bordo, la visione interna. È come se fossero allo stesso tempo la stessa opera e due differenti. O meglio ancora la stessa opera divisa in due, sviluppata in modi diversi. L’aspetto interessante è che siamo riusciti a portare un’opera di urban art di 11.248 mq in uno spazio di poco meno di 11mq senza snaturarne l’anima. La poesia più grande al mondo nello spazio espositivo più piccolo di Venezia. Non solo siamo riusciti nell’intento iniziale, ma l’opera ha assunto un ulteriore livello di significato e un rilancio di lettura. In questo passaggio, il lavoro ha sicuramente acquistato ricchezza di senso, anche oltre le aspettative iniziali.



5) In RITAGLI DI TEMPO, proprio come scrive Valentina di Cataldo, "rimetti insieme i pezzi". L'arte e la poesia, ora più che mai, possono aiutarci a trovare un equilibrio nonostante l'incertezza costante in cui siamo costretti a vivere: come rileggi quest'opera di "ricostruzione e ri-narrazione" in relazione al periodo di emergenza che stiamo attraversando?

MISTER CAOS: L’emergenza sanitaria mi ha obbligato a fermarmi, a restare con un unico pezzo di me da dividere in 40 mq e mi ha fatto capire che le mie fondamenta avevano bisogno di una ristrutturata. I testi di Ritagli di tempo nascono proprio un anno fa, a lockdown appena iniziato, figli di stralci di frasi e di appunti che ho scritto nel corso degli anni per parlare di me a me stesso. Fogli sparsi e riordinati per raccontarmi parti del mio passato (sì, gli psicologi costano troppo). Questa cosa ha contribuito a creare una nuova base da cui ripartire, una consapevolezza nuova a rinsaldare l’armatura delle mie fondamenta.



Mai come in questo caso, l’obliquo è l’unica cifra possibile per veicolare un messaggio diretto, potente, quasi ovvio.

6) Parlando della serie “Dizionario d’Amore Monocromatico” (DAM) scrivi: "è un progetto di ricerca sperimentale sul concetto di (in)comunicabilità." Che tipo di approccio hai utilizzato per raccontare, dal tuo punto di vista critico, queste opere impercettibili, sfumate e quasi evanescenti?

VALENTINA DI CATALDO: Il lavoro con Caos è sempre un lavoro di rilancio dialettico. Per me non si tratta quasi mai di guardare delle opere già concluse e di interpretarle ex-post, quanto piuttosto di contribuire passo per passo al processo di costruzione di senso dell’opera, fin dalle prime fasi ideative.

(In)comunicabilità, relazione, rilancio, confine, scommessa e scarto sono tematiche su cui per varie vie ragiono da anni nel mio percorso di ricerca critica, filosofica e letteraria. Quando Caos mi ha parlato della sua idea di lavorare su alcune “parole intraducibili”, intrecciare le due prospettive è stato naturale e inevitabile. Per attitudine e formazione, ovviamente io sono più abituata a lavorare con concetti astratti, catene semantiche, ragionamenti impliciti.

Il lavoro di Caos, nella sua declinazione artistica, pratica, inevitabilmente oggettuale, ha aperto potenzialità inedite, ha dato un corpo a tutte quelle teorie, le ha rese leggibili su un altro piano. Per esempio, ci ha costretto a ragionare sui modi, sulle scelte formali e sul contesto comunicativo, oltre che sul messaggio.


L'obliquo è l’unica cifra possibile per veicolare un messaggio diretto, potente, quasi ovvio.

È stato un dialogo serrato, a volte un confronto dialettico per cercare terreno comune, un continuo ritradurci nel linguaggio dell’altro, prendere quello che trovavamo e rimetterlo in gioco. In questo senso, è stato un rilancio e un lavoro a togliere, a saggiare, a torcere il materiale che avevamo tra le mani per scoprirne la natura e le reazioni.

Durante il percorso le opere si sono modificate, affinate, levigate. Alla fine siamo rimasti con l’essenziale e proprio allora, paradossalmente, ci siamo resi conto che il DAM era diventato una cassa di risonanza per nuovi rimbalzi di senso e livelli di complessità inaspettati.

Nel DAM ci sono innumerevoli piani di lettura critica possibile, a partire dai titoli, passando per il testo poetico, fino alla tecnica di realizzazione, eppure, in questa moltitudine di rimandi, tutti gli elementi esprimono lo stesso messaggio in totale coerenza. Mai come in questo caso, l’obliquo è l’unica cifra possibile per veicolare un messaggio diretto, potente, quasi ovvio. Esattamente come succede nella forma relazionale e comunicativa umana più diretta e insieme più fragile.

Per quanto mi riguarda, è stata una rivelazione potente.

mistercaos.com

@mister_caos

valentinadicataldo.it

@vale.dica

Credits photo: Massimo Di Pasquale e Giulia Pruonto



Quest’anno ha messo a dura prova la realtà; diverse realtà, se vogliamo.

In particolare quella del mondo dell’arte e degli spazi culturali, che hanno improvvisamente dovuto lasciare alle ortiche i loro progetti, mettersi in attesa, reinventarsi, oppure morire.


In un momento di grande fermento rispetto all’argomento, ho fatto due chiacchiere con Chiara Rigione, presidente dell’associazione culturale Kinetta, l’associazione che gestisce lo spazio Labus a Benevento.

Benevento, una di quelle città campane che spesso sembrano sfuggire alla memoria del popolo, una di quelle città culturalmente attaccate al respiratore, in cui lavorare per portare avanti un discorso culturale è piuttosto duro. Perché non langue solo la cultura in questa zolla di terra calpestata un tempo da guerrieri invincibili e da janare che danzavano intorno al noce; mancano il lavoro, le infrastrutture, i collegamenti, i mezzi di trasporto efficienti, la volontà di riscoprire l’identità di una terra magica e fertile, ricca di arte e tradizioni, che goccia di sangue dopo goccia di sangue sta perdendo i suoi colori e la sua forza vitale. Nonostante tutto, gli spazi culturali di questa provincia maledetta resistevano, e sono sicuramente parte dei motivi che spingono i ragazzi (come me) a non fuggire via il più lontano possibile, lasciandosi indietro amici, famiglia, radici.


Labus, ad esempio, resisteva. Almeno fino alla pandemia.


Kinetta spazio Labus dal 2015 promuove attività legate al cinema, alle arti visive, alla musica e alla poesia; lo spazio si propone come alternativa innovativa al circuito commerciale dei multisala, scegliendo di includere nella programmazione film e giovani autori normalmente invisibili, e offrendo ogni settimana proiezioni di film, incontri con i registi, concerti di musicisti internazionali con video-installazioni e corsi di formazione.

Inoltre, l’associazione da tre anni fa parte del circuito nazionale ARCI-UCCA, attraverso cui collabora con altri circoli per eventi e rassegne itineranti, quali Il cinema che non si vede, e dal 2019 è partner anche de Les Journées du cinéma québécois en Italie, festival di cinema quebecchese in Italia che quest’anno è alla sua 18esima edizione e che si è tenuto dal 24 al 31 marzo.


Leggi anche: Le giornate del cinema quebecchese in Italia/ Conversazione con Joe Balass e Chiara Rigione


I Racconti del Balcone nacquero davvero come un esperimento, non sapevamo che cosa aspettarci.

Naturalmente, l’ultimo anno ha chiuso le porte dello spazio Labus ed ha costretto Kinetta a reinventarsi. Chiara, la presidente, ci racconta come.


C. Stiamo andando un po’ a braccio, sperimentando. È una situazione che non ci permette di fare reali progetti per il futuro. All’inizio, un anno fa, la prendemmo quasi come un gioco, cercavamo di sdrammatizzare, di tenerci vicini in qualche modo, e decidemmo di lanciare due iniziative: una erano le visioni collettive da casa per vedere i film insieme come facevamo nello spazio Labus, l’altra i Racconti del Balcone.

I Racconti del Balcone nacquero davvero come un esperimento, non sapevamo che cosa aspettarci.

Con una call chiedemmo alle persone di mandarci dei contributi della loro quarantena e di quello che stavano vivendo, attraverso video o foto. Inizialmente alla cerchia più vicina all’associazione, poi grazie al passaparola la chiamata è arrivata anche a tanti anche fuori dall’Italia.



l cinema è anche questo, oltre il guardare opere altrui è anche la possibilità di poter creare.

D. Come hanno risposto le persone e com’è stato per te lavorare a questo progetto?


C: Le persone hanno partecipato con molto entusiasmo, tanti mi ringraziavano, perché non si erano mai filmati in quel modo, quindi era anche un esercizio di auto osservazione. È importante, il cinema è anche questo, oltre il guardare opere altrui è anche la possibilità di poter creare.

Personalmente invece è stato uno stimolo per mantenermi attiva e creativa. È stato un momento di grande creatività, perché mentre adesso c’è tanto lavoro da fare a casa in quanto tutto si è trasferito in remoto, in quel primo mese eravamo in balia della sorte, tutto si era interrotto, tutto era fermo, sia i progetti che l’associazione. Ricevere tanti sguardi è stato bello e stimolante, abbiamo realizzato in un mese e mezzo 23 capitoli grazie ai video ricevuti. Sono tutti molto diversi tra loro, i primi sono meno raffinati, mentre i successivi sembrano quasi mini cortometraggi, piccoli documentari. A differenza del documentario però, su cui si lavora tanto tempo e c’è tanta ricerca, la nostra idea era ricevere il materiale e montarlo al momento; inoltre, io che li ho montati ero nella stessa situazione di chi li ha girati. Per me la cosa interessante è stata questa, perché è stato pubblicato tanto materiale simile, ma la particolarità dei Racconti è che sono stati montati man mano.

Montando il materiale in un altro momento, sarebbe venuta fuori un’altra cosa.



L’ultimo capitolo, dedicato al Cile, è stato più particolare, e la realizzazione ha richiesto più tempo. Tramite una nostra associata che ha molti amici lì, abbiamo raccontato il loro lockdown, che è stato successivo al nostro. Lì il discorso è stato più ampio e ragionato, perché ci tenevamo a raccontare la situazione attuale del Cile, le rivolte che c’erano state subito prima della pandemia e la successiva riforma di ottobre scorso, con una sorta di parallelismo con la situazione in Italia.

È stato selezionato sia in un festival cileno di Santiago del Cile (Fic la ventana), un festival di guerriglia cinematografica, sia a Bologna nel festival Urban Vision, che si terrà ad aprile quasi sicuramente online. Invece il capitolo 12 è stato selezionato in un festival di video-arte in Australia a Mount Gambier, l’International Limestone Coast Video Art Festival, in cui le 30 le opere selezionate saranno esposte in un museo.


Abbiamo dovuto abbandonare quello spazio all’improvviso, come se ci fosse stato un terremoto, non ci saremmo mai aspettati che dopo un anno sarebbe stato ancora tutto così.



D. Quali sono invece i progetti futuri di Kinetta?


C. Kinetta è nel circuito UCCA, ed è già il secondo anno che collabora nell’organizzazione della rassegna Il cinema che non si vede, tenutasi a dicembre online. Anche quello era un festival pensato per essere itinerante, ed avrebbe dovuto fare varie tappe in Campania, com’era stato il primo anno.

Ora poiché tutti i festival sono online c’è un po’ di dispersione, perché c’è tanto da vedere. Da qui l’importanza dell’associazione, che può indirizzare nel marasma di festival e proiezioni che ci sono. Anche se non è la stessa esperienza del cinema in presenza.

Poi ci sono tanti altri progetti, cercare uno spazio nuovo per riaprire in maggiore sicurezza (l’altro spazio è troppo piccolo, forse lo dovremo lasciare), anche se è complicato cercare uno spazio in questo momento, senza avere certezze per poter fare un investimento per un’attività culturale. Abbiamo dovuto abbandonare quello spazio all’improvviso, come se ci fosse stato un terremoto, non ci saremmo mai aspettati che dopo un anno sarebbe stato ancora tutto così.

È possibile che per qualche anno la socialità come la ricordavamo non sarà più pensabile, per cui è difficile immaginare di organizzare eventi in 80 mq2, nonostante le persone amassero anche quell’aspetto dello spazio, che fosse piccolo e avvicinasse. Mentre i bandi che stanno uscendo attualmente sono tutti orientati sull’online.

Immaginare il futuro è difficile; forse qualcosa sarà fattibile in estate, ospitati in spazi all’aperto in cui organizzare proiezioni e laboratori. L’estate scorsa abbiamo organizzato una rassegna all’aperto ospitati dal Ludovico Van, un locale con un gran terrazzo. C’è stata molta risposta, le persone avevano voglia di stare insieme, nonostante tutte le limitazioni.


D. Come pensi si evolverà la situazione delle realtà culturali in questo periodo complicato?


C. In generale, se qualcuno non ci dà una mano finiremo, e penso che ci meritiamo di essere sostenuti. Anche le persone spero se ne rendano conto.

Ci si impegna tanto per realizzare qualcosa e per cause di forza maggiore si è costretti a tornare indietro. La mia speranza è che si metta in moto una macchina più grande per venire incontro ai piccoli spazi e alle associazioni, altrimenti vedremo la morte di tante cose belle.

E non so se realmente si possa fare a meno delle cose belle.






Chi c’è dietro a un collage? Come nascono quelle scene immaginarie?

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Dal 10 al 24 aprile pubblica il tuo collage sul tuo profilo instagram con una breve spiegazione e usa l’hashtag #collazinethisisme. Durante la giornata di sabato 8 maggio condivideremo una selezione di collages su www.collazine.com