• Filippo Colombo

Come 232aps ha rilanciato la periferia milanese, una rima alla volta

Il rap non ha nessuna remora a dire le cose come stanno, a confrontarsi con argomenti scomodi, difficili, che richiedono un pensiero e una riflessione.

Nella vita, io, il rap, l’ho scoperto tardi. Non sono una di quelle persone che ha iniziato ad approcciarsi alla musica ascoltando il rap, per poi intraprendere un processo di sedicente democratizzazione verso il pop, il jazz, il rock. Forse perché, quando avevo cinque anni e guardavo tutto il giorno i videoclip su Music Box, il rap non veniva passato quasi mai. E proprio per questo, sembrava che, per chi ascoltava il rap, il passaggio ad altri generi più popolari dovesse necessariamente essere una democratizzazione del gusto, abbandonando il mondo iperuranico, complesso e impegnato del rap, per abbassarsi alle canzonette.

Col tempo, ho capito che non è così. Che il rap parla a tutti – o quantomeno, parla a me – tanto quanto lo fanno tutti gli altri generi musicali. Parla con forme diverse, con intenzioni diverse, con linguaggi diversi, che non appena si è pronti ad accogliere, arrivano forti e disturbano. Disturbano perché il rap non ha nessuna remora a dire le cose come stanno, a confrontarsi con argomenti scomodi, difficili, che richiedono un pensiero e una riflessione. Ed è proprio per questo che, crescendo, sempre di più mi sono avvicinato a questo genere, e all’infinito mondo che gli sta intorno.


Intorno al rap, gravita 232aps, un’associazione di promozione sociale nata nel 2019, con l’intento di offrire percorsi artistici ed educativi per i giovani attraverso l’utilizzo della musica rap. Educatrici, educatori, psicologi e pedagogisti hanno lavorato negli anni nelle carceri minorili, nelle comunità penali e negli istituti penali per minori offrendo la musica rap come strumento per raccontarsi e fuggire, seppur per qualche ora, dal metatempo sospeso che permea quegli ambienti. L’istinto creativo dato dal rap ha concesso a questi giovani di esprimersi, di rielaborare il loro trascorso, di incanalare le loro energie e i loro pensieri altrimenti inghiottiti e mai metabolizzati. Non solo: il rap, per loro, diventa anche uno strumento di rieducazione, offrendo la possibilità di mettersi alla prova in ruoli professionali quali il musicista, il cantante, il dj, il tecnico del suono.



L’esperienza in questi ambienti ha fatto capire a 232aps l’importanza della prevenzione. E da qui, grazie anche ad Odd Socks Studio, è nato Inside the beat, outside the box. Il punto di partenza del progetto è la consapevolezza maturata da 232aps che per offrire un domani ai giovani che provengono da ambienti difficili, prevenire sia, di fatto, molto meglio che curare. Dare ai ragazzi delle periferie dei mezzi con cui esprimere i loro disagi, le loro paure e i loro sogni è la chiave per offrire loro un futuro all’altezza dei loro desideri. Sono cose che si vedono nei film e nelle serie tv, di solito: nel caso di 232aps, è una realtà. Inside the beat, outside the box è una raccolta fondi all-or-nothing: il target da raggiungere è 12.000 euro entro la fine di marzo, a cui il Comune di Milano ne aggiungerà 18.000. Con questi fondi, nascerà un progetto di valorizzazione dei giovani nei quartieri di Gratosoglio e Stadera, dove mancano completamente sportelli di supporti psicologici nelle scuole secondarie, dove il tasso di abbandono scolastico è troppo alto, e dove la percentuale di minori o giovani sfiora il 30%. Sono due quartieri che manifestano i paradossi intrinsechi a Milano, città che offre innumerevoli opportunità di crescita e realizzazione, ma che tutto intorno possiede situazioni di disagio. E la musica rap, al contrario dei tentativi di riqualificazione che si portano sempre dietro un’incontenibile gentrificazione che rimette tutto punto e a capo, può essere lo strumento ideale per cambiare le cose.



Con i fondi raggiunti attraverso il processo di crowdfunding, 232aps organizzerà quattro laboratori rap a carattere educativo per i ragazzi del quartiere, per insegnare loro una modalità di auto-espressione, inserendosi direttamente nei luoghi frequentati dai ragazzi di questi quartieri, senza stravolgere la loro quotidianità, ma offrendo loro uno strumento per viverla ancor più intensamente. E il rap, con il suo modo diretto di espressione, con l’odio verso l’ipocrisia, le mezze verità, il dico-non-dico che poi è sempre un non-dico, è senza dubbio la modalità espressiva più vicina ai giovani che provengono da qui. A questo, si affiancheranno diverse incursioni teatrali di teatro-azione, le “fiabe di emergenza”: Brigata Brighella, progetto nato in seno all’associazione 232aps, utilizzerà i parchi pubblici, gli edifici popolari, i luoghi d’incontro e li trasformerà in palcoscenico, offrendo un’occasione di svago e di comunità condivisa agli abitanti. Il teatro, lo diceva anche Victor Turner, altro non è che un rituale collettivo paragonabile alla professione religiosa, non fosse che, mentre nelle funzioni religiose è necessaria l’appartenenza a un credo, il teatro accoglie tutti, e come tale è uno strumento di amore universale. Portare questo concetto all’interno di comunità come quelle di Gratosoglio e Stradera significa portare un messaggio fortissimo e quasi distruttivo (nell’accezione, ovviamente, positiva). Il punto di partenza del progetto delle incursioni teatrali, che immagina un modo di fare teatro in un periodo in cui le norme sanitarie quasi disinnescano questa forma di espressione, ruota intorno al concerto del “non dare fastidio”: l’inserimento all’interno dei quartieri di periferia non fa rumore, non toglie, non pretende. Utilizza spazi esistenti, lascia al pubblico la decisione di aprire la finestra e ascoltare o di chiuderla e continuare a vivere come sempre, rispetta l’identità dei luoghi entro cui si inserisce. Entra in punta di piedi, e nel caso in cui si decida di accettarla, può fare il rumore di una banda di paese. A questo, si aggiungerà un concreto supporto alla rete di mutuo soccorso dei quartieri, e un evento finale con Jack the Smoker a fare da MC, dove i ragazzi potranno far sentire a tutti quanti il frutto dei laboratori.


Al progetto Inside the beat, outside the box, hanno partecipato – e tuttora stanno partecipando – molti nomi della scena rap, offrendo delle ricompense per le donazioni. Dalle giacche utilizzate al Festivalbar dei Gemelli Diversi, a dischi e vinili autografati di artisti come Nerone, Massimo Pericolo, Speranza, Ghali, Ernia, e di alcune personalità di scene diverse come Nina Zilli e Gianna Nannini. Ogni giovedì, sul profilo instagram @232aps, compariranno nuove ricompense, che raccontano l’ambizione di questo progetto e la sua rilevanza. Coinvolgendo artisti che provengono da mondi disparati, Inside the beat, outside the box rende lampante il fatto che la scelta del rap non è dettata dalla volontà di far parte di un mondo d’élite e lontano dal popolare: al contrario, è un tentativo di rispettare l’essenza dei destinatari del progetto, coinvolgendo anche chi, il proprio vissuto, lo racconta con intenzioni e mezzi diversi. Chiaramente, senza un aiuto condiviso da parte di tutti, questo non può bastare.


Alla fine, sentirsi parte di qualcosa foriero di senso e significato è un modo per sentirsi vivi. E qui, vivi ci si sente, molto

232aps racconta questo progetto definendolo “New York Style”: ho avuto la fortuna di poter partecipare a uno slam poetry in un quartiere periferico di New York, e di vedere la reazione della comunità all’incursione dell’arte nei luoghi di ritrovo: la sensazione di realizzazione, rivincita e completezza è qualcosa che, a parole, fatico a spiegare.

Inside the beat, outside the box è un progetto pilota: parte da Gratosoglio e Stadera, ma possiede il chiaro obiettivo di raggiungere sempre più luoghi, persone, comunità, e di utilizzare la musica rap come un vero strumento di rinascita e di prevenzione. L’accoglienza da parte dei quartieri è calorosa, proprio per questo modo di inserirsi che rispetta estremamente l’identità, senza porsi l’obiettivo di distruggerla – al contrario, di esaltarla. Con una donazione, chiunque può farne parte. E alla fine, sentirsi parte di qualcosa foriero di senso e significato è un modo per sentirsi vivi. E qui, vivi ci si sente, molto.


 

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