• Rossana Novielli

La comunicazione si evolve costantemente e i canali digitali ci confermano quanto essa sia legata al segno che continua ad oscillare tra immagine e parola. A metà strada tra le due c’è la scrittura, o meglio la calligrafia che ha riguadagnato un vivo interesse forse proprio in risposta ai click che si consumano freddi su tastiere e schermi touch.


Carla Accardi. Verderosso. 1977 su Minerva Auctions.jpg

L’arte della bella scrittura strizza l’occhio al disegno. Con esso condivide la naturalezza del gesto guidato dal sapere tecnico in un lavoro di distribuzione e accordo.


La calligrafia come composizione di linee, punti e superfici, chiama in causa Wassily Kandinskij, la cui arte è a monte delle ricettive sperimentazioni che hanno avuto luogo da metà ‘900. Sono i protagonisti dell’astrazione lirica, del tachisme, dell’informale, dell’art brut e dell’espressionismo astratto, che sprigionano una forte tensione gestuale in cui possiamo spesso distinguere una natura calligrafica.


In Francia, degli ideogrammi orientali sembrano esplodere nelle tele di Georges Mathieu, che compare tra le ispirazioni per gli alfabeti cromatici di Carla Accardi, figura di punta nella Roma degli anni ’50 e non solo, con il Gruppo Forma 1. Nel mentre, Henri Michaux registrava efficacemente i moti di un’esplorazione psichedelica in una danza primordiale di cifre antropomorfe, più che mai vicina ai contenuti delle sue poesie. Invece, negli inni visionari e multimaterici di Cy Twombly emergono riscritture di liriche classiche e miti greci tra sistemi di cancellature, iscrizioni di colore e corsivi iperbolici. Diversamente, Hans Hartung sfida la superficie con lampi spontanei quanto risoluti in una ricerca di effetti che tendono il segno e il colore alla spazialità del design grafico. Per abitare davvero ciascuno dei loro mondi potremmo tentare, come fanno loro, un linguaggio che parla aggirando le convenzioni.


una scrittura senza parole, che ha valore non per la semantica ma per il suo gesto

Questo è l’orizzonte della scrittura asemica. Già dal nome, si dichiara essere una scrittura senza parole, che ha valore non per la semantica ma per il suo gesto che spezza il cerchio chiuso dell’informazione, apre le forme, disarticola i tratti e lascia fluire nuovi significati. Il linguaggio asemico non si finge scrittura, vuole semmai decriptare i grafemi e tentare una nuova codifica. È una produzione personale ed un prodotto universale, che affonda le sue radici nell’atemporalità dei corsivi illeggibili di una Cina lontana, di erbari e manoscritti ancora oggi indecifrati e dei graffiti di società urbane più familiari. Le sue radici non si arrestano qui, anzi si rinnovano ad ogni nuovo tentativo di scrittura. Ad esempio, la post-letteratura dei cut-up di Brion Gysin sembrava rispolverare la scrittura automatica e gli atteggiamenti dada, invece stava ricodificando in pieno animo Beat le partiture e le annotazioni musicali. L’artista realizza le copertine per EP di non-musica e di spoken words che parlano chiaro, o quasi: forme generative di linguaggio compongono sinfonie sinestetiche e danno il loro personale contributo al fertile capitolo della pittografia musicale, che non può non menzionare l’esperienza poliedrica del compositore italiano Sylvano Bussotti. D’altronde, Kandinskij lo aveva suggerito, i suoi quadri erano già partiture grafiche, disegni musicali, tableaux-pentagrammi. La risonanza tra disegno, colore e musica troverà in John Cage la scintilla rivoluzionaria. Senza dubbio erano le calligrafie orientali e quella araba ad aleggiare nell’immaginario di questi demiurghi, per i quali il contenuto espande nella forma…




I cinesi la chiamano ‘disciplina’, i giapponesi ‘via’ come se la scrittura andasse percorsa un passo alla volta.


Queste scuole tentano infatti di raggiungere la conoscenza attraverso una pratica esercitata fin dalla postura. Il profondo affidamento alla dimensione corporea misto al senso di spiritualità dispone le condizioni per un vero e proprio rito celebrato attraverso la misura, la monocromia e un andamento verticale di singoli corpi per la shūfǎ e lo shodō; diversamente, la kashīda o taṭwīl suggerisce al testo arabo linee allungate, fluide, con andamento orizzontale, quando non assume sembianze geometriche. Oggi, lo shodō è davvero performance ed è presentata al pubblico da maestri come Norio Nagayama e Nakajima Hiroyuki. Proprio il contatto con queste manifestazioni contemporanee ha rimodulato il lavoro pittorico di Hassan Massoudi, schiudendo l’ermetismo calligrafico in immagini suggestive e aprendolo alla dimensione performativa. L’artista iracheno rivoluziona l’estetica del linguaggio scritto in un dialogo profondo con le punte della poesia araba e realizza visioni affascinanti di una cultura ricchissima e ipnotica. Ciò che si direbbe della sua collaborazione con Carolyn Carlson, dove il gesto metamorfico e virtuoso si materializza sotto i nostri occhi in videoproiezioni e danza. La ballerina e coreografa statunitense ha improntato proprio sulla calligrafia il suo stile peculiare e innovatore.


Ma forse l’ambito più prolifico per la cura della linea scritta è proprio il design che dal disegno non adotta soltanto il nome

Nella sospensione immagine-parola abbiamo scovato i lavori di Félix Cano (@artxcano) il cui calligrafismo è negli agglomerati di segni dal sapore preistorico o dal capriccio malinconico di una cartolina annerita. Marco Giovenale (@differx_it) anatomizza le immagini proponendo un mix di scrittura asemica e glitch art, l’errore imprevisto nell’elettronica e nel digitale, che è ormai una forma estetica affermata.


Marco Giovenale. Asemic Sybil Glitched

Ma forse l’ambito più prolifico per la cura della linea scritta è proprio il design che dal disegno non adotta soltanto il nome. Ce lo confermano le produzioni post-culturaliste del designer marocchino Montasser Drissi (@montasserdrissi) che attinge proprio dalla preziosità dei caratteri arabi più autentici e lontani dalle incursioni moderniste la chiave per realizzare montaggi armonici con la tipografia latina, coniandone una nuova. Sulla stessa scia, noi che non siamo immuni al fascino dell’usato, dopo Libri Belli abbiamo scovato @arabiccoverdesignarchive. Il progetto, a cura del designer egiziano Moe Elhossieny, intende raccogliere un numero sufficiente di cover di vecchi libri per riempire il vuoto lasciato da una storia del design arabo mai delineata.



Qui la calligrafia esibisce in vesti sgargianti il carattere figurativo e mutaforma che l’intrinseca scelta iconoclasta di questa cultura millenaria aveva stimolato in risposta. Infine, dopo il tuffo nei pattern verbo-visuali di The Grand Bizarre riemergiamo tra le linee di Dear Clay. In questo ultimo prodotto editoriale, l’artista svizzera Stephanie Baechlair (@stephaniebaechlair) ha riprodotto l’essenza indeterminata e fluida delle sue “complicazioni” tipografiche in una soluzione continua dal contenuto alla forma.


Qualunque sia la loro veste, i disegni non sembrano parole ma si comportano come tali.

Per approfondire:

Tracciati, a cura di Rossana Novielli, è la nostra prima rubrica interamente dedicata al disegno. Sulla scia dei momenti che hanno contribuito a ridefinirlo, tratteggiamo possibili scenari per il panorama artistico contemporaneo attraverso i lavori di artisti più o meno conosciuti.

Opis, Olim e Orior formano la rosa di prodotti offerti dalla Cooperativa Sociale Osiride al termine della campagna di raccolta 2020 del frantoio Nata Terra.

Il contesto


Nell’ultimo semestre dell’anno, rapso ha avuto l’occasione di confrontarsi con la Cooperativa Sociale Osiride per ridisegnare l’identità visiva di Nata Terra, attiva nella produzione di olio sia nella riabilitazione sociale e territoriale.

Osiride è una cooperativa impegnata nella costruzione di un nuovo sistema di welfare locale tramite la progettazione e gestione di servizi sociali, educativi ed assistenziali, finalizzati all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate. In questo contesto, Osiride ha deciso di affidare a rapso l’ideazione e la costruzione dell’identità visiva del frantoio Nata Terra e della sua produzione per l’anno 2020, da declinare in tre prodotti distinti ma coerenti tra loro.


Con l’acquisto dei prodotti, stiamo supportando il programma sociale di Osiride in lotta contro le economie criminali e a sostegno di un modello di sviluppo innovativo e sostenibile.

Dopo essersi confrontato con Osiride, il team creativo di rapso ha iniziato a delineare il profilo dell’intervento, organizzando il lavoro sulla base delle necessità del cliente: da un lato la costruzione del contesto narrativo in cui raccontare la storia del frantoio e delle sue attività; dall’altro la presentazione visiva dei prodotti. Pur viaggiando su binari paralleli, questi due percorsi hanno modo di incontrarsi e contaminarsi in maniera costante e bilanciata.


Il processo creativo


Se da un lato la ricerca del contesto storico di riferimento si è concentrata sul territorio, rievocando le lontane epoche pre-romane durante le quali ausoni e aurunci prosperavano, il percorso creativo ha dovuto conciliare input provenienti non solo dal cliente, ma anche dai trend del settore, in un output narrativo e visivo coerente. Il recupero diventa così l’elemento principale dell’ intervento, estendendolo non solo al recupero di beni sottratti alla criminalità organizzata, ma anche a quello delle persone, vittime di realtà difficili in un contesto lavorativo che restituisce dignità all’individuo, in quanto parte di un tessuto sociale operoso e coeso.



Strappare una risorsa da un contesto criminale o di isolamento sociale, per restituirlo a una comunità sana, costruita sopra valori autentici, eredità storica e resistenza.

Come la narrativa ha voluto pagare tributo alle prime civiltà del territorio, anche graficamente si è voluto rappresentare il concetto di stratificazione culturale e strappo, inteso come l’atto di strappare una risorsa da un contesto criminale o di isolamento sociale, per restituirlo a una comunità sana, costruita sopra valori autentici, eredità storica e resistenza. Una terra che porta le cicatrici delle continue conquiste e riconquiste, che negli anni hanno dato forma alla propria cultura, in perpetuo rinnovamento e confronto con i numerosi tentativi di corruzione morale e non.


“Tradizione, recupero e rinascita. La bontà del nostro olio va oltre il sapore”.

Sì, perché Nata Terra non vuole esaltare soltanto i sapori del proprio territorio, ma anche il duro e onesto lavoro dei soci che la compongono.


Naming


Nel naming dei tre oli, la lettera O (una forma piena, morbida tondeggiante come le olive) diventa il fil rouge che collega i singoli prodotti e al tempo stesso ne determina le singole proprietà. I nomi scelti (presi in prestito dalla lingua Latina) godono di una fortissima carica narrativa, per rappresentare singolarmente 3 diversi aspetti della stessa missione: Opis, Olim e Orior formano quindi la rosa di prodotti offerti da Nata Terra al termine della campagna di raccolta 2020


Opis per indicare il concetto di “forza”: “Ciò che ci pone in condizione di fare grandi cose” si legge sull’etichetta. Opis come opera, risorsa. Opis rappresenta il prodotto base della collezione, in linea con le produzioni precedenti di olio extra vergine di oliva italiano di grande qualità.







Olim gode forse del significato più potente: con questo avverbio i latini erano soliti indicare un qualsiasi momento indeterminato come “una volta”, riferito al passato, oppure “un giorno”, riferito al futuro. Un ponte tra un passato doloroso e un futuro pieno di opportunità, in quanto la produzione di Olim si concentra sulle risorse del bene confiscato alla camorra “Antonio Landieri” di Teano.




Orior è indiscutibilmente il top di gamma della produzione Nata Terra. Un olio extra vergine bio, 100% italiano, prodotto con olive locali di pregiata qualità. Orior significa sorgere, ma anche “trarre origine”, cominciare. Una rinascita che si fa carico di una cultura ricca, di sapori e tradizioni.







Il risultato


Con l’obiettivo di raggiungere una vasta platea di consumatori, l’identità dei tre oli riesce a porsi autorevolmente in un contesto molto impegnato, in maniera mai banale. Opis, Olim e Orior traghettano le tradizioni locali verso l’innovazione tramite uno sviluppo sostenibile, con eleganza e contemporaneità.


Il dietro le quinte è allo stesso modo rilevante: Il confronto tra due realtà che promuovono processi di lavoro innovativi, orizzontali e condivisi, si è rivelato un'occasione per esaltare l’ascolto e la contaminazione creativa.


Il risultato del progetto va oltre la produzione e la vendita degli oli. Con l’acquisto dei prodotti, stiamo supportando il programma sociale di Osiride, in lotta contro le economie criminali e a sostegno di un modello di sviluppo innovativo e sostenibile.


Continueremo ad occuparcene su rapsomag, per raccontare il lavoro del nostro team creativo e per predisporci a ulteriori incontri. Se anche tu, come Osiride, vuoi coinvolgerci nel racconto della tua storia, scrivici a rapsomag@gmail.com.

Creative direction: Claudio Landi

Art direction: Eleonora Capodiferro

Creative strategy: Riccardo Ciucci

Communication design: Alice Cassanmagnago

Illustration: Chiara Orsini

Multimedia/web production: Luca Ragucci, Marina Fastoso






Chi di voi, tra studiosi o appassionati di storia dell’arte, si è imbattuto in Mnemosyne? Non bisogna essere cultori dell’iconografia per apprezzare la portata storica del celebre atlante figurativo di Aby Warburg. Il critico tedesco ha proposto una nuova ricerca sull’immagine basata sulle analogie figurative, gestuali ed espressive dei soggetti rappresentati. Immaginate un migliaio di immagini, là disposte davanti al vostro sguardo, che dialogano tra loro non secondo criteri storici, ma solo seguendo il proprio pathos.


Pieter Bruegel the Elder, Children’s Games, 1560 VS Martin Handford, Where’s Wally?, 1987-present

Come ci dimostra questo enorme lavoro (lasciato incompiuto a causa della morte di Warburg nel 1929) la riemersione di certi motivi visuali è quindi costante, ma a patto che questi abbiano il coraggio di ri-semantizzarsi. Nel progetto Confórmi di Davide Trabucco, la nostra naturale voracità visiva cede piano piano il posto ad un’attitudine investigativa, perché vediamo conversare – in totale armonia – immagini che fino a quel momento non erano mai state avvicinate. Possiamo quindi avvertire una volontà esplorativa simile a quella di Mnemosyne, mentre il taglio diagonale e i perfetti incastri tra immagini formano un’attraente enciclopedia visiva tra passato e presente. Il lavoro di Davide nasce nel 2015, su Tumblr, e approda su Instagram l’anno successivo. I suoi post sono veri e propri collage digitali che, come nei tagli di Lucio Fontana, offrono nuove possibilità all’esperienza visuale. Si ha la sensazione che si possa andare sempre un po’ più in là, per trovare nuove consonanze e inaspettati nuclei di vita oltre il confine della pura fruizione tradizionale.

"confórmi mi ha insegnato a leggere le immagini, a capirle nel momento stesso in cui viene costruita quella nuova"

“Confórmi” viene etimologicamente da cum – forma, quindi richiama ciò che ha la stessa forma, che condivide la medesima struttura. Per te è solo questione di forma estetica? O pensi che le immagini che accosti abbiano in comune anche dei tratti concettuali?

Il lavoro, nel layout in cui è conosciuto, nasce anche per essere diffuso facilmente tramite i social network. È però un archivio di mie immagini e altri riferimenti, che avevo iniziato a collezionare nel mio computer, sistematizzati secondo una mia regola, e che ho poi deciso di rendere pubblico e condiviso. Quindi credo che la questione estetica abbia una parte rilevante nella costruzione dell’immagine finale, con la volontà di avere un effetto immediato sia su di me, che sul fruitore/utente. Molte immagini, incentrandosi poi sull’iconografia e la ricorsività di alcune forme all’interno della storia dell’arte, lavorano anche su un piano non solo formale, ma di significati variabili e spesso antitetici che queste forme assumono.


Hubble Deep Field, Hubble Space Telescope, NASA, 1995 VS Beato Angelico, Madonna delle Ombre, Convento di San Marco, Florence, Italy, 1438-1450 (detail)
"Il processo selettivo è la mia memoria. Non cerco immagini per creare immagini. Le immagini si lasciano forse scegliere"

«Le affinità sono tanto più notevoli quando operano delle divisioni tra elementi, quando producono, direi, dei divorzi… […] Dunque noi chiamiamo elettive le affinità che producono tale trasformazione; perché pare davvero che all’unione primitiva gli elementi in questione abbiano preferito per vera elezione, per spontanea tendenza, un’unione nuova e diversa», scriveva Goethe ne “Le affinità elettive”. Pensi che anche le tue immagini abbiano delle affinità elettive naturali? Le scegli o si lasciano, per così dire, scegliere? Qual è il processo selettivo?

Il processo selettivo è la mia memoria. Non cerco immagini per creare immagini. Le immagini si lasciano forse scegliere; molte di esse ritornano spesso nella mia memoria e molto spesso non sono in grado di leggerle o dare loro i significati profondi di cui esse sono portatrici. In questo senso credo che confórmi mi abbia insegnato a leggere le immagini, a capirle nel momento stesso in cui viene costruita quella nuova. Ero partito con l’idea di aver capito il dispositivo che avevo creato, in realtà, come spesso accade, le cose si rivelano nel rapporto quotidiano che hai con loro. Certi meccanismi di costruzione delle immagini li continuo a capire meglio giorno dopo giorno lavorando alla costruzione di questo archivio.


Freddie Mercury, Magic Tour | Wembley Stadium, London, UK, 1986, photo by Suzie Gibbons VS Agesander, Athenodoros and Polydorus, Laocoön and His Sons, 1st century AD

Il critico d’arte Aby Warburg, nel suo celebre atlante delle immagini, Mnemosyne, aveva messo in relazione numerose riproduzioni fotografiche di opere appartenenti ad epoche diverse. In questo modo, aveva dimostrato come le immagini siano in grado di riproporsi, risemantizzandosi, continuamente. Mi pare che sia anche il fil rouge del tuo lavoro, o lo trovi ambizioso?

Aby Warburg e il suo Atlante sono sicuramente riferimenti irrinunciabili se si lavora con il perpetuo ritorno delle immagini. A partire dal lavoro di Warburg mi sono poi interessato a tutta la scuola che col tempo è nata intorno a lui (Saxl, Panofsky, Baltrušaitis…) e che ha portato alla nascita di quelli che oggi chiamiamo visual e cultural studies. Uno degli approcci più interessanti è sicuramente il lavoro costante su tutte le immagini, qualunque sia la loro provenienza. In questo senso Confórmi non vuole raccontare il riemergere delle forme nei capolavori della storia dell’arte, ma abbracciare tutti i miei interessi e le immagini con cui entro in relazione ogni giorno.


"Ho sempre visto confórmi come un luogo in cui le persone possono vedere qual è il mio personale modo di vedere il mondo"

Great White Shark (Carcharodon carcharias) VS Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese, 1959

A distanza di cinque anni hai condiviso su Instagram oltre mille consonanze, come vedi oggi il tuo primo post? Cosa è cambiato e cosa immagini per il futuro del progetto?

Il primo post ha un valore in sé perché quella mostra di Rudolf Stingel a Palazzo Grassi a Venezia rimane un riferimento ricorrente nel mio lavoro. Il dispositivo che Stingel aveva creato a supporto delle sue opere avvolgeva tutte le sale del palazzo e ne cambiava la percezione sia visiva che uditiva. Spesso riguardo le immagini più vecchie, a volte ne vedo i punti deboli e le ingenuità, altre volte riescono ancora a darmi suggerimenti e spunti. Il progetto, pur essendo pubblico, continua a rimanere una ricerca personale e si esaurirà quando non avrà più niente da dirmi. Ho sempre visto confórmi come un luogo in cui le persone possono vedere qual è il mio personale modo di vedere il mondo, ma tutti i progetti che da esso nascono cercano sempre di avere un’identità libera e differente rispetto al layout di Instagram.