• guerranita8


Si può - davvero - essere fotocronisti anche senza fare fotografie? Quella che per me è una domanda, per Bruno Munari è la conclusione alla quale giunge al termine della rigorosa e ingannevole cronaca fotografica su Inez, un’isola in cui si coltivano tartufi.

L’idea, resa concreta nella pubblicazione del 1944 Fotocronache dall’isola dei tartufi al qui pro quo, parte dalla concezione dell’immagine fotografica come una delle modalità espressive disponibili, ed esplora le possibilità nate dall’appropriazione di materiale già esistente re-impiegato per il racconto di storie generate dalla fantasia del narratore stesso, senza richiedere al lettore-osservatore la conoscenza del suo contesto di origine. Così Munari avanza l’ipotesi, apparentemente paradossale, che si possa fare cronaca fotografica anche senza macchina fotografica e Fotocronache, in quanto narrazione attraverso immagini rubate, si presta a questa indagine anticipando, con l’innocenza del gioco “facciamo che io ero”, una delle caratteristiche della cultura visiva attuale.



“Io credo che in fondo l’inganno sia possibile perché la gente vuole essere ingannata. Ci piacciono le storie delle fiabe, di Babbo Natale, dei Re Magi. Ci basta anche una minima argomentazione per credere in questo tipo di racconti”

Anche se - o forse proprio grazie a questo - l’immagine fotografica viene considerata, per sua natura, una documentazione imparziale della realtà; il continuo sovrapporsi di significati comporta lo smarrimento del messaggio originario, mettendo in atto un meccanismo che fa riflettere sul concetto di verità e quindi, per contrasto, sul concetto di fake.

In occasione di Foto/Industria 2017, Joan Fontcuberta esamina tre esempi di “fotografi inventati”, tra i quali l’iconica Vivian Maier affrontando così il tema della post-verità: un atteggiamento incurante della verità stessa la quale viene rimpiazzata dalla vero-simiglianza di un racconto. “Io credo che in fondo l’inganno sia possibile perché la gente vuole essere ingannata. Ci piacciono le storie delle fiabe, di Babbo Natale, dei Re Magi. Ci basta anche una minima argomentazione per credere in questo tipo di racconti”.



E infatti il Progetto X.B./Sfatare la leggenda di Vivian Maier di Fontcuberta consiste nella creazione di storie fittizie rese credibili da materiale fotografico già esistente che assume, in questo modo, nuovi significati. L'azione già proposta da Munari, si ripresenta nel caso specifico di Vivian Maier e si discosta dalla semplice ri-significazione, presentandosi più come una rivendicazione: un auto-attribuzione che, anche se il racconto non fosse di completa invenzione di Fontcuberta, assumerebbe un significato rinnovato proprio perché rivendicato dall’artista.


Il ciclo di vita dell’immagine contemporanea sembra essere definito dalla sua potenzialità e versatilità a essere caricata di significati, talvolta anche contrastanti, che si susseguono in un processo di sovrascrizione la cui fluidità comporta il livellamento dei confini delle figure del produttore, narratore e fruitore: quest’ultimo in particolare, si fa coautore nel momento stesso in cui legge e interpreta, simultaneamente, l’immagine e a sua volta diventa narratore nel momento in cui la ri-condivide.

Questa nuova figura, il prescriptor, già individuata nel saggio La furia delle immagini, è intesa in ambito artistico come l'autore che reinterpreta materiali già esistenti grazie a una spiccata capacità di condizionare, e quindi di trovare riscontro, nel pubblico. In questo modo la definizione concepita per la descrizione di un trend artistico coincide sempre più con quella dell'influencer, mettendo in evidenza un canale che connette le esperienze artistiche con l’uso delle immagini come linguaggio condiviso, vere e proprie "parole pronunciate, che una volta raggiunto il loro destinatario non hanno più bisogno di essere guardate, avendo già esaurito il loro compito di comunicazione”, scrive Fontcuberta.

In questo contesto l’autore “primo” deve fare i conti con le possibilità di distorsione dell’immagine che mette in circolo: uno degli esempi più recenti è Il corpo del Capitano, progetto fotografico di Luca Santese e Marco P. Valli, che nasce da una fotografia del volto ritratto e mostrificato di Matteo Salvini, riletto dalla redazione dell'edizione europea del TIME come il "nuovo volto dell'Europa" deviando così il messaggio visivo originario.

La riappropriazione dell’immagine da parte dei fotografi allora, non può che passare per la ri-significazione che sfrutta il furto per la costruzione di un dialogo: la fotografia riappare sulla copertina del progetto Il corpo del Capitano, disumanizzata, è privata degli occhi come in una maschera.



l’autore si trova davanti a una scelta per nulla facile...

Questo esempio è emblematico di una modalità di circolazione delle immagini che, pur variando da caso a caso, vede l’immagine perdere il contatto con il suo autore e con il suo contesto di origine per trasformarsi in parola inserita in un discorso collettivo.


Ma, se da un lato la democraticità di questa forma di comunicazione permette di “dare parola” potenzialmente a chiunque e perciò di abbattere quelle barriere spesso accusate di ostacolare la comprensione dell’arte contemporanea, dall’altro, l’autore si trova davanti a una scelta per nulla facile: può raccogliere la sfida e rispondere a un continuo ed esponenziale dialogo che si instaura sopra la sua immagine o può affannarsi nell’ardua e, forse, sconclusionata ricerca di creare un’immagine incorruttibile, che non possa essere fraintesa, ritorta o rivendicata.




  • Filippo Colombo

Restrospettiva su una produzione musicale smisurata.

Chiunque abbia aperto, nell’ultimo mese, un social network a scelta, si sarà sicuramente imbattuto, volente o nolente, in un bilancio musicale dell’anno ormai quasi interamente trascorso. Da Spotify Wrapped che ci mette faccia a faccia con la realtà dei fatti, ovvero che malgrado la spocchia da hipster, nel 2020 abbiamo ascoltato prevalentemente Musica (e il resto scompare), ai migliori album dell’anno scelti da Rolling Stone, alle playlist di Pitchfork – innumerevoli testate, più o meno autorevoli, hanno stilato insindacabili classifiche sul 2020 in musica.

Il 2020, mettici la pandemia, i mancati introiti dei live, l’urgenza creativa come istinto di sopravvivenza che sembrava essersi impossessata di tre quarti dell’umanità in primavera, ha creato un sovraffollamento musicale inedito. Una marea di singoli, album, EP, perfino dischi live hanno visto la luce. Se quando tutto è iniziato, diversi artisti avevano optato per rimandare l’uscita degli album a tempi migliori, quando le consuete attività promozionali sarebbero state nuovamente realizzabili, in seguito, a suon di “è giusto che i fan abbiano qualcosa di nuovo in questi mesi così drammatici” – che a essere cinici, è facile leggerci un “visto che di concerti, ancora per un bel po’, non se ne parla, tanto vale fare due soldi con i diritti d’autore” – gli ascoltatori musicali sono stati travolti da una valanga di nuova musica, settimana dopo settimana. Per questo motivo, stilare una classifica è ancora più difficile di quanto lo sia di solito – e proprio perché sarebbe troppo complicato essere esaustivi e inclusivi, non farò una classifica, ma una retrospettiva.


Nei mesi del lockdown, c’è stato anche chi ha avuto il coraggio di far uscire dischi dietro i quali ci sono stati anni di lavoro.

C’è stato un tempo, che sembrano passati anni, in cui la pandemia, almeno nel mondo occidentale, non era ancora una realtà. In questo tempo remoto, che tuttavia era già 2020, sono usciti alcuni dischi. Per esempio, 5, EP di Giovanni Truppi con, appunto, 5 canzoni, accompagnate da altrettanti fumetti, un esperimento perfettamente riuscito; lo spleen esistenziale dei Voina riversato in Ipergigante, terzo album della band abruzzese (a cui sono particolarmente legato in quanto mio ultimo concerto pre-pandemia, ma soprattutto ultimo momento in cui ho pogato – e chissà quando si potrà tornare a farlo); Miss Anthropocene di Grimes, disco involuto, quasi indecifrabile ma non privo di pezzi interessanti e di influenze da una marea di generi musicali diversi (basti pensare che in Delete Forever l’eclettica cantautrice utilizza chitarre country); gli album dei cantanti in gara a Sanremo, dal già citato Twerking Queen di Elettra Lamborghini, a Che vita meravigliosa di Diodato, al cui interno ci sono almeno altri tre pezzi con i quali avrebbe vinto il Festival – ognuno poi può decidere se è un bene o un male. È successo all’incirca proprio quando Bugo ha deciso di andarsene mentre Morgan si domandava cosa succedesse: il tempo del rilascio musicale è terminato, ed è iniziato un meta-tempo accelerato.


All’inizio, ci sono state le canzoni sulla pandemia. Canzoni di speranza, canzoni divertenti, canzoni perché per mesi si è parlato solo di quello e di che cos’altro vuoi scrivere?

E se alcune, come Quando dei Tre Allegri Ragazzi Morti o L’esercizio fisico di piangere di Galoni continueranno a farci sorridere e un po’ tremare anche nel giorno in cui tutto questo sarà solo uno spiacevole ricordo, dell’AutocertifiCanzone dello Stato Sociale, o di Come conchiglie dei FASK – per citarne un paio – continueremo a farcene ben poco, così come ben poco ce ne siamo fatti quando sono uscite. Non solo questo, tuttavia – perché nei mesi del lockdown, c’è stato anche chi ha avuto il coraggio di far uscire dischi dietro i quali ci sono stati anni di lavoro. Parlo di Dua Lipa, dei John Qualcosa (che abbiamo intervistato a ridosso dell’uscita del disco), di Ghemon, di Lady Gaga. Se di tutti, senza dubbio, si applaude il coraggio, non vale necessariamente la stessa cosa per lo spessore artistico – per esempio, a me non è chiarissimo il senso di pubblicare un disco dance nel 2020, così come non mi è chiaro come Break my heart abbia raggiunto la vetta di tante e varie classifiche.



Si è mosso ben più di qualcosa nella scena folk e lo-fi. Dal supremo maestro Bob Dylan con il suo encomiabile Rough and rowdy ways, senza dubbio uno dei lavori meglio riusciti di quest’anno, e che è riuscito a superare la sovrapproduzione ritagliandosi tempo e rilevanza senza fare rumore e senza annunci gridati, a Fake it flowers di beabadoobee, di cui ho scritto qui per ben due volte, l’ultima pochi mesi fa per commentare uno dei dischi più interessanti dell’anno. Dopo aver cantato, nei due album precedenti, la primavera (in Third of May / Odaigahara) e l’estate (in Mykonos), i Fleet Foxes cantano l’arrivo nell’autunno in Shore, e se in brani come I’m not my season riescono a essere ammirevolmente icastici, con il contrasto tra la rinascita di Settembre e la fine dell’estate a guidare l’atmosfera malinconica, troppo spesso appaiono simili ai Coldplay, e insomma, il Signore ci faccia la grazia di lasciare che esista un solo esemplare di Coldplay, che è già più che sufficiente. Sempre in ottemperanza alla sua incontinenza creativa, Floral Prince di Field Medic arriva solo un anno dopo fade into the dawn, ma nonostante questo è un lavoro estremamente valido, fedele a se stesso in modo quasi spasmodico, con lo zampino di Pickleboy per il pezzo più bello. Phoebe Bridgers ha finalmente fatto centro con Punisher, guadagnandosi quattro nomination ai Grammys, tra cui quella di Best New Artist e l’attenzione di tutta la critica musicale. I Peach Pit si sono affidati alla produzione di John Congleton (vincitore di un grammy nel 2015 con St Vincent) per il loro secondo album in studio, You and your friends, e Charlie Burg si è preso una pausa dopo tre dischi in tre anni consecutivi, ma i pochi singoli che ha rilasciato quest’anno (su tutti, Channel orange in your living room) fanno quasi rimpiangere una scelta che, se vista razionalmente, è più che encomiabile.

La rivelazione più grande da questo mondo è senza dubbio chloe moriondo, che ha cavalcato a pieno l’onda del 2020 e ha rilasciato ben due EP a distanza di pochi mesi – dando voce alla sua anima più acustica e high-school-love-story in canzoni come Kindergarten e Manta Rays fino al cuore punk di I want to be with you, che ho promesso di non fare classifiche, ma se volessi farla sarebbe sicuramente nei migliori dieci pezzi dell’anno.


In Italia, la lotta per i tormentoni estivi ha raggiunto quest’anno dimensioni omeriche.

Anche in Italia, l’industria discografica ha trovato il modo di girare. La lotta per i tormentoni estivi ha raggiunto quest’anno dimensioni omeriche, e accanto ai fedelissimi battaglieri Irama, Baby K, Giusy Ferrari e Alessandra Amoroso con i Boomdabash (com’era? Nasci da incendiario…), si è adagiata perfino sua Maestà Chiara Ferragni, passata, nel giro di una pandemia, da causa scatenante dei mali dell’umanità a panacea dei suddetti mali. Ma sui tormentoni estivi non andrò oltre.

Colapesce & Dimartino hanno, finalmente, raggiunto un pubblico all’altezza del loro talento – come testimonia la recente notizia della loro presenza a Sanremo 2021 – pubblicando I Mortali, album tremendamente estivo nell’accezione migliore possibile, in cui coesistono ritornelli martellanti ma non per questo ostili (Cicale, Noia mortale, Rosa e Olindo), riflessioni serio-facete sulla difficoltà di fare il cantautore al giorno d’oggi (Il prossimo semestre), l’arsura montaliana che accompagna i ricordi di affetti perduti (Majorana) e un duetto che più Sicilia non si può con Carmen Consoli (Luna araba). Francesco Bianconi per la prima volta senza Rachele e Claudio ha dato la luce a Forever, disco incantevole, senza orpelli produttivi smaniosi di contemporaneità, con la consueta padronanza degli arrangiamenti per archi che da sempre caratterizza gli album dei Baustelle, ospiti d’eccezione (Rufus Wainwright, KAZU) e lingue lontane. Anche uno come me che con i Baustelle ci è cresciuto e che ha vissuto la loro separazione circa come se fosse la separazione dei miei genitori, non può che ammettere che se è questo quello che verrà dopo, allora, in fondo, va bene (e come dicevo prima non faccio classifiche, ma se la facessi, Certi uomini sarebbe probabilmente il primo pezzo del 2020). Vasco Brondi – fa ridere a dirlo – è riuscito a pubblicare un disco live nel 2020; Margherita Vicario ha continuato a cercare un’identità con Pincio, ma non sono così sicuro che l’abbia trovata; Giorgieness ha invece trovato la chiave per colpire a segno – una chiave che, troppo spesso, non è stata in linea con il suo indiscusso talento – con Hollywoo; Calcutta è ritornato con la canzone più scontata possibile, e non è arrivato il quarto album dei Cani.



Una rivoluzione: un disco pubblicato a sorpresa, una liberazione interiore dell’artista

Tuttavia, nonostante l’iper-produzione, la mancanza di tour, l’infrangersi di tutte le regole della discografia, il 2020 è stato, inequivocabilmente, l’anno della consacrazione totale e definitiva di Taylor Swift. Ha scelto l’anno in cui Lady Gaga è sembrata perdersi in un disco che non ha retto le aspettative, Beyoncé ha deciso di darsi al mondo delle colonne sonore, Adele ha detto che per un po’ ancora dovremmo aspettare, Lana Del Rey ha millantato almeno due album ma ha rilasciato solo un mediocre singolo, Lorde è rimasta fedele al suo quasi totale silenzio, Miley Cyrus è stata molto più rock nell’attitudine che nei pezzi, e Dua Lipa ha manifestato evidentemente i suoi limiti artistici. E ha pubblicato due album che sono destinati a rimanere nella storia, e a incoronarla come la popstar del decennio. In estate, è arrivato folklore. Una rivoluzione: un disco pubblicato a sorpresa, una liberazione interiore dell’artista, che stufa di dover adempiere al medesimo copione per ogni album, ha deciso di sfruttare la situazione inusuale a suo favore, fregandosene delle ospitate, del rilascio calibrato dei singoli guidato dalla casa discografiche, dei firmacopie, del tour. Quindici canzoni scritte e registrate durante il lockdown, con la fedele produzione di Jack Antonoff (che, come Bleachers, nel 2020 ha scomodato The Boss e rilasciato anche 45, un secondo singolo, andando di diritto nella top 10 di quella classifica che non ho fatto ma che se avessi fatto!), che mostrano una cantautrice completamente diversa dalla scatenata popstar di Reputation o 1989; un’anima più malinconica, riflessiva, canzoni con rimandi reciproci (il triangolo cardigan-august-betty è degno di uno spettacolo teatrale), figure retoriche, bridge metricamente ineccepibili, e lunghi articoli su reddit che cercano di spiegare il significato nascosto del disco appellandosi alle parole che lei usa, e uno va a pensare che Taylor Swift è talmente talentuosa che tutte quelle illazioni folli potrebbero sinceramente essere state pensate: insomma, senza girarci intorno, un disco che raramente capita. Avercene, di dischi così.

Ci ha preso gusto, Taylor Swift, ed ecco che, di nuovo a sorpresa, pochi mesi dopo è uscito evermore, la sorella di folklore, come l’ha definito l’artista. Se folklore poteva essere inteso come una inusuale parentesi dovuta ai tempi imprevedibili e (si spera) irripetibili, evermore rappresenta il completamento dell’evoluzione dell’artista. Taylor recupera il country dei primissimi lavori, le produzioni pop (Jack Antonoff è marginale in evermore, e lascia il posto ad Aaron Dessner), la ricercatezza dei testi, e mette tutto insieme nel suo passo da gigante, evermore, un lampante manifesto di quello che è e – soprattutto – che sarà.



La produzione musicale nel 2020 è stata così vasta, che, alla fine, ognuno avrà il proprio ricordo di quello che ascoltava nella pandemia

La produzione musicale nel 2020 è stata così vasta, che, alla fine, ognuno avrà il proprio ricordo di quello che ascoltava nella pandemia, per fare workout (che personalmente non capisco come ci si possa concentrare su altro rispetto all’agonia), come sottofondo durante lo smart working, o anche solo come memorandum di essere vivi ed essere ancora in grado di avere i brividi durante un bridge particolarmente carico. L’impressione, però, è che l’artista del 2020 sia stata una, capace di scalzare via la concorrenza più numerosa della storia. Nella speranza di un 2021 in cui i dischi vengano centellinati un po’ di più - ma, ed è la mia unica preghiera, che ai concerti succeda l’opposto.





Al telefono mi accoglie una voce solare e piacevole, è quella di Livia Satriano, ideatrice del progetto Libri Belli: un’iniziativa nella quale libri orfani reperiti perlopiù nei mercatini e nelle vecchie cantine ritrovano nuova luce, una nuova vitalità nell’accogliente vetrina della bellezza, a cui appartengono da sempre.


Così, in una mattina invernale, io a Bologna e lei a Milano, abbiamo chiacchierato di come sia nata la pagina Instagram @libribelli_books nel 2017, di quanto sia affascinante la casa editrice Franco Maria Ricci, del fatto che i libri vadano giudicati dalla copertina, sì, ma che a volte sono custodi di tesori ben maggiori. All’interno del dibattito sul bello, sui libri e sui libri belli, Livia vuole restituire la magia della curiosità e della scoperta di un oggetto apparentemente così quotidiano.

ILARIA: Il profilo Instagram del tuo progetto si chiama Libribelli_books, hai quindi deciso di utilizzare per la sua descrizione uno degli aggettivi più complessi e inflazionati del nostro dizionario: bello. Ma cos'è per te la bellezza? Pensi anche tu che "la bellezza salverà il mondo" o è solo una frase delirante di Dostoevskij?

LIVIA: Dietro il nome, devo essere sincera, non c’è un grande ragionamento perché è nata come una cosa abbastanza estemporanea. Tu dici che l’aggettivo è ‘complesso’ e ‘inflazionato’ però è anche uno dei più semplici e immediati, di conseguenza ho pensato potesse funzionare. Mi piacciono i nomi descrittivi che ti introducono la cosa così com’ è e mi sembra azzeccato proprio perché è semplicissimo ma, al tempo stesso, è come una sorta di gioco che dice quali siano per me i libri belli.




I: Effettivamente hai tanti followers, quindi direi che a livello di criteri selettivi, per quanto soggettivi, siano abbastanza condivisibili.


L: Sì, mi sono accorta che poi, appunto, non era solo il bello soggettivo che intendevo io secondo il mio gusto personale, ma iniziava a riscontrare l’interesse e anche rispondere al gusto di altre persone. E quindi a maggior ragione… Missione compiuta!



I: Direi proprio di sì. Per quanto riguarda la tua libreria – fisica e virtuale – è ricca di esemplari interessantissimi. Qual è il tuo libro preferito? C'è una pubblicazione in particolare che ti ha spinto a iniziare questo progetto?


L: È un libricino che ho trovato ormai più di tre anni fa nella cantina dei nonni che si chiama “La chiave del successo. Metodo pratico e infallibile per riuscire nella vita” ed è degli anni ‘30 e costava 300 lire o forse anche meno. Questo è il primo libro bello. Però, in generale, riguardo quello che ha un po’ costituito l’humus iniziale e che mi ha fatto venire la voglia di far vedere questi libri, ci sono stati due editori che per me sono stati importanti. Il primo è Franco Maria Ricci. Le bellissime edizioni de “I segni dell’uomo” e de “La biblioteca di Babele”, tra le altre, dimostrano una meravigliosa ricercatezza nei contenuti ma anche nella forma (ci sono volumi in seta nera, con scritte oro…). Il secondo è Il Formichiere, che è stato un piccolo editore di Milano che ora non esiste più, che negli anni Settanta faceva dei libri bellissimi, la cui particolarità era avere un taglio che andava verso il lato bizzarro delle cose, verso la stranezza, come ad esempio “Guida all’esercizio pratico della prostituzione”, oppure “Gli efferrati”, una raccolta dei serial killer della storia. Avere, da una parte, i volumi di Franco Maria Ricci – e quindi i libri belli per antonomasia – e dall’altra questo piccolo editore milanese che cercava la cosa nascosta, si è riflettuto nelle due anime di libri belli che sono contemporaneamente un elogio alla copertina bella e alla scoperta e riscoperta del libro meno conosciuto e che è andato dimenticato.




I: Hai visitato anche tanti archivi, luoghi di libri e documenti inaccessibili o fin troppo ben custoditi. Ti senti una privilegiata durante queste tue esplorazioni silenziose? Che ne pensi della conservazione della memoria quando questa vede l'accesso di pochi?


L: Io sono una super fan degli archivi, delle fondazioni, e in generale di chi custodisce e conserva una memoria, perché chiaramente è la nostra memoria. Però ti sorprenderò, nel senso che la maggior parte dei luoghi che io ho visitato (e che puoi vedere sulla pagina di Libribelli) sono luoghi aperti al pubblico. E qui sta anche un po’ la sfida, perché effettivamente è una possibilità che non è tanto conosciuta o comunque, anche se sono aperti alla collettività, gli archivi non riescono ad arrivare a un pubblico più ampio. Sono stata alla Fondazione di Achille Castiglioni e all’Archivio di John Alcorn a Milano, e alla Casa Bellonci a Roma. Ho visitato anche la sede della Fondazione di Franco Maria Ricci, un’occasione rara dato che le case editrici, di solito, non fanno accedere il pubblico nei propri archivi. Vicino Parma, infatti, c’è il labirinto creato da Franco Maria Ricci, il Labirinto della Masone, che è anche sede della Fondazione del museo. Lì c’è una bellissima sala lettura, dove ci sono tutti i volumi storici pubblicati che possono essere presi, letti, sfogliati, consultati, fotografati. Secondo me è un regalo bellissimo.

Questi luoghi, anche se non sembra, sono assolutamente aperti al pubblico e visitabili. Da qui, viene anche un po’ della mia volontà di diffondere i libri a una comunità più grande. Vorrei sfruttare il fatto che adesso il pubblico dei Libri belli è cresciuto per comunicare anche questo tipo di sensibilità e di cultura della collezione, della fondazione, della casa-museo, della visita all’archivio. Perché in Italia siamo pieni di questo genere di cose e dovrebbero essere assolutamente luoghi in cui andiamo regolarmente.



I: I mercatini, al contrario, sono i luoghi rumorosi del pubblico. Rappresentano la miscellanea di cui abbiamo bisogno, ma solo se si ha la curiosità di rovistare tra centinaia di libri. Chi cerca trova o chi non cerca trova addirittura di meglio? Cosa ti attrae maggiormente?


L: Chi non cerca trova, senza ombra di dubbio. Secondo me non si hanno le aspettative date dal classico “oddio, sto cercando questa cosa” ma ci si può far guidare dalla serendipità, da quello che ti capita sotto mano e diventa magari una bella scoperta. Personalmente è così che accade a me quando vado nei mercatini. Io ci vado spesso, sempre con la volontà di non cercar nulla e quindi trovo cose. Se ci vai con la mente sgombra è sicuro che troverai cose che cattureranno la tua attenzione in un modo o nell’altro. Il mercatino è bello proprio perché la cosa non la cerchi ma arriva comunque. È una scoperta continua e bellissima.



I: Forse è anche un po’ il senso di Libri Belli?


L: Ma sì, assolutamente. Libri Belli è nato grazie ai mercatini, alle librerie dell’usato, a questi posti in cui andavo così, magari non cercando neanche libri ma vestiti, soprammobili…sono sempre stata appassionata di cose usate. Però poi i libri mi hanno richiamato: li vedevo e mi colpivano per le loro copertine. Così ho iniziato ad appassionarmi a loro anche in quanto oggetti belli.



I: I libri sono belli fuori ma anche dentro. Nelle stories in evidenza "Libri nuovi " dai una grande importanza alla comunicazione, alla veicolazione della bellezza anche del contenuto. Che ruolo sociale svolgono per te i libri e in generale la cultura?


L: Il mio non è mai stato un discorso nostalgico, nel senso che i libri belli continuano a far parte del nostro quotidiano, ci sono e vengono prodotti. Solo che è importante andare anche oltre la copertina. Nella bio del profilo Instagram dico che giudico il libro dalla copertina, sì, ma senza tralasciare che custodisca anche delle meraviglie. Il libro è custode di memorie, di esperienze personali quanto collettive. È un importante strumento di comunicazione perché è un veicolo di dialogo. È un oggetto molto potente in questo senso, quasi magico, in grado di smuovere delle emozioni, suscitare delle riflessioni, andando al di là della propria fisicità. C’è chi lo ha scritto, chi lo legge, chi lo interpreta: si crea dall’interazione umana e, attraverso essa, si costruisce il dialogo. È un bene assolutamente prezioso, è un canale di cultura, di culture, e quindi è importante preservare, promuovere, valorizzare tutto questo perché la cultura ci racconta chi siamo, chi siamo stati e ci aiuta anche di conseguenza a capire dove vogliamo andare, chi saremo. È nostra responsabilità conservare tutto ciò anche nei confronti di chi verrà dopo, oltre che nei nostri.



I: Quindi secondo te oggi, nel 2020, il libro ha lo spazio che merita?


L: Sì, c’è spazio per i libri e non penso che scompariranno dalle nostre librerie presto, o forse mai. Anzi, mai come in questi anni c’è stato un fiorire molto bello e interessante di un certo tipo di editoria, che è quella indipendente, quindi non esiste solo la casa editrice rinomata ma anche il gruppo editoriale più piccolino. Mai come in questi anni si ha avuto uno sviluppo in questo senso, con pubblicazioni molto variegate e affascinati. Forse è anche il riflesso della cultura digitale in cui siamo stati immersi negli ultimi decenni, abbiamo più strumenti a disposizione che permettono a tutti di fare un libro e di promuoverlo, anche sui social, arrivando a molte persone. Quindi secondo me c’è tanta roba bella intorno, sta a noi avere la curiosità e la voglia di scoprire quale sia l’offerta. Perché in realtà le cose ci sono e, un po’ riprendendo quello che dicevi all’inizio su Dostoevskij, io credo che sicuramente la bellezza salverà il mondo però per me c’è anche un altro discorso: per me la curiosità salverà il mondo. Sta a noi non essere pigri.



I: Come immagini Libri Belli tra 10 anni?


L: è un progetto che vedo sicuramente di più sul territorio, nei luoghi fisici, nella vita reale e tangibile. Vorrei restituirlo a dove è nato, cioè nel mercatino. Ho già organizzato mostre, eventi, talk, in cui invito le persone a confrontarsi sui libri. Vorrei creare ancora mostre ed eventi per farli vedere anche fisicamente, perché fa la differenza secondo me.