• Rapso

DELLA STRANA MORTE DI PEDRO CLEMENTE [e di come inquietò i cittadini rivergaresi]

Il corpo di Pedro Clemente fu trovato sul fiume la mattina del 16 ottobre, un mercoledì. Il mercoledì era un giorno bastardo per farsi trovare morti. Rai 2 trasmetteva lol, Titta De Girolamo si faceva di eroina e il martedì il bar del paese rimaneva chiuso. Quella sera ci fu una grande riunione in piazza per discutere di Pedro Clemente e delle bizzarre condizioni in cui era stato trovato. Anche se ancora nessuno sapeva che si chiamasse così.


Il paese in questione era Rivergaro, provincia di Piacenza: la prima città dell’Emilia secondo le cartine e l’ultima della Lombardia a detta dei verdemutandati. Un posticino a modo dove vivere tranquilli, un luogo terribile dove andare a morire. Pedro Clemente da quelle parti non si era mai visto, se ne escludiamo ovviamente il cadavere. La signora Maria non l’aveva mai scorto dalle tende del suo appartamento, Vittorio Cravedi non aveva la più pallida idea di chi fosse (e tutti sapevano che aveva una buona memoria), Mucci Bravo il rapper conosceva tutti e non l’aveva incontrato né tra i belli né tra i brutti. Che Dio fulminasse Giorgio l’edicolante, detto Gorga, se Pedro Clemente era di quella zona, della Val Trebbia o dell’intera provincia di Piacenza.

Non c’era un commerciante, un pensionato o un carabiniere che l’avesse mai visto passare per Rivergaro, prendere un biglietto del pullman in tabaccheria o anche solo venire a trovare un parente anziano e portarlo a spasso sul lungo Trebbia, sorbendosene le lamentele sui prezzi del Buscopan. Ed eccolo lì un mercoledì: con la testa infilata in quella buca come uno struzzo e le gambe all’aria a prendersi gioco della brava gente. Una questione intollerabile e una mancanza di rispetto. I giornali di Piacenza erano andati su tutte le furie, da subito simpatizzando per gli sventurati cittadini rivergaresi. Come si permette di venire a morire in quel modo ridicolo proprio a casa nostra? Aveva tuonato la Libertà riportando le parole di Maria Pia Lazzarinetti, la farmacista di Rivergaro. Sarà mica il modo di farsi trovare conciato, era stato il commento del tabaccaio che stava sull’angolo di fronte al Bar Italia. Deve trattarsi sicuramente di un clandestino. Loro hanno questo modo qui di sentirsi sempre a casa propria anche da morti. E la questione dell’identità era tra le più serie, soprattutto per le povere forze dell’ordine e i giornali locali, dato che Pedro Clemente era stato trovato senza neanche un documento e nessuno sapeva che si chiamasse di fatti Pedro Clemente. Non una carta d’identità, una patente o una tessera dell’Esselunga. Sembrava che quell’uomo si fosse dimenticato della civiltà e del buon gusto di quantomeno informare delle proprie generalità gli abitanti del paese in cui era andato a morire. Tanto per sapere con chi dovevano prendersela, insomma. Sembrava che quell’uomo si fosse dimenticato della civiltà e del buon gusto di quantomeno informare delle proprie generalità gli abitanti del paese in cui era andato a morire. Tanto per sapere con chi dovevano prendersela, insomma. Questo non fece altro che sdegnare ulteriormente i cittadini e ovviamente le reazioni a tale oltraggio furono immediate e quanto più acute possibili. Quale persona rispettabile andrebbe in giro senza alcun documento oggi? Che si trattasse di una rapina finita male? Il malcapitato aveva un portafogli nelle tasche dei pantaloni che penzolavano sottosopra da quella buca, ma era totalmente vuoto. Non una foto della famiglia, un biglietto, un santino di santa Brigida. Che senso aveva dunque rubargli non solo il contante ma anche tutti i documenti e gli effetti personali? Poteva però darsi che gli avessero rubato tutto e lasciato il portafogli vuoto come beffa, di fatti ormai non si era più sicuri ad uscire di casa e bisognava tenere gli occhi aperti, i telegiornali lo dicevano chiaramente. La possibilità che quel corpo appartenesse alla vittima di una rapina per qualche tempo creò diverse scuole di pensiero nei dialoghi da bar e nelle poche parole scambiate dalle casalinghe con il salumiere del Di Meglio, smorzando le condanne dei cittadini a carico di Pedro Clemente, forse più uno sfigato che un sovversivo. La questione era complessa dopotutto e Rivergaro era un paese rispettoso della morte. Il beneficio del dubbio fu però ahimè, presto scacciato. Quando fu palese che nessuno reclamasse quel corpo il mistero fu in qualche modo svelato. Non una fidanzata, una madre, un amico o un cane si prese la briga di recarsi a Rivergaro per riprendersi quel tipo morto a testa in giù con le gambe per aria e senza un documento. Nessuno si fece vivo dicendo di conoscerlo. Che si vergognassero? Che razza di personaggio doveva essere stato! Quali nefandezze aveva compiuto perché nessuno ora volesse anche solo dichiarare di averlo conosciuto un tempo, magari alle elementari, quando mica te li potevi scegliere i compagni di classe. Questa noncuranza generale nei suoi confronti non deponeva certo a suo favore e per le scuole i bulli iniziarono a sfottere i ragazzini magri che usavano i congiuntivi dicendo loro che erano gli amici di quel tipo grasso e peloso trovato nel fiume. (Nessuno lo chiamava Pedro Clemente perché non si sapeva ancora che si chiamasse Pedro Clemente, che non era poi così grasso, ma di certo piuttosto peloso). Le fattezze della vittima vennero presto riconosciute come un po’ troppo mediterranee per la Val Trebbia e in paese si fecero strada le voci che nessuno lo reclamasse in quanto immigrato, da metterci la mano sul fuoco, un clandestino: un criminale arrivato a Lampedusa su una vecchia barca bucata e puzzolente, con il sogno di spacciare droga e sfogare l’ ubriachezza sulle figlie della brava gente che lavora e paga (a volte) le tasse. Quando Pedro Clemente fu portato dal medico legale, il dott. Ignazio Beretta dall’alto del suo naso adunco, sul quale teneva appoggiati gli occhiali sottili e un brufolone violaceo, accertò che la cause della morte era da identificarsi in un soffocamento, sicuramente causato dalla sabbia, che era stata trovata in abbondanza anche sotto le unghie del malcapitato, da far credere proprio che ci si fosse infilato da solo in quella buca con la testa! L’insigne dottor Beretta, laurea con lode all’università del San Raffaele di Milano, non aveva dubbi a riguardo e la polizia rese noti i dettagli dell’autopsia a tutti i giornali, locali e nazionali. Appena la notizia si diffuse tutto il circondario si infiammò più che durante una domenica di derby Milan-Inter. Altro che rapina, altro che vittima, dubbi e perbenismo! Un suicidio, a Rivergaro! Don Giovanni, parroco della chiesa nuova che sta sopra la piazza (Rivergaro ha ben due chiese), si dimostrò sdegnato rispetto a questa ulteriore e sfacciata mancanza di rispetto, in primis nei confronti del paese e della società civile, poi dinanzi a Dio stesso e alla vita! Quel tizio senza amici né famiglia non solo non si era affatto preoccupato di farsi trovare morto in quella posizione ridicola in un paese di gente onesta, ma si era addirittura conciato così da solo aspettando soltanto di essere trovato! Inaccettabile. I giovani e i vecchi di Rivergaro si unirono nel giorno del 25 ottobre in una fiaccolata per il paese in protesta dell’arrivo del corpo di Pedro Clemente, mobilitando l’opinione locale e nazionale sul rispetto della cosa pubblica, delle regole, del buon gusto e soprattutto del lavoro di tutti quei cittadini che si svegliavano presto la mattina per le proprie famiglie, che li avrebbero ricordati ed onorati dopo la morte, senza mai dimenticarli. La notizia della fiaccolata fu trasmessa dai principali tg e persino i vecchi vennero avvisati del gran trambusto creatosi sui social tra chi era favorevole alla libertà di ogni individuo di scegliere il paese o la città più idonei per porre fine alla propria vita e chi invece sosteneva che fosse preferibile compiere suicidio nel luogo dove si era nati e/o cresciuti. Quasi tutti furono comunque d’accordo sulla bizzarria dell’atto in questione e gli psicologi in tv elargirono pareri indubbi ed esperti sull’esibizionismo di un folle che, desideroso di attenzioni e forte del piacere della sovversione, non aveva potuto esimersi dal trasformare la propria morte in un caso mediatico. Il corpo di Pedro Clemente fu cremato il giorno 6 novembre 2015 e di lui i giornali non scrissero più nulla, se non qualche breve rimando nel corso degli anni, quando qualche disgrazia degna di nota ricordava quei lontani giorni di ottobre. Gli abitanti di Rivergaro continuarono a parlarne per qualche settimana e con l’inizio di novembre i bulli si sforzarono di trovare nuovi epiteti per i secchioni e il salumiere non ebbe problemi a buttarla sull’arrivo del freddo, come i pensionati al bar non si stancarono di prendersela con il nuovo politico di turno e con il Milan che continuava a perdere. A ricordare quell’episodio furono in molti, ma se ne parlò poco perché c’era altro di cui parlare. Oddio, non molto, però qualcosa c’era. La comunità rivergarese aveva tutte le ragioni per ritenersi onesta e composta da brava gente, per lo più cristiani cattolici e lavoratori, con qualche straniero dall’Est Europa, gente di campagna, attaccata ai vecchi valori ma anche ai nuovi, a instagram e agli smartphone, alle serie tv e ai selfie. Se Laura Rossi (liceale opinion leader locale) si tingeva i capelli di viola, le bastava mettersi in posa e farlo sapere in un attimo a tutti i suoi 2324 amici su Facebook, collezionando haters e lovers della sua nuova testa violacea. Quando qualcuno moriva, se era anziano si celebrava in una delle due chiese, se era abbastanza fortunato da avere una vita online le vere onoranze si postavano sulla sua bacheca. Era così che le cose andavano. C’erano delle regole, e Pedro Clemente per un paio di settimane aveva compiuto lo spiacevole tentativo di sconvolgerle. Vi chiederete come faccia io a sapere il nome di Pedro Clemente, visto che, come avrete capito, non fu mai scoperto né reso noto. Ebbene eravamo amici. Per quanto ne so ero l’unico amico che avesse mai avuto al mondo e i fatti successivi alla sua morte me lo confermarono.

Come mai non ho riportato il suo nome ai giornali e alla polizia? È molto semplice. Anni fa avevo fatto un patto con Clemente. Il primo di noi due che si fosse suicidato avrebbe dovuto notare in silenzio come avrebbe reagito il mondo, scrivendo la storia di come erano andate veramente le cose. Eccomi qui, a scrivere la storia della morte del mio migliore amico, un tipo acuto, ironico e solitario. Che finalmente da qualche parte se la sta spassando pensando “allora erano davvero tutti cretini”.


Iacopo Pelagatti


image credit ©Cosmic Nuggets

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