Chi c’è dietro a un collage? Come nascono quelle scene immaginarie?

In occasione della giornata internazionale del collage, Collazine partecipa con il progetto THIS IS ME: un invito per gli artisti a presentarsi attraverso i ritagli. Pogliamo conoscere i vostri volti, ma prima di tutto le vostre storie. Lasciatevi ispirare dal fascino dell’autoritratto o dalle vicende biografiche, raccontate voi stessi attraverso un collage digitale o analogico.


Come partecipare?


Dal 10 al 24 aprile pubblica il tuo collage sul tuo profilo instagram con una breve spiegazione e usa l’hashtag #collazinethisisme. Durante la giornata di sabato 8 maggio condivideremo una selezione di collages su www.collazine.com




Disegnare, come dipingere e scrivere, è un’attività che coinvolge ogni muscolo del nostro corpo. Ne ho avuto la conferma leggendo uno dei tanti libri pescati tra le bancarelle improvvisate agli angoli delle vie di Napoli. Era Enrico Baj che, in una manciata di parole era riuscito ad insinuare il dubbio che il disegno non fosse solo un fatto di mente e matita.


Se osserviamo attentamente lo spazio del disegnatore contemporaneo, lo vediamo somigliare sempre più a quello di un teatro sperimentale.



Se osserviamo attentamente lo spazio del disegnatore contemporaneo, lo vediamo somigliare sempre più a quello di un teatro sperimentale. In effetti, l’autore della linea non si limita soltanto ad esibire l’immagine finita ma si spinge oltre: impersona quel disegno e immagina di poterlo percorrere, quando non è lui a lasciarsi attraversare. Questo si manifesta evidentemente nella sfera coreografica e performativa dove il discorso, già messo in atto nella mente del coreografo o del performer, trova il suo naturale prolungamento nella resa dell’attore e si riverbera nelle scenografie e nei costumi.


Ma facciamo un passo indietro, come ritroviamo la percezione del disegno, apparentemente statico e delimitato, in un’arte che fa del movimento la sua essenza?

Bene, rispolveriamo il Nudo che scende le scale n. 2 (1912) di Marcel Duchamp. Come in un’immagine postuma, nel dipinto continuiamo a vedere infinite repliche del soggetto osservato che appaiono insieme come sua testimonianza e anticipazione, perché seguono lo sguardo ovunque lo si volga. Quindi, esattamente come per la velocità catturata dalle scene futuriste degli stessi anni, la scia è l’impressione che quel corpo meccanico lascia di sé muovendosi nello spazio. Queste intuizioni artistiche sono figlie delle cronofotografie del fisiologo Étienne-Jules Marey e del fotografo Eadweard Muybridge: immagini di corpi in sequenza che, catturati a diversi intervalli di tempo, mostrano gli effetti del moto, aperto e dinamico, su di essi e nello spazio circostante. Come molto spesso accade, una necessità nata in ambito scientifico dialoga con l’arte per raggiungere una soluzione ed ecco che la fotografia accorre in aiuto allo studio del movimento. Marey riesce a catturarlo nella sua massima stilizzazione facendo indossare al soggetto una tuta nera che lascia emergere soltanto le linee e i punti bianchi mentre la forma del corpo si perde nello sfondo.


William Forsythe - Improvisation Technologies (1993)

Allo stesso modo, arte e scienza convergono nelle Improvisation Technologies (1993) di William Forsythe. Disegnando letteralmente un alfabeto di gesti nello spazio, il danzatore statunitense forniva ai suoi allievi, tramite un video registrato su CD-Rom, un vocabolario che innovava il linguaggio classico e che valesse come metodo per sviluppare un approccio personale alla pratica del balletto. In questo caso, si richiede l’impiego della grafica in postproduzione per visualizzare come (ancora una volta) punti, linee e piani, articolati dal corpo o già presenti in esso, costruiscono il movimento nell’aria. Nel 2009, lo stesso nucleo ideativo ma su scala coreografica è portato alla luce con Synchronous Objects. Il progetto complica le possibilità di composizione del movimento che rimbalza da un figurante all’altro e il disegno grafico, con una ben più avanzata visualizzazione dei dati, è di nuovo il modo per intercettarlo e possederlo.



Non da meno, Trisha Brown, fondatrice del ballo postmoderno, ha immaginato un glossario di gesti con cui disegnare lo spazio per reiterazione, accumulazione ed improvvisazione. Queste sono le parole chiave della sua insaziabile ricerca che ha da sempre avuto un risvolto grafico parallelo.


La sua prolifica produzione di disegni mira ad astrarre, ovvero scegliere e rielaborare, pochi precisi gesti dalla gamma infinita di movimenti arbitrari che il corpo può fare quando danza e si muove. Trisha fa questo esplicitando l’andamento e il ritmo dei suoi fraseggi in vari momenti del lavoro: nella fase preparatoria, come fossero fermimmagine o notazioni corporali da tradurre in danza; nelle performance, una per tutte è It’s A Draw presentata nel 2002 e riprodotta nel 2008; allo stesso modo che nelle proficue collaborazioni con artisti di varia formazione come Robert Rauschenberg (disegnatore di scena e di costumi per molti dei suoi spettacoli), il compositore John Cage, la musicista Laurie Anderson e il disegnatore, pittore e incisore Terry Winters.



Nello spazio di un quadrato di carta o di un rettangolo di palco, l’obiettivo di Trisha non è mai solo il disegno o la danza, bensì cosa fa un corpo quando muovendosi incontra il contesto, sia esso il teatro, il museo o la superficie verticale di un palazzo.


Forsythe e Brown costituiscono due esempi magistrali che hanno in Merce Cunningham il loro grande comune denominatore. Nel 1999, lo spettacolo Biped segna un primato per l’utilizzo, in prova e in scena, della tecnologia motion capture. Come nella versione più aggiornata delle silhouette segmentate di Marey, il processo cattura i movimenti dei performer tramite dei sensori posti sul corpo e li rielabora digitalmente fino ad ottenere dei corpi sintetici. Solo l’anno prima, le stesse presenze danzanti erano protagoniste nell’installazione Hand-drawn Spaces sotto forma di disegni proiettati a grandezza naturale nel non-confine tra spazio virtuale e attuale. L’utilizzo artistico di questa danza senza corpo ha goduto di continui sviluppi e in Loops (2011) la vediamo diventare un ritratto gesticolato dello stesso Merce, stavolta a partire da un assolo performativo per mani e dita. Tutte le elaborazioni computerizzate, compresa Ghostcatching, l’altra installazione pioniera del 1999 stavolta firmata Bill T. Jones, sono prodotte dall’OpenEnded Group, collettivo digitale in cui figura l’artista Paul Kaiser che, proprio osservando i disegni dei bambini con disabilità nell’apprendimento nella scuola in cui lavorava, rimane affascinato dall’idea del disegno come spazio performativo e mentale. Così, trova un modo per abitare quei disegni e ritrovarsi con loro faccia a faccia.



Oggi questa multiforme eredità si fa sempre più variegata. A renderlo possibile è stata l’evoluzione del segno verso qualcosa di meno strettamente strumentale e più propriamente gestuale. D’altronde, la pittura di Jackson Pollock ne è una prova: i pennelli e i cavalletti messi da parte, la tela stesa sul pavimento come il tappeto su cui praticare i suoi mantra, altri sono gli strumenti tecnici che fanno sgocciolare la materia mentre il corpo li orienta come una bussola.



A questo punto, si potrebbe sondare un intero parterre di donne e uomini che hanno sfruttato il disegno performativo con usi che perforano l’artistico e approdano alle neuroscienze e al sociale. Noi per il momento ci fermiamo qui ma le scoperte continuano nei link di approfondimento.

Sbrogliare la matassa sembra difficile, invece, come nei frattali di Pollock, è il disegno che segue la sua legge: sapersi ripetere su ogni scala e rimanere fedele a se stesso, dalle geometrie minime a quelle più complesse.


Per approfondire





Questa settimana, dal 24 al 31 marzo, si terrà la 18esima edizione delle Journées du cinéma québécois en Italie/Le giornate del cinema quebecchese in Italia 2021 totalmente #online, in occasione del mese internazionale della francofonia.


Les Salopes e L'acrobate sono film molto belli, ma sarebbe stato difficile presentarli in tutte le sale; l’online ce lo ha permesso.

Il festival, che vanta la direzione artistica dell’autore e regista quebecchese Joe Balass, presenta in Italia la miglior produzione cinematografica del Québec: in rassegna sei lungometraggi e diciotto cortometraggi, tutti disponibili gratuitamente in streaming dal 24 al 31 marzo sulla piattaforma MYmovies.


Balass ha scelto Rabbia e Resilienza come tematiche del festival di quest’anno, e ha selezionato le pellicole, tutte stilisticamente e narrativamente molto diverse l’una dall’altra. Abbiamo avuto la fortuna di poter fare una chiacchierata con lui e Chiara Rigione, dell’Associazione Kinetta spazio Labus di Benevento, che collabora col festival e organizza Le stanze del cinema, evento ufficiale di pre-apertura del festival.


D: Joe, come nasce l’idea del festival e com’è iniziata la collaborazione con Kinetta Spazio Labus?


J: Sono quasi vent’anni che vengo in Italia e grazie alle mie conoscenze, in particolare Giampaolo Marzi, è nata l’idea di una rassegna di cinema quebecchese. Dato che sia io che Giampaolo lavoravamo nell’ambito dei festival, abbiamo pensato che sarebbe stato interessante uno scambio culturale Québec-Italia. I primi due anni il festival si è svolto a Milano, poi a mano a mano che l’evento è cresciuto, è nata l’idea di creare un circuito di proiezioni in tutta Italia; così nei successivi 15 anni ho cercato nuovi partner, come il Museo Nazionale del Cinema di Torino, Il Cinemino a Milano, il Kinodromo a Bologna, poi Roma, Palermo, e Venezia. Facendo le mie ricerche ho sentito parlare per caso dello spazio Labus a Benevento e ho avuto la grandissima fortuna di fare la conoscenza della meravigliosa Chiara; da lì è nata una collaborazione che è un piacere costante che si rinnova costantemente. Il fatto che non sia uno spazio grande non è un problema, c’è la buona volontà, ci sono le idee e la condivisione dell’amore per il cinema.


C'è un forte legame col territorio. Il Quebéc è un luogo di boschi e paesaggi incontaminati, ma anche di grandi città, e quel paesaggio particolare influisce sui film.


D: Chiara, sono ormai tre anni che collabori con il festival; che idea ti sei fatta del cinema del Québec?

C: Il Québec è una regione molto particolare, ha un forte legame col territorio. È un luogo di boschi e paesaggi incontaminati, ma anche di grandi città, e quel paesaggio particolare influisce sui film. I film quebecchesi affrontano spesso tematiche sociali, e le affrontano in maniera molto diversa da i film che mi è capitato di vedere in Italia, in maniera molto originale e poco moralista.


D: Forse proprio per la particolarità delle tematiche, i film quebecchesi vengono raramente distribuiti nelle sale italiane, se non si considerano quelle che danno più spazio al cinema autoriale.

J: I film del Quebéc girano difficilmente in Italia, in più per questa edizione abbiamo iniziato a sperimentare con tematiche per adulti che forse non avremmo potuto presentare in tutte le circostanze. Les Salopes e L'acrobate sono film molto belli, ma sarebbe stato difficile presentarli in tutte le sale; l’online ce lo ha permesso. È un anno di sperimentazioni e speriamo funzioni.

La nuova sezione After Hours dedicata a un pubblico adulto e disponibile nella sola fascia serale – dalle 21.30 alle 6.30 del giorno successivo – si aprirà con l’anteprima italiana di L'Acrobate (disponibile dal 25 al 27 marzo) di Rodrigue Jean incentrato sulla relazione passionale tra due uomini, e Les Salopes ou le sucre naturel de la peau (disponibile dal 28 al 30 marzo) di Renée Beaulieu, un film che ci presenta una sessualità femminile consapevole, complessa e rivoluzionaria, premiato come miglior lungometraggio canadese al TIFF Toronto International Film Festival.


D: Come vengono selezionati i film?

J: C’è una selezione iniziale che faccio io guardando i film dell’anno e anche un po’ indietro di uno o due anni per completare il programma in base a una tematica. Quest’anno ho scelto Rabbia e Resilienza: ho trovato i film che potevano rispecchiare questi temi e dopo una prima scelta ho chiesto a Chiara e Giampaolo di aiutarmi a selezionare la programmazione finale.

Questo per me è importante e li ringrazio, il loro occhio per me è importante perché io ho contezza della situazione qui (a Montreal), ma è importante avere dei collaboratori in Italia che ne conoscono il pubblico.

D: Quest’anno i film in rassegna saranno tutti fruibili online a causa della pandemia, che non ha reso possibile le proiezioni live. Questa potrebbe in un certo senso essere un’occasione per chi non avrebbe avuto la possibilità di partecipare alle proiezioni?

J: Da quando abbiamo iniziato a collaborare con Labus a Benevento 3 anni fa, solo il primo anno l’evento è stato live. L’anno scorso erano in programma proiezioni ed eventi in 7 città, partendo da Milano, ma si rivelò essere proprio il weekend del lockdown. A novembre avevamo creduto sarebbe stato possibile un ibrido live-online, ma per questa edizione abbiamo deciso da subito di essere solo online. Il vantaggio è di essere disponibili in tutta Italia, per cui sarà un’edizione interessante sia per quel pubblico che non avrebbe accesso ai nostri film, sia per noi che abbiamo così accesso a questo nuovo pubblico. Inoltre mi auguro che tramite queste proiezioni, scambi e incontri online, possiamo trovare altri collaboratori per organizzare più eventi live nel futuro. Perché con l’online c’è sì il vantaggio dell’accesso, ma l’esperienza di essere insieme durante le proiezioni è sempre diversa.

D: Opinioni sul cinema in questo momento?

J: In generale la situazione pandemia è un po’ triste, resto un po’ stupito che riusciamo a fare dei film in queste condizioni. Ho per esempio amici che hanno girato ultimamente con grande sforzo applicando tutte le restrizioni per la salute; forse questo è il segno che possiamo andare avanti.

D: Sono presenti nel festival film realizzati durante la pandemia?

C: Quest’anno no, ma l’anno scorso un film fu aggiunto successivamente nella seconda parte delle giornate online, un film girato tutto in casa, An Ordinary Adventure di Roberto Zorfini.

J: Roberto è di origine italiana, si è trasferito a Montreal da qualche anno ed è riuscito a realizzare il suo primo lungometraggio durante la pandemia.



D: Progetti per il futuro?

J: Vorrei trovare nuovi posti per promuovere il cinema quebecchese in Italia; in futuro spero potrà essere possibile uno scambio con il vostro paese e proiettare qui (a Montreal) dei film italiani.

Tra l’altro, il videoclip Luz Y Espacio che Chiara ha diretto per The Delay in the Universal Loop, sarà presentato al festival Reeling: Dance on screen di Edmonton ad Alberta il prossimo mese.


Trailer “Journées du cinéma québécois en Italie”

Informazioni & programma

www.cinemaquebecitalia.com

Facebook CinemaQuebecItalia

Instagram @cinema_quebec_italia

Hashtag ufficiale #CinemaQuebecItalia

Nella seconda parte di questo articolo, in prossima uscita, parleremo del progetto di Kinetta I Racconti del Balcone e analizzeremo la situazione attuale degli spazi culturali in tempi di pandemia.


#ElectricSheep Drive-in: La nostra rubrica dedicata al mondo del cinema e i suoi protagonisti, a cura di Diana Cusani.

 

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