Disegnare, come dipingere e scrivere, è un’attività che coinvolge ogni muscolo del nostro corpo. Ne ho avuto la conferma leggendo uno dei tanti libri pescati tra le bancarelle improvvisate agli angoli delle vie di Napoli. Era Enrico Baj che, in una manciata di parole era riuscito ad insinuare il dubbio che il disegno non fosse solo un fatto di mente e matita.


Se osserviamo attentamente lo spazio del disegnatore contemporaneo, lo vediamo somigliare sempre più a quello di un teatro sperimentale.



Se osserviamo attentamente lo spazio del disegnatore contemporaneo, lo vediamo somigliare sempre più a quello di un teatro sperimentale. In effetti, l’autore della linea non si limita soltanto ad esibire l’immagine finita ma si spinge oltre: impersona quel disegno e immagina di poterlo percorrere, quando non è lui a lasciarsi attraversare. Questo si manifesta evidentemente nella sfera coreografica e performativa dove il discorso, già messo in atto nella mente del coreografo o del performer, trova il suo naturale prolungamento nella resa dell’attore e si riverbera nelle scenografie e nei costumi.


Ma facciamo un passo indietro, come ritroviamo la percezione del disegno, apparentemente statico e delimitato, in un’arte che fa del movimento la sua essenza?

Bene, rispolveriamo il Nudo che scende le scale n. 2 (1912) di Marcel Duchamp. Come in un’immagine postuma, nel dipinto continuiamo a vedere infinite repliche del soggetto osservato che appaiono insieme come sua testimonianza e anticipazione, perché seguono lo sguardo ovunque lo si volga. Quindi, esattamente come per la velocità catturata dalle scene futuriste degli stessi anni, la scia è l’impressione che quel corpo meccanico lascia di sé muovendosi nello spazio. Queste intuizioni artistiche sono figlie delle cronofotografie del fisiologo Étienne-Jules Marey e del fotografo Eadweard Muybridge: immagini di corpi in sequenza che, catturati a diversi intervalli di tempo, mostrano gli effetti del moto, aperto e dinamico, su di essi e nello spazio circostante. Come molto spesso accade, una necessità nata in ambito scientifico dialoga con l’arte per raggiungere una soluzione ed ecco che la fotografia accorre in aiuto allo studio del movimento. Marey riesce a catturarlo nella sua massima stilizzazione facendo indossare al soggetto una tuta nera che lascia emergere soltanto le linee e i punti bianchi mentre la forma del corpo si perde nello sfondo.


William Forsythe - Improvisation Technologies (1993)

Allo stesso modo, arte e scienza convergono nelle Improvisation Technologies (1993) di William Forsythe. Disegnando letteralmente un alfabeto di gesti nello spazio, il danzatore statunitense forniva ai suoi allievi, tramite un video registrato su CD-Rom, un vocabolario che innovava il linguaggio classico e che valesse come metodo per sviluppare un approccio personale alla pratica del balletto. In questo caso, si richiede l’impiego della grafica in postproduzione per visualizzare come (ancora una volta) punti, linee e piani, articolati dal corpo o già presenti in esso, costruiscono il movimento nell’aria. Nel 2009, lo stesso nucleo ideativo ma su scala coreografica è portato alla luce con Synchronous Objects. Il progetto complica le possibilità di composizione del movimento che rimbalza da un figurante all’altro e il disegno grafico, con una ben più avanzata visualizzazione dei dati, è di nuovo il modo per intercettarlo e possederlo.



Non da meno, Trisha Brown, fondatrice del ballo postmoderno, ha immaginato un glossario di gesti con cui disegnare lo spazio per reiterazione, accumulazione ed improvvisazione. Queste sono le parole chiave della sua insaziabile ricerca che ha da sempre avuto un risvolto grafico parallelo.


La sua prolifica produzione di disegni mira ad astrarre, ovvero scegliere e rielaborare, pochi precisi gesti dalla gamma infinita di movimenti arbitrari che il corpo può fare quando danza e si muove. Trisha fa questo esplicitando l’andamento e il ritmo dei suoi fraseggi in vari momenti del lavoro: nella fase preparatoria, come fossero fermimmagine o notazioni corporali da tradurre in danza; nelle performance, una per tutte è It’s A Draw presentata nel 2002 e riprodotta nel 2008; allo stesso modo che nelle proficue collaborazioni con artisti di varia formazione come Robert Rauschenberg (disegnatore di scena e di costumi per molti dei suoi spettacoli), il compositore John Cage, la musicista Laurie Anderson e il disegnatore, pittore e incisore Terry Winters.



Nello spazio di un quadrato di carta o di un rettangolo di palco, l’obiettivo di Trisha non è mai solo il disegno o la danza, bensì cosa fa un corpo quando muovendosi incontra il contesto, sia esso il teatro, il museo o la superficie verticale di un palazzo.


Forsythe e Brown costituiscono due esempi magistrali che hanno in Merce Cunningham il loro grande comune denominatore. Nel 1999, lo spettacolo Biped segna un primato per l’utilizzo, in prova e in scena, della tecnologia motion capture. Come nella versione più aggiornata delle silhouette segmentate di Marey, il processo cattura i movimenti dei performer tramite dei sensori posti sul corpo e li rielabora digitalmente fino ad ottenere dei corpi sintetici. Solo l’anno prima, le stesse presenze danzanti erano protagoniste nell’installazione Hand-drawn Spaces sotto forma di disegni proiettati a grandezza naturale nel non-confine tra spazio virtuale e attuale. L’utilizzo artistico di questa danza senza corpo ha goduto di continui sviluppi e in Loops (2011) la vediamo diventare un ritratto gesticolato dello stesso Merce, stavolta a partire da un assolo performativo per mani e dita. Tutte le elaborazioni computerizzate, compresa Ghostcatching, l’altra installazione pioniera del 1999 stavolta firmata Bill T. Jones, sono prodotte dall’OpenEnded Group, collettivo digitale in cui figura l’artista Paul Kaiser che, proprio osservando i disegni dei bambini con disabilità nell’apprendimento nella scuola in cui lavorava, rimane affascinato dall’idea del disegno come spazio performativo e mentale. Così, trova un modo per abitare quei disegni e ritrovarsi con loro faccia a faccia.



Oggi questa multiforme eredità si fa sempre più variegata. A renderlo possibile è stata l’evoluzione del segno verso qualcosa di meno strettamente strumentale e più propriamente gestuale. D’altronde, la pittura di Jackson Pollock ne è una prova: i pennelli e i cavalletti messi da parte, la tela stesa sul pavimento come il tappeto su cui praticare i suoi mantra, altri sono gli strumenti tecnici che fanno sgocciolare la materia mentre il corpo li orienta come una bussola.



A questo punto, si potrebbe sondare un intero parterre di donne e uomini che hanno sfruttato il disegno performativo con usi che perforano l’artistico e approdano alle neuroscienze e al sociale. Noi per il momento ci fermiamo qui ma le scoperte continuano nei link di approfondimento.

Sbrogliare la matassa sembra difficile, invece, come nei frattali di Pollock, è il disegno che segue la sua legge: sapersi ripetere su ogni scala e rimanere fedele a se stesso, dalle geometrie minime a quelle più complesse.


Per approfondire




Journées du cinéma québécois en Italie - poster

Questa settimana, dal 24 al 31 marzo, si terrà la 18esima edizione delle Journées du cinéma québécois en Italie/Le giornate del cinema quebecchese in Italia 2021 totalmente #online, in occasione del mese internazionale della francofonia.


Les Salopes e L'acrobate sono film molto belli, ma sarebbe stato difficile presentarli in tutte le sale; l’online ce lo ha permesso.

Il festival, che vanta la direzione artistica dell’autore e regista quebecchese Joe Balass, presenta in Italia la miglior produzione cinematografica del Québec: in rassegna sei lungometraggi e diciotto cortometraggi, tutti disponibili gratuitamente in streaming dal 24 al 31 marzo sulla piattaforma MYmovies.


Balass ha scelto Rabbia e Resilienza come tematiche del festival di quest’anno, e ha selezionato le pellicole, tutte stilisticamente e narrativamente molto diverse l’una dall’altra. Abbiamo avuto la fortuna di poter fare una chiacchierata con lui e Chiara Rigione, dell’Associazione Kinetta spazio Labus di Benevento, che collabora col festival e organizza Le stanze del cinema, evento ufficiale di pre-apertura del festival.


D: Joe, come nasce l’idea del festival e com’è iniziata la collaborazione con Kinetta Spazio Labus?


J: Sono quasi vent’anni che vengo in Italia e grazie alle mie conoscenze, in particolare Giampaolo Marzi, è nata l’idea di una rassegna di cinema quebecchese. Dato che sia io che Giampaolo lavoravamo nell’ambito dei festival, abbiamo pensato che sarebbe stato interessante uno scambio culturale Québec-Italia. I primi due anni il festival si è svolto a Milano, poi a mano a mano che l’evento è cresciuto, è nata l’idea di creare un circuito di proiezioni in tutta Italia; così nei successivi 15 anni ho cercato nuovi partner, come il Museo Nazionale del Cinema di Torino, Il Cinemino a Milano, il Kinodromo a Bologna, poi Roma, Palermo, e Venezia. Facendo le mie ricerche ho sentito parlare per caso dello spazio Labus a Benevento e ho avuto la grandissima fortuna di fare la conoscenza della meravigliosa Chiara; da lì è nata una collaborazione che è un piacere costante che si rinnova costantemente. Il fatto che non sia uno spazio grande non è un problema, c’è la buona volontà, ci sono le idee e la condivisione dell’amore per il cinema.


C'è un forte legame col territorio. Il Quebéc è un luogo di boschi e paesaggi incontaminati, ma anche di grandi città, e quel paesaggio particolare influisce sui film.

Journées du cinéma québécois en Italie

D: Chiara, sono ormai tre anni che collabori con il festival; che idea ti sei fatta del cinema del Québec?

C: Il Québec è una regione molto particolare, ha un forte legame col territorio. È un luogo di boschi e paesaggi incontaminati, ma anche di grandi città, e quel paesaggio particolare influisce sui film. I film quebecchesi affrontano spesso tematiche sociali, e le affrontano in maniera molto diversa da i film che mi è capitato di vedere in Italia, in maniera molto originale e poco moralista.


D: Forse proprio per la particolarità delle tematiche, i film quebecchesi vengono raramente distribuiti nelle sale italiane, se non si considerano quelle che danno più spazio al cinema autoriale.

J: I film del Quebéc girano difficilmente in Italia, in più per questa edizione abbiamo iniziato a sperimentare con tematiche per adulti che forse non avremmo potuto presentare in tutte le circostanze. Les Salopes e L'acrobate sono film molto belli, ma sarebbe stato difficile presentarli in tutte le sale; l’online ce lo ha permesso. È un anno di sperimentazioni e speriamo funzioni.

La nuova sezione After Hours dedicata a un pubblico adulto e disponibile nella sola fascia serale – dalle 21.30 alle 6.30 del giorno successivo – si aprirà con l’anteprima italiana di L'Acrobate (disponibile dal 25 al 27 marzo) di Rodrigue Jean incentrato sulla relazione passionale tra due uomini, e Les Salopes ou le sucre naturel de la peau (disponibile dal 28 al 30 marzo) di Renée Beaulieu, un film che ci presenta una sessualità femminile consapevole, complessa e rivoluzionaria, premiato come miglior lungometraggio canadese al TIFF Toronto International Film Festival.

Journées du cinéma québécois en Italie

D: Come vengono selezionati i film?

J: C’è una selezione iniziale che faccio io guardando i film dell’anno e anche un po’ indietro di uno o due anni per completare il programma in base a una tematica. Quest’anno ho scelto Rabbia e Resilienza: ho trovato i film che potevano rispecchiare questi temi e dopo una prima scelta ho chiesto a Chiara e Giampaolo di aiutarmi a selezionare la programmazione finale.

Questo per me è importante e li ringrazio, il loro occhio per me è importante perché io ho contezza della situazione qui (a Montreal), ma è importante avere dei collaboratori in Italia che ne conoscono il pubblico.

D: Quest’anno i film in rassegna saranno tutti fruibili online a causa della pandemia, che non ha reso possibile le proiezioni live. Questa potrebbe in un certo senso essere un’occasione per chi non avrebbe avuto la possibilità di partecipare alle proiezioni?

J: Da quando abbiamo iniziato a collaborare con Labus a Benevento 3 anni fa, solo il primo anno l’evento è stato live. L’anno scorso erano in programma proiezioni ed eventi in 7 città, partendo da Milano, ma si rivelò essere proprio il weekend del lockdown. A novembre avevamo creduto sarebbe stato possibile un ibrido live-online, ma per questa edizione abbiamo deciso da subito di essere solo online. Il vantaggio è di essere disponibili in tutta Italia, per cui sarà un’edizione interessante sia per quel pubblico che non avrebbe accesso ai nostri film, sia per noi che abbiamo così accesso a questo nuovo pubblico. Inoltre mi auguro che tramite queste proiezioni, scambi e incontri online, possiamo trovare altri collaboratori per organizzare più eventi live nel futuro. Perché con l’online c’è sì il vantaggio dell’accesso, ma l’esperienza di essere insieme durante le proiezioni è sempre diversa.

D: Opinioni sul cinema in questo momento?

J: In generale la situazione pandemia è un po’ triste, resto un po’ stupito che riusciamo a fare dei film in queste condizioni. Ho per esempio amici che hanno girato ultimamente con grande sforzo applicando tutte le restrizioni per la salute; forse questo è il segno che possiamo andare avanti.

D: Sono presenti nel festival film realizzati durante la pandemia?

C: Quest’anno no, ma l’anno scorso un film fu aggiunto successivamente nella seconda parte delle giornate online, un film girato tutto in casa, An Ordinary Adventure di Roberto Zorfini.

J: Roberto è di origine italiana, si è trasferito a Montreal da qualche anno ed è riuscito a realizzare il suo primo lungometraggio durante la pandemia.



D: Progetti per il futuro?

J: Vorrei trovare nuovi posti per promuovere il cinema quebecchese in Italia; in futuro spero potrà essere possibile uno scambio con il vostro paese e proiettare qui (a Montreal) dei film italiani.

Tra l’altro, il videoclip Luz Y Espacio che Chiara ha diretto per The Delay in the Universal Loop, sarà presentato al festival Reeling: Dance on screen di Edmonton ad Alberta il prossimo mese.


Trailer “Journées du cinéma québécois en Italie”

Informazioni & programma

www.cinemaquebecitalia.com

Facebook CinemaQuebecItalia

Instagram @cinema_quebec_italia

Hashtag ufficiale #CinemaQuebecItalia

Nella seconda parte di questo articolo, in prossima uscita, parleremo del progetto di Kinetta I Racconti del Balcone e analizzeremo la situazione attuale degli spazi culturali in tempi di pandemia.


#ElectricSheep Drive-in: La nostra rubrica dedicata al mondo del cinema e i suoi protagonisti, a cura di Diana Cusani.

Il rap non ha nessuna remora a dire le cose come stanno, a confrontarsi con argomenti scomodi, difficili, che richiedono un pensiero e una riflessione.

Nella vita, io, il rap, l’ho scoperto tardi. Non sono una di quelle persone che ha iniziato ad approcciarsi alla musica ascoltando il rap, per poi intraprendere un processo di sedicente democratizzazione verso il pop, il jazz, il rock. Forse perché, quando avevo cinque anni e guardavo tutto il giorno i videoclip su Music Box, il rap non veniva passato quasi mai. E proprio per questo, sembrava che, per chi ascoltava il rap, il passaggio ad altri generi più popolari dovesse necessariamente essere una democratizzazione del gusto, abbandonando il mondo iperuranico, complesso e impegnato del rap, per abbassarsi alle canzonette.

Col tempo, ho capito che non è così. Che il rap parla a tutti – o quantomeno, parla a me – tanto quanto lo fanno tutti gli altri generi musicali. Parla con forme diverse, con intenzioni diverse, con linguaggi diversi, che non appena si è pronti ad accogliere, arrivano forti e disturbano. Disturbano perché il rap non ha nessuna remora a dire le cose come stanno, a confrontarsi con argomenti scomodi, difficili, che richiedono un pensiero e una riflessione. Ed è proprio per questo che, crescendo, sempre di più mi sono avvicinato a questo genere, e all’infinito mondo che gli sta intorno.


Intorno al rap, gravita 232aps, un’associazione di promozione sociale nata nel 2019, con l’intento di offrire percorsi artistici ed educativi per i giovani attraverso l’utilizzo della musica rap. Educatrici, educatori, psicologi e pedagogisti hanno lavorato negli anni nelle carceri minorili, nelle comunità penali e negli istituti penali per minori offrendo la musica rap come strumento per raccontarsi e fuggire, seppur per qualche ora, dal metatempo sospeso che permea quegli ambienti. L’istinto creativo dato dal rap ha concesso a questi giovani di esprimersi, di rielaborare il loro trascorso, di incanalare le loro energie e i loro pensieri altrimenti inghiottiti e mai metabolizzati. Non solo: il rap, per loro, diventa anche uno strumento di rieducazione, offrendo la possibilità di mettersi alla prova in ruoli professionali quali il musicista, il cantante, il dj, il tecnico del suono.



L’esperienza in questi ambienti ha fatto capire a 232aps l’importanza della prevenzione. E da qui, grazie anche ad Odd Socks Studio, è nato Inside the beat, outside the box. Il punto di partenza del progetto è la consapevolezza maturata da 232aps che per offrire un domani ai giovani che provengono da ambienti difficili, prevenire sia, di fatto, molto meglio che curare. Dare ai ragazzi delle periferie dei mezzi con cui esprimere i loro disagi, le loro paure e i loro sogni è la chiave per offrire loro un futuro all’altezza dei loro desideri. Sono cose che si vedono nei film e nelle serie tv, di solito: nel caso di 232aps, è una realtà. Inside the beat, outside the box è una raccolta fondi all-or-nothing: il target da raggiungere è 12.000 euro entro la fine di marzo, a cui il Comune di Milano ne aggiungerà 18.000. Con questi fondi, nascerà un progetto di valorizzazione dei giovani nei quartieri di Gratosoglio e Stadera, dove mancano completamente sportelli di supporti psicologici nelle scuole secondarie, dove il tasso di abbandono scolastico è troppo alto, e dove la percentuale di minori o giovani sfiora il 30%. Sono due quartieri che manifestano i paradossi intrinsechi a Milano, città che offre innumerevoli opportunità di crescita e realizzazione, ma che tutto intorno possiede situazioni di disagio. E la musica rap, al contrario dei tentativi di riqualificazione che si portano sempre dietro un’incontenibile gentrificazione che rimette tutto punto e a capo, può essere lo strumento ideale per cambiare le cose.



Con i fondi raggiunti attraverso il processo di crowdfunding, 232aps organizzerà quattro laboratori rap a carattere educativo per i ragazzi del quartiere, per insegnare loro una modalità di auto-espressione, inserendosi direttamente nei luoghi frequentati dai ragazzi di questi quartieri, senza stravolgere la loro quotidianità, ma offrendo loro uno strumento per viverla ancor più intensamente. E il rap, con il suo modo diretto di espressione, con l’odio verso l’ipocrisia, le mezze verità, il dico-non-dico che poi è sempre un non-dico, è senza dubbio la modalità espressiva più vicina ai giovani che provengono da qui. A questo, si affiancheranno diverse incursioni teatrali di teatro-azione, le “fiabe di emergenza”: Brigata Brighella, progetto nato in seno all’associazione 232aps, utilizzerà i parchi pubblici, gli edifici popolari, i luoghi d’incontro e li trasformerà in palcoscenico, offrendo un’occasione di svago e di comunità condivisa agli abitanti. Il teatro, lo diceva anche Victor Turner, altro non è che un rituale collettivo paragonabile alla professione religiosa, non fosse che, mentre nelle funzioni religiose è necessaria l’appartenenza a un credo, il teatro accoglie tutti, e come tale è uno strumento di amore universale. Portare questo concetto all’interno di comunità come quelle di Gratosoglio e Stradera significa portare un messaggio fortissimo e quasi distruttivo (nell’accezione, ovviamente, positiva). Il punto di partenza del progetto delle incursioni teatrali, che immagina un modo di fare teatro in un periodo in cui le norme sanitarie quasi disinnescano questa forma di espressione, ruota intorno al concerto del “non dare fastidio”: l’inserimento all’interno dei quartieri di periferia non fa rumore, non toglie, non pretende. Utilizza spazi esistenti, lascia al pubblico la decisione di aprire la finestra e ascoltare o di chiuderla e continuare a vivere come sempre, rispetta l’identità dei luoghi entro cui si inserisce. Entra in punta di piedi, e nel caso in cui si decida di accettarla, può fare il rumore di una banda di paese. A questo, si aggiungerà un concreto supporto alla rete di mutuo soccorso dei quartieri, e un evento finale con Jack the Smoker a fare da MC, dove i ragazzi potranno far sentire a tutti quanti il frutto dei laboratori.


Al progetto Inside the beat, outside the box, hanno partecipato – e tuttora stanno partecipando – molti nomi della scena rap, offrendo delle ricompense per le donazioni. Dalle giacche utilizzate al Festivalbar dei Gemelli Diversi, a dischi e vinili autografati di artisti come Nerone, Massimo Pericolo, Speranza, Ghali, Ernia, e di alcune personalità di scene diverse come Nina Zilli e Gianna Nannini. Ogni giovedì, sul profilo instagram @232aps, compariranno nuove ricompense, che raccontano l’ambizione di questo progetto e la sua rilevanza. Coinvolgendo artisti che provengono da mondi disparati, Inside the beat, outside the box rende lampante il fatto che la scelta del rap non è dettata dalla volontà di far parte di un mondo d’élite e lontano dal popolare: al contrario, è un tentativo di rispettare l’essenza dei destinatari del progetto, coinvolgendo anche chi, il proprio vissuto, lo racconta con intenzioni e mezzi diversi. Chiaramente, senza un aiuto condiviso da parte di tutti, questo non può bastare.


Alla fine, sentirsi parte di qualcosa foriero di senso e significato è un modo per sentirsi vivi. E qui, vivi ci si sente, molto

232aps racconta questo progetto definendolo “New York Style”: ho avuto la fortuna di poter partecipare a uno slam poetry in un quartiere periferico di New York, e di vedere la reazione della comunità all’incursione dell’arte nei luoghi di ritrovo: la sensazione di realizzazione, rivincita e completezza è qualcosa che, a parole, fatico a spiegare.

Inside the beat, outside the box è un progetto pilota: parte da Gratosoglio e Stadera, ma possiede il chiaro obiettivo di raggiungere sempre più luoghi, persone, comunità, e di utilizzare la musica rap come un vero strumento di rinascita e di prevenzione. L’accoglienza da parte dei quartieri è calorosa, proprio per questo modo di inserirsi che rispetta estremamente l’identità, senza porsi l’obiettivo di distruggerla – al contrario, di esaltarla. Con una donazione, chiunque può farne parte. E alla fine, sentirsi parte di qualcosa foriero di senso e significato è un modo per sentirsi vivi. E qui, vivi ci si sente, molto.