• Filippo Colombo

Addio al Circolo Ohibò, ovvero lettera d'amore e di paura

“Addio, monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio!” diceva Lucia Mondella tra le lacrime, mentre assieme a Renzo scappava dai suoi luoghi di giovinezza per sfuggire a Don Rodrigo.

Ci sono delle notizie, nella vita, che uno non vuole mai sentire, tipo che John Frusciante ha abbandonato i Red Hot Chili Peppers o che un altro negozio di dischi ha chiuso a causa dell’era digitale, senza poter aspettare che i CD avessero il loro revival (ché se, come dice Nietzsche, l’uguale ritorna in eterno, o, senza scomodare filosofi, i vinili dopo decenni tornano ad impennare, uno si aspetta che prima o poi succeda anche questo). Ecco, una notizia di questo tipo è la chiusura del Circolo Ohibò a Milano, sconfitto dal coronavirus e dallo stop ai concerti per chissà quanto tempo ancora. Arriva come un pugnale nel cuore lo stesso giorno in cui Paul McCartney si indigna contro la decisione del governo italiano di istituire voucher come rimborso per i concerti annullati, verosimilmente per evitare che tanti altri facciano la fine del Circolo Ohibò. Ma tra la sorte di 400.000 lavoratori della musica nel pieno di una crisi senza precedenti e senza certezze nel futuro e l’endorsement di Paul McCartney, beh, insomma, vale di più il secondo, no? Fa un effetto curioso veder chiudere il luogo custode di alcuni dei miei ricordi musicali più felici proprio lo stesso giorno di questa dimostrazione che forse, ad alcuni, dei lavoratori della musica e di chi non riempie gli stadi non importa poi molto. La cosa espone a riflessioni su scenari futuri che, almeno a me, fanno un po’ paura.

Il Circolo Ohibò era una sala da concerti molto piccola dove però si è sempre fatto un grandissimo casino. Era un locale intimo, appena fuori dalla circonvallazione esterna, con la sala insonorizzata in cui si poteva pogare fino a notte fonda, a pochi metri dagli artisti. Artisti che spesso dopo i concerti andavano al bar del circolo a bere qualcosa e si fermavano a parlare con chi era venuto a sentirli, dandoti la strana sensazione di essere sempre nel posto giusto al momento giusto. C’erano i gruppi di apertura che suonavano davanti a sì e no dieci persone ma ci mettevano la voglia e l’anima come se fossero a San Siro, non risultando mai ridicoli, ma un’ispirazione e una commovente testimonianza di amore infinito per la musica. Non c’erano nemici, non c’erano codici, non c’erano paternalismi che a volte si creano nei locali piccoli e quasi domestici: il circolo Ohibò era un esempio senza eguali di apertura, accoglienza e inclusione. Si entrava scendendo delle scale per raggiungere il giardino, e poi se ne scendevano altre per entrare dentro il circolo: dopo un lungo corridoio, che mi appariva a tutti gli effetti un’evasione dalla frenesia della città, si arrivava nella sala principale.

Al circolo Ohibò aveva suonato Mahmood pochi giorni prima di vincere Sanremo. Al circolo Ohibò io ho pianto sentendo AmbraMarie cantare Scritta col Veleno accompagnata solo dalla chitarra, ho cantato all’unisono con decine di sconosciuti mentre Bianco chiudeva il concerto con Mela, ho pogato fino a farmi male con i Cara Calma. Ho anche calpestato assieme ai Voina una storia d’amore finita malissimo, accompagnato da estranei conosciuti su Instagram due giorni prima - ché tanto stai sicuro che, se siete all’Ohibò, ti puoi fidare.

“Ci piace pensare che il nostro circolo sia stato non solo luogo di intrattenimento, ma anche un rifugio in cui sentirsi a casa, uno spazio capace di dispensare energie e messaggi positivi”, si legge nel triste annuncio su Facebook. Sì, è stato così, ed è stato molto di più. È stato, per me e non solo, la geografia interiore di quella che Jill Dolan chiama utopia in performance, e che Ian McEwan paragona al regno di Cristo sulla terra: quegli attimi transienti e metafisici in cui gli spettatori si sollevano dalla dimensione fisica e materiale, esperendo un’intensa comunione con chi sta intorno, comprendendo quanto potente potrebbe essere l’esistenza se ogni attimo fosse così emozionalmente voluminoso. Il circolo Ohibò è stato un luogo dove immaginare un altrove pacifico e universale.

L’Ohibò è tra le prime vittime della pandemia. Quanti altri ancora verranno, viene da chiedersi. E viene da chiedersi anche altro. Dove potranno suonare gli artisti che non riempiono gli stadi e i palazzetti, se questo è quello che succederà? In quale luogo si vedrà il sudore e la forza di chi questo mestiere vuole farlo perché ha qualcosa da dire che magari non è ancora arrivato a tutti? Perché se all’inizio, tra una diretta instagram o un mese di pausa, sembrava che tutto fosse superabile, adesso la situazione è più complicata. Se le piccole sale da concerto saranno costrette a chiudere a causa dell’insostenibile situazione finanziaria, vorrà dire che cambierà anche la musica dal vivo, che i concerti saranno una rarità, un lusso di chi macina dischi di platino, un privilegio intrinsecamente antitetico all’epoca di Spotify e dello streaming.

La chiusura del locale come una valanga porta una marea di dubbi sul futuro, che per antonomasia è sempre incerto, ma oggi lo sembra anche un po’ di più. “Ohibò chiude, ma rimarrà per sempre aperto nei nostri cuori” - così si conclude il messaggio su Facebook. E io, senza sembrare irriverente, vorrei dire a Paul McCartney che sicuramente anche lui ha tanti luoghi che per lui significano quello che per me significa l’Ohibò. Ecco, io credo che, se anche a loro toccasse questo destino, forse cambierebbe la sua posizione sui voucher.

Ma in questa situazione non c’è un colpevole con cui prendersela. E non c’è nemmeno troppo tempo per la commiserazione. C’è, semmai, l’urgenza di comunicare, e di trovare un modo per evitare che la chiusura dei locali da concerto, per quanto frequente, smetta di fare notizia. C’è già nella letteratura italiana, un addio ai paesaggi della giovinezza, e rimane convincente dopo secoli. Di un addio ai concerti, invece, la letteratura del futuro potrebbe ancora farne a meno.

Join us*

*if you see things in a different way...

Let's be creative together. Please share your CV/Portfolio using the fields below.

arrow&v

Your request has been sent!

 

ISSN 2724-0460

©2020 di Associazione Culturale Menti Colorate