• Diana Cusani

#ElectricSheep Drive-In: L’uomo che disegnava il vento


Il grembiule bianco
Quest’epoca brama qualcosa, anche se nessuno se ne accorge

H. Miyazaki



Hayao Miyazaki, nato a Tokyo nel 1941, ogni mattina si reca nel suo studio con la sua due cavalli d’epoca. Una volta lì, dà il buongiorno agli invisibili residenti dello studio in legno e vetro, immerso nella natura (che siano spiriti o folletti, non ci è dato saperlo). Poi si prepara il caffè, fuma una sigaretta, e si mette al lavoro. Ed è così da sessant’anni.

Miyazaki è un inventore di mondi, di paesaggi, personaggi, città e spiriti. Perfezionista all’inverosimile, profondissimo amante della natura, pacifista estremo.


Si innamora del disegno già da piccolo, ed è subito fortemente attratto dalla letteratura per ragazzi di tutto il mondo. Dal 1963 inizia a collaborare come animatore con la Toei Animation e cura molte serie animate assieme al collega e mentore Isao Takahata (con il quale più avanti fonderà lo Studio Ghibli), tra le quali si ricordano Conan, il Ragazzo del Futuro nel 1978, Heidi nel 1974, Anna dai Capelli Rossi nel 1979, nonché diversi lungometraggi, trai quali Lupin III: Il Castello di Cagliostro anche del ‘79.



Si intravede già da queste prime serie create per la Toei la volontà di raccontare un certo di tipo di storia: storie di personaggi con un grande cuore, un grande coraggio e un grande amore per la natura, raccontate sempre con grazia e poesia. La dimensione domestica, la dimensione naturale e la dimensione magica sembrano convivere nei film di Miyazaki in perfetta armonia, nel rispetto reciproco. Ma non è una visione buonista o ingenua; piuttosto, è malinconicamente ottimista – ed è presente in tutti i lavori dello Studio Ghibli.


Da "Il mio vicino Totoro"

Lo Studio di animazione Ghibli, di cui hanno fatto parte i registi Hayao Miyazaki, Isao Takahata, Toshio Suzuki, Kiyofumi Nakajima e Goro Miyazaki, nasce nel 1985, ad opera di Miyazaki e Takahata, in un momento in cui in Giappone i manga e gli anime diventano parte fondamentale della cultura di massa giapponese. Ma mentre nascono le prime accademie di disegno e animazione in cui si formano molti giovani mangaka e animatori del futuro, Miyazaki e Takahata prendono, rispetto a quelle, una strada piuttosto diversa.

Nasce in quegli anni un canone, il canone del disegno stilizzato della figura umana, secondo certe cifre stilistiche o anche in senso espressionistico, che finisce col divergere in maniera totale dal disegno realistico.

In una controversa dichiarazione, Miyazaki affermerà che quasi tutta l’animazione giapponese non nasce dall’osservazione delle persone reali, perché “è prodotta da umani che non sopportano di guardare altri umani”.


Vedi, il fatto di riuscire a pensare ad un certo tipo di disegno, che tu sia o meno in grado di disegnarlo, dipende da se puoi dire a te stesso: “Oh, si, ragazze come queste esistono nella vita reale”. Se non passi del tempo osservando le persone vere non puoi dirlo, perché non le non le hai mai viste. Alcune persone passano la vita interessandosi solo a loro stessi.

Le osservazioni di Miyazaki si capiscono meglio se si considera che l’arte del “fumetto” in Giappone ha radici secolari, a differenza che in occidente; e anche i più classici fra i manga recepiti dalla cultura globalizzata sono in realtà il prodotto dell’epoca in cui tale arte è diventata anche un’industria. I primi emakimono, ovvero rotoli dipinti nei quali erano presenti testo e immagini a scopo narrativo, risalgono al medioevo (in particolare al periodo Kamakura, dal 1185 al 1333), mentre il termine manga (ovvero “caricatura” o “schizzi sparsi”, etimologia non chiara) viene utilizzato per la prima volta del XVIII secolo (tra i tanti, anche da Hokusai) per definire quel tipo di illustrazione che presenta delle linee cinetiche.

Estratto del Bakemono hakonesaki, considerato uno dei primi emaki del periodo Kamakura.

Si deve poi a Osamu Tezuka (considerato il “dio” del manga) quel modo caratteristico di disegnare i personaggi con tratti infantili e occhi grandi, che si diffonde dagli anni ‘50: curiosamente, questi si ispira al Bambi della Disney.


Osamu Tezuka, Kimba, il leone bianco

Del resto, dopo che nel Giappone della prima metà del ‘900 era stata portata avanti un’opera di forte omologazione culturale da parte del governo, nel momento in cui il paese aprì le sue porte al mondo esterno, esplose un amore folle per la moda, per la musica, il cinema e la cultura occidentali. Il successo di quelle figure dagli occhi enormi e i capelli multicolori è sicuramente connesso anche a un insopprimibile desiderio di distruzione della norma ossessiva, di critica ad ogni omologazione di massa, di liberazione dello spirito individuale; il problema è che, soprattutto alla luce delle realtà produttive sottostanti, si tratta di una testimonianza che, per quanto profonda e autentica, rimane spesso relegata al mondo dell’immaginazione (in cui spesso si rischia di rimanere intrappolati). Miyazaki invece si inserisce in questa industria con l’idea che la codificazione di quegli stilemi rischia di essere soltanto una moda o, peggio, una fuga dalla realtà. Sottesa ai lavori dello Studio Ghibli sembra esserci proprio la volontà di raccontare la fantasia nel modo più realistico possibile, come si può intuire dai paesaggi in cui anche la foglia più insignificante sembra riempirci il cuore con la sua vitalità.

Miyazaki nel documentario "10 Years with Hayao Miyazaki"

Questo realismo ai limiti dell’immaginabile, che è ormai considerato una cifra stilistica dello Studio, è frutto del desiderio di far immedesimare gli spettatori con le proprie storie, per quanto surreali e fantastiche. Diventa così essenziale la cura maniacale per il dettaglio: le migliaia e migliaia di tavole dei film di Miyazaki sono disegnate interamente (ancora oggi) a mano! Basti pensare che per girare una scena di quattro secondi di Si alza il vento (2013), una tra le più complesse, ci sono voluti un anno e 3 mesi. E lui, irreprensibile, disegna gli story board e cura ogni singola tavola, passando la vita ricurvo sul suo tavolo da disegno, con il suo grembiule immacolato (nonostante il costante colorare con gli acquerelli), e la sua sigaretta.


In fondo, Miyazaki ricerca una verità senza compromessi.

Nel 1996, la Disney si accorda con lo Studio Ghibli per distribuire i suoi film negli Stati Uniti. La Miramax, succursale gestita dall’ormai tristemente noto Harvey Weinstein, avrebbe dovuto distribuire la Principessa Mononoke, ma Weinstein decide di tagliare 45 minuti del film. Il produttore Toshio Suzuki, fondamentale colonna portante dello Studio, spedisce all’executive di Weinstein una katana con un biglietto: “No cuts” (“niente tagli”). Nonostante la terribile sfuriata e le minacce del produttore, il film non viene tagliato.


La regia non è un lavoro facile. Devi spingerti al limite finché non ti sanguina il naso.


Le bambine che salvano il mondo.


Lo Studio Ghibli, considerato una sorta di Disney nipponico, si differenzia dalla casa californiana in maniera abissale.

Innanzitutto, protagoniste dei film di Miyazaki sono spesso ragazzine empatiche e coraggiose, che lottano allo stremo per difendere quello in cui credono. Come nel caso di Nausicaä della Valle del vento, del 1984: in un mondo devastato dalla guerra nucleare in cui le piante sono diventate tossiche, la giovane Nausicaä cerca a tutti i costi di trovare un modo per comprendere e convivere con quella natura avversa, al contrario degli altri uomini che vorrebbero distruggere tutto. O la Principessa Mononoke, del 1997, in cui una giovane cresciuta con i lupi lotta contro gli uomini che vorrebbero distruggere la foresta del suo branco. Eppure, in entrambe queste storie (ma come anche in tutte le altre), le motivazioni che spingono gli individui ad agire in un certo modo non sono mai aprioristicamente malvagie.


Come nella vita reale, ogni personaggio ha la sua sfumatura; così, in effetti, nei film di Miyazaki (ma se vogliamo in moltissime altre opere della cultura giapponese) i cattivi non esistono. Esistono delle situazioni che portano ad agire male, ma spesso nel corso delle storie queste situazioni si ribaltano, si trasformano. Ne Il castello errante di Howl, la “strega cattiva” che trasforma la giovane protagonista in una vecchietta, nel corso della storia viene accolta e accudita dalla ragazza; perché il male maggiore è la guerra che incombe su di loro, e lo stare uniti diventa condizione necessaria per la sopravvivenza.


Da "Il castello errante di Howl"
Il male nei film di Miyazaki appare spesso come qualcosa di profondo e insidioso: come la mancanza di amore ed empatia per gli esseri e la natura che ci circondano. Anche se sono spiriti.

Ne Il mio vicino Totoro (1988), Kiki consegne a domicilio (1989), La città incantata (2001) e Ponyo Sulla Scogliera (2008), le piccole, piccolissime protagoniste si ritrovano a dover affrontare una prova importante: la perdita o l’allontanamento dei genitori. Un salto nel vuoto che le conduce in mondi fantastici e avventure surreali, ad affrontare prove difficili per trovare il coraggio in se stesse e la fiducia nelle persone che incontrano nel loro percorso. Le prove sono affrontate con un’incredibile armonia di delicatezza e fermezza; un aspetto tipico anche dei film del connazionale Ozu, ad esempio (ma questo sarebbe un discorso a parte).


Da "Princess Mononoke"
Perché scegliere quasi sempre personaggi femminili?

L’impressione è che il mondo degli uomini sia in qualche modo andato a rotoli, e che il capitalismo, lo sfruttamento estremo delle risorse e degli individui, l’inquinamento e le guerre siano comunque frutto di una mentalità legata al mondo maschile. Eppure non è l’odio che emerge dai film Ghibli: è piuttosto la sensazione che, sebbene la distruzione faccia parte della nostra esistenza, la cosa giusta da fare resti continuare a lottare per difenderne la poesia.


Devi essere determinato a cambiare il mondo con i tuoi film. Anche se niente alla fine cambia.



Venti di pace


[…]

Gran mare di deliri ben dotato,

mantello di pantera perforato

da mille e mille idoli solari,

idra assoluta ebbra di carne blu,

la coda mordi luccicante tu

in un tumulto al tuo silenzio pari,


S’alza il vento!… Bisogna tentare di vivere!


- Le cimitière marin, P. Valery


Miyazaki nel 2003 vince l’Oscar al Miglior film d’animazione per La città incantata, ma come forma di protesta contro la guerra in Iraq non va a ritirarlo. Quando era piccolo, suo padre possedeva una ditta che produceva aerei per l’aviazione militare durante il periodo della guerra, e questa parte della sua infanzia sembra averlo segnato. Ma, forse, non soltanto in senso negativo: un’altra passione e cifra stilistica di Miyazaki è l’inesauribile passione per i velivoli (non a caso il Ghibli è un bimotore italiano della seconda guerra mondiale!).


Gli aerei, disegnati con maniacale realismo e minuzia, fanno sempre in qualche modo parte dell’immaginario dei suoi film (così come il mare). Il mezzo di trasporto di Nausicaä è un velivolo; in Laputa – Il castello nel cielo (1986), tutta la storia si svolge praticamente in volo; Porco Rosso (1992) è la storia di un asso dell’aviazione militare (con la testa di maiale); la guerra de Il Castello Errante di Howl (2004) si combatte con degli immensi marchingegni volanti; e in Si alza il vento, l’ultimo film di Miyazaki, il protagonista è un progettista di aerei. Non si può dire che sia un film sulla guerra, nonostante racconti la storia dell’ingegnere realmente esistito Jiroo Horikoshi, progettista del caccia Zero.


È forse piuttosto il lavoro più poetico di Miyazaki, per la leggerezza e la grazia con cui vengono trattati la guerra, l’amore, i desideri. L’aereo, il volo, diventano metafora di elevazione spirituale e di sfida dei propri limiti; lo stesso titolo è tratto dalla poesia del 1920 di Paul Valery.



Da "Si alza il vento"

La realizzazione di questo film capita nello stesso periodo del terribile terremoto e dello tsunami del Tohoku del 2011, che determineranno il disastro di Fukushima. Miyazaki decide che non è il momento per fermare la lavorazione del film: il Giappone ha bisogno di questo film, l’arte non deve fermarsi. Lo stesso episodio capita l’anno prima con la lavorazione del film di suo figlio Goro, La collina dei papaveri, altro capolavoro prodotto dello Studio Ghibli. Quella volta la produzione vuole fermare il lavoro, perché i cali di tensione possono determinare la perdita del lavoro fatto a computer, ma Miyazaki insiste così tanto che alla fine i lavori continuano. Gli animatori lavorano di notte per evitare i cali di corrente diurni, e il film viene completato in tempo.


Questo evidenzia abbastanza la modalità con la quale Miyazaki gestisce lo Studio: con pugno di ferro. Non si disegna una foglia che lui non voglia. Sono note anche le molte difficoltà che questo suo atteggiamento ha portato al figlio Goro: nella realizzazione del suo primo lungometraggio I racconti di Terramare (2006), il padre lo ostacola fermamente. non ritenendolo pronto o tagliato per fare il regista. La discordia sembra essere arrivata ormai a un punto di equilibrio, soprattutto dopo l’uscita di La collina dei papaveri, che sembra segnare il raggiungimento di una maggiore maturità da parte di Goro, anche (finalmente) secondo suo padre.


Se volete saperne di più, c'è anche un documentario.


Dopo Si alza il vento, Miyazaki dichiara di non voler più dirigere lungometraggi; ma nel documentario Never Ending Man - Hayao Miyazaki di Kaku Arakawa, del 2016, lo vediamo ancora pieno di volontà, fremente di energia. Nonostante gli undici film e infiniti altri piccoli progetti, dispersi nell’arco di quasi sessant’anni, stanco, burbero e (a suo stesso dire) invecchiato, Miyazaki è ancora alla ricerca di nuovi stimoli. E, forse anche grazie al lavoro del suo staff, credo che sentiremo ancora parlare di lui.



Le persone devono vivere appieno le proprie vite. Con tutta la loro forza. Nei limiti dati loro, nella loro epoca. Vivere più pienamente possibile. È tutto ciò che possiamo fare.

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ISSN 2724-0460

©2020 di Associazione Culturale Menti Colorate