Nessuno fece nulla per Sama - La forza del racconto contro l’orrore della guerra.



Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso La pioggia portava con sé la polvere dei deserti d'oltremare I vecchi dissero: “ci sarà la guerra” I vecchi dissero: “ci sarà la guerra” Nessuno prestò credito alle loro parole e nessuno fece nulla. (Nessuno fece nulla, C.S.I.)


Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva giudicato che gli specchi, e la copula, sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini.

(Tlòn, Uqbar, Orbis Tertius, Finzioni, J.L. Borges)

Qualche anno fa, una persona a me molto cara stava studiando in Siria. L’estate di quell’anno tornò al paese, e ci disse che probabilmente non sarebbe più tornato lì perché era scoppiata la guerra.


La guerra l’ho conosciuta tramite i conti di mio nonno. Mio nonno raccontava tutto con calma, come se non fosse successo a lui, come se quelle vicende fossero talmente radicate nella sua persona da non rappresentare più un ricordo drammatico; erano ormai solo un ricordo, spoglio di tutto. È il potere del racconto. È grazie al racconto che abbiamo memoria, è grazie al racconto che la memoria si spersonalizza, si libera, spogliandosi con l’incantesimo della parola di tutto il dolore che racchiude in sé. L’arte nasce proprio dall’esigenza primitiva di raccontare, ricordare e documentare, e si raffina nel corso dei millenni dispiegando i mezzi più disparati e legandosi indissolubilmente alla tecnica; dopotutto, τέχνη [téchne] in greco è sinonimo di ‘arte’.


Il cinema, la settima arte, incarna forse la forma più totale di sintesi tra tecnica e racconto, perché permette di concretizzare il momento vissuto, cristallizzandolo in immagini e suoni più o meno ripetibili ad libitum.

Il documentario nasce proprio con il cinema stesso, quando i fratelli Lumière proiettano alcuni cortometraggi-documentari nel Salon indien du Grand Café (ribattezzato Le Café Lumière - Hôtel Scribe in loro onore). Il desiderio imperativo di immortalare la realtà spinge molti dei primi registi a seguire la strada documentaristica: il regista polacco Bolesław Matuszewski (1856-1943) si riproponeva di filmare tutti gli eventi della storia per creare un archivio totale dell’umanità, Joris Ivens (1898-1989) girerà il mondo per raccontare l’essere umano e le sue problematiche, John Grierson (1989-1972), caposcuola del movimento documentaristico britannico e canadese degli anni trenta, conierà proprio il termine ‘documentario’ riferendosi al film L’ultimo Eden (1926) di Robert J. Flaherty. Flaherty sarà tra i primi registi a sentire l’esigenza di una ricostruzione veritiera ma allo stesso tempo poetica del reale, e la sua opera si soffermerà molto sul rapporto fra l’uomo e la natura (Flaherty è molto caro a Werner Herzog, infatti Nanuk l’eschimese del 1922 è il primo film che vedrà il regista bavarese).

È necessario ricordare tra i primi documentaristi anche Dziga Vertov (1896-1954), regista, sceneggiatore e teorico del cinema sovietico, che con l’incredibile L’uomo con la macchina da presa del 1929 rivoluzionerà per sempre la grammatica del cinema e del documentario.

Scena tratta dal film "For Sama"
For Sama (2019), è il film che raccoglie i filmati girati da Waad Al-Kateab dal 2011 al 2016

Oggi, grazie all’accessibilità dei mezzi tecnici (che sia anche lo smartphone), è diventato possibile quasi per chiunque conoscere in tempo reale realtà molto distanti, anche inaccessibili. Waad Al-Kateab (1991), giornalista, attivista e regista Siriana, quando è ancora una studentessa universitaria inizia a filmare con il suo cellulare le prime proteste degli studenti contro il regime di Bashar al-Assad ad Aleppo. Da quel momento, filmerà e documenterà l’evoluzione della protesta, che si trasformerà in guerra civile per la Siria, e si unirà ai ribelli. Nel gennaio 2016 documenta gli orrori della guerra con una serie di filmati devastanti intitolati Inside Aleppo, per il programma inglese Channel 4 News. La reporter durante tutto questo periodo è testimone in prima linea delle violenze perpetrate sui ribelli, e sceglie consapevolmente di rischiare la vita per poter raccontare la sua verità.

For Sama (2019), in Italia Alla mia piccola Sama, è il film che raccoglie i filmati girati da Waad Al-Kateab dal 2011 al 2016, l’anno in cui il governo di Bashar al-Assad assedia e distrugge la città con l’aiuto dei russi, annientando così gli ultimi quartieri controllati dai ribelli.



For Sama, "uno dei più potenti e importanti documentari di sempre" secondo Michael Moore, è un racconto. Il racconto di una mamma a sua figlia, il racconto delle motivazioni che l’hanno spinta a rimanere in una città sotto assedio con una bambina di un anno durante i bombardamenti che hanno raso al suolo tutto.


Ho iniziato a raccontare la mia storia personale senza avere un piano. Non avrei mai immaginato dove mi avrebbe portato il mio viaggio. Ho continuato a vivere la mia vita. Mi sono sposata e ho avuto una figlia. Mi sono ritrovata a cercare di bilanciare diversi ruoli: Waad madre, attivista, giornalista, cittadina e regista. Tutte queste parti di me hanno incarnato e portato avanti la mia storia, che non è così diversa da quella che hanno vissuto la maggior parte dei miei concittadini.

(Waad Al-Kateab)



Il film, realizzato in collaborazione con il regista britannico Edward Watts, racconta principalmente le storie che ruotano intorno agli ospedali di fortuna organizzati dai ribelli, del lavoro come medico di suo marito Hamza, del suo lavoro come reporter di guerra, e della loro storia personale e familiare. In questi pochi atroci anni, Waad Al-Kateab e Hamza si innamorano e si sposano, e nel 2015 nasce loro figlia Sama (cielo, in italiano), figlia della rivoluzione.


Ecco che il cinema diventa per la regista il mezzo per raccontare ma anche il motivo per resistere.

Il conflitto interiore della madre, che si interroga sulla sua scelta di restare e mettere a rischio così la vita di Sama, è indissolubilmente legato alla consapevolezza della giornalista della necessità di documentare la storia, per loro stessi, per il mondo, per Sama. Lo sguardo della madre e lo sguardo della regista coincidono in Sama, così i momenti di piccola meravigliosa quotidianità si intrecciano ai momenti di morte e annichilimento, creando un racconto che ha valore intimo e universale allo stesso tempo. In questo racconto atroce, i bambini, che come Sama convivono con le esplosioni costanti delle bombe e le mitragliate degli integralisti, sono una fonte di forza e coraggio per gli adulti, che sanno di lottare anche per dar loro un futuro migliore.

Ecco che il cinema diventa per la regista il mezzo per raccontare ma anche il motivo per resistere. Perché quando crolla la speranza di sopravvivere, l’unica motivazione che resta è la necessità che la loro storia si conosca e che nessuno la dimentichi. Waad Al-Kateab, grazie alla forza del cinema, mostra qual è il costo della vita. Ci mostra la potenza della rivoluzione, della lotta per una causa che si ritiene giusta, ad ogni costo.


Nonostante tutto, Alla mia piccola Sama non è un film di disperazione. Sama è il desiderio di tornare a vedere di nuovo il cielo. È un film sulla dirompenza della vita, la vita di una famiglia spezzata che come l’albero all’inizio di Sacrificio di Tarkovskji viene ripiantata e annaffiata, nella speranza che un giorno possa rinascere. È un film che inneggia alla vita, una vita che, come l’arte, può nascere ancora dalla polvere delle macerie, dal fuoco e dall’amore. Una vita per cui vale la pena combattere.


#ElectricSheep Drive-in: La nostra rubrica dedicata al mondo del cinema e i suoi protagonisti, a cura di Diana Cusani.

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