#ElectricSheep Drive-in: Tomboys don’t cry


Una ragazza si innamora. Si innamora di un ragazzo che vive di fronte a lei da quando erano piccoli. Si mettono insieme, nonostante le minacce di morte e le botte della famiglia di lei perché il ragazzo, tanto tanto tempo fa, era nato femmina. Un giorno, il fratello della ragazza, per dare loro una lezione, perché sono infetti, li sperona mentre sono sul motorino. La ragazza cade dal motorino e muore.

Viviamo in un tempo strano, un tempo che i nostri nonni e i nostri genitori immaginavano sarebbe stato il tempo del rinnovamento, della libertà di amore e pensiero. E invece c’è poco di tutto questo.

E più del virus invisibile che ci perseguita da mesi, è l’odio il vero male che si infiltra negli interstizi più sottili della nostra esistenza; l’odio (forse la fobia) per il diverso, per ciò che non si conosce.

Difendere e affermare la propria identità si rivela spesso un rischio, più spesso di quanto si immagini, e sembra quasi una vergogna avere delle idee che siano d’amore e compassione per l’altro, per la natura, per l’universo tutto.

Speriamo sempre che l’arte ci possa salvare, o che almeno ci aiuti a sopravvivere.

Negli ultimi anni, la regista e sceneggiatrice francese Céline Sciamma, attenta osservatrice del suo tempo, è riuscita a raccontare i temi dell’identità, dell’emancipazione, dell’omosessualità e dell’amore con delicato realismo, consapevolezza e grazia.

Nei primi tre film da regista, considerati dalla critica una trilogia sull’adolescenza, Sciamma ha raccontato il corpo, la crescita, la lotta feroce con se stessi e con il mondo per trovare la propria identità, rispolverando il tema molto caro alla Nouvelle Vague del coming-of-age, il raggiungimento della maturità.

«Non sono il tipo da trarre conclusioni sociologiche, ma ho incontrato molti giovani in questi anni e conoscerli un po’ mi ha dato una grande speranza per il futuro del mio Paese. Il loro appetito e la loro creatività non sono paragonabili ai nostri. È una generazione a cui dovremmo al più presto lasciare il posto.»

I personaggi che disegna sono avvolti da un fuoco pallido che li guida nel buio verso la maturità.

È quel fuoco che brucia dall’interno a dare loro la strenua tenacia per combattere, perché l’alternativa ad arrendersi alla visione che gli altri hanno scelto per noi, è la morte. Soprattutto per gli adolescenti.

«Giovinezza significa vivere tutto per la prima volta e avere dei desideri molto forti, e tutto è molto sensuale. Mi piace la prospettiva narrativa e cinematografica che portano con sé quei personaggi.»

Il suo debutto alla regia arriva nel 2007 con Naissance des pieuvres (‘Nascita delle piovre’). La storia si svolge quasi interamente in una piscina, una sorta di spazio sospeso in cui il corpo è libero di essere nudo, e gira intorno al mondo del nuoto sincronizzato, che per Sciamma rappresenta una metafora perfetta dell’essere una ragazza.

Vediamo in superficie queste ragazzine splendide, femminili, strizzate in costumini succinti e sfavillanti, truccate, pettinate e sorridenti; mentre sott’acqua, come i tentacoli di una piovra, le loro gambe si dimenano e si attorcigliano in uno sforzo titanico per farle rimanere a galla.

In questo tumulto emotivo e fisico nasce in loro, puro e trascinante, il desiderio.

Le giovani protagoniste di Naissance, seppure diversissime tra loro, sono accomunate dal forte rapporto con il corpo, che diventerà un costante leitmotiv nei lavori della regista.

Corpi in fiore o corpi ancora in boccio, morbidi, ossuti, luminosi, bagnati; corpi che riflettono quel momento spaventevole che è il salto nel vuoto verso l’età adulta; e la sessualità, l’amicizia, l’amore, in tutta la loro fluidità, a incorniciare e intrecciare le loro vite.

Sciamma, prima e durante le riprese, lavora a stretto contatto con i giovani attori (spesso non professionisti), per assicurarsi che la storia abbia per loro una reale risonanza, che sia plausibile. In questo modo, la storia si adagia su una verità che è costruita con spontaneità e pazienza.

In Naissance gli adulti sono i grandi assenti, non compaiono quasi mai, tanto da non sembrare parte di quell’universo; una sorta di teen version di Ma come si può uccidere un bambino? (1976).

«Volevo evitare il tradizionale confronto con gli adulti. Come nei film americani per ragazzi, abbiamo creato un universo, con icone e mondi differenti. E poi i genitori rappresentano necessariamente un divieto, una morale, che non dovrebbe essere presente. Come per l’omosessualità, non volevo occuparmi del coming out, che ha qualcosa di troppo eroico.»



Nel successivo Tomboy del 2011, è infatti l’arrivo degli adulti a innescare il conflitto.

Nel film, la giovanissima Laure si trasferisce con la famiglia in un nuovo quartiere; poiché nessuno la conosce, decide di presentarsi come Michael, un maschio.

Un aspetto caratterizzante della trilogia è proprio il concetto di identità, e della lotta dei piccoli personaggi per difendere la propria.

«Credo che il film parli a tutti, gay o etero, perché a quell’età tutti ci siamo travestiti e ci siamo concessi di diventare qualcun altro.»

Il momento in cui Laure “diventa” Michael, è spontaneo, quasi naturale e non premeditato. A complicare il tutto è proprio l’intervento dei genitori, i quali pur guidati dal senso di protezione, restano biasimevoli e ingessati nelle loro certezze, nella loro paura del diverso.

Il mondo di Laure/Michael si divide così in due: il mondo dei ragazzi, in cui è libera, e il mondo degli adulti, in cui è prigioniera. Prigioniera di un genere che non sente suo e del segreto che nasconde ai genitori.

«Penso che l’infanzia sia innocente, ma non nella maniera a cui siamo abituati. (…) C’è una sorta di tabù a proposito della giovinezza, è come se tutti abbiamo vissuto le stesse cose ma non ne parliamo mai. Ai bambini non serve categorizzare l’omosessualità, semplicemente sperimentano senza sentirsi in colpa.»


Anche Marieme, protagonista di Diamante Nero del 2014, ultimo film della trilogia, ricorre ai travestimenti. Prima è la brava ragazza delle banlieu di Parigi, che si occupa della casa e delle sorelline mentre la mamma lavora; poi diventa Vic, la ragazza di una gang. Poi ancora è la escort, parrucca bionda e vestito rosso; poi il maschiaccio, capelli corti, seno fasciato, abiti maschili.

«La versione virile di sé, l’unica in grado di contrapporsi al machismo e agli sguardi dei ragazzi.»

La storia di Marieme non si sofferma tanto sulla ricerca di un’identità, quanto piuttosto sul bisogno di emanciparsi, di trovare la propria strada per fuggire da un mondo violento e scorretto. E i vari personaggi che la ragazza interpreta, sono tutti ugualmente veri, in quanto in un certo senso tutti al servizio di quell’obiettivo.

«Mi prendo la libertà di far fare alle ragazze quello che di solito nei film fanno gli uomini e per una volta trasformo loro in archetipi. (…) È come se i passaggi della ricerca di sé per queste giovani donne fossero siglati da altrettanti cambi di costume. Un percorso da supereroine: una dopo l’altra indossano i panni delle ipotesi di donne che la società propone loro. Assaggiando così il proprio futuro.»

Diamante nero non si sofferma sulla superficie degli stereotipi della vita di periferia, ma riesce a raccontarne degli aspetti più sconosciuti, legati all’amicizia tra ragazze, la sorellanza, la forza e il carattere che vengono fuori in un contesto di violenza generalizzata e machismo. Anche se Sciamma conosce le banlieu di Parigi perché ci è cresciuta, è proprio durante il casting (dura circa quattro mesi, perché con Christel Baras, direttrice del casting, si decide di cercare attrici non professioniste, prese dalla strada) la regista approfondisce ancora di più la realtà delle bandes de filles per raccontarla senza pregiudizi.




Dopo la trilogia, in cui la nota di fondo sembra essere la scoperta di sé, il film successivo della regista parla della scoperta dell’altro; parla di desiderio, di amore.

Ritratto della giovane in fiamme viene presentato al Festival di Cannes 2019 e vince il premio per la migliore sceneggiatura.

Una storia che si dipana sotto i nostri occhi con forte riverenza dell’immagine-tempo, mostrandoci senza fretta le vite, le emozioni, le dinamiche, perfino i momenti morti delle protagoniste; è la storia ambientata nel XVI secolo della pittrice Marianne, alla quale viene commissionato il ritratto di una ragazza, Héloïse, che deve andare in sposa ad un nobiluomo di Milano. La ragazza si oppone al matrimonio, per cui sua madre chiede alla pittrice di fingersi dama da compagnia per osservarla e dipingerla in segreto. Tra le due donne, rimaste sole con la governante, si crea un forte legame, che in pochissimo tempo si trasforma in qualcosa di più profondo.

Ciò che caratterizza lo sviluppo narrativo e drammaturgico della storia è l’assenza di conflitto; le protagoniste sembrano sfidare le convenzioni non solo del loro tempo, ma anche del dramma in generale. Tutto avviene con rispetto e naturalezza, con la consapevolezza del poco tempo che hanno per stare insieme e per scoprirsi. La scoperta dell’altro, come si diceva, è alla base del film, così com’è alla base dell’innamoramento tra due persone.

La prima volta che vediamo Héloïse, è incappucciata; piano piano, nel camminare, le cade il cappuccio e vediamo per la prima volta i suoi capelli biondi legati in uno chignon dietro la testa, ricordandoci la prima volta in cui James Stewart vede la nuca di Kim Novak ne La donna che visse due volte di Hitchcock. È una scoperta per il pubblico così come lo è per Marianne.


(A questo proposito un’interessante conferenza della regista a proposito dello scrivere una sceneggiatura ).




Tra le due donne inizia un gioco intellettuale che diventa pian piano ammirazione, desiderio, costruzione di un dialogo che non sia puramente seduttivo, quanto piuttosto volontà di trovare un linguaggio comune, di sviluppare un discorso amoroso.

Per i colori e le luci, sui quali lo studio è stato lunghissimo e meticoloso, Sciamma e il direttore della fotografia Claire Mathon si sono ispirati ai ritratti di quell’epoca, per cui i colori sono allo stesso tempo tenui e vividi, i volti hanno l’incarnato dei dipinti ad olio e gli abiti sono ricchi di panneggi ombreggiati. Le protagoniste, attraverso un complesso sistema di luci, sembrano emanare luce propria, come se fossero personaggi di un quadro che prendono vita, e ogni azione attoriale è stata coreografata al millimetro per poter trasmettere quella sensazione di tableau vivant.

Tutto il film sembra un in effetti un tableau vivant, perché tutto è vissuto in un tempo estremamente limitato e circoscritto, che rifugge quei passaggi registicamente funzionali e ama soffermarsi sui tempi morti: le donne passano il tempo insieme leggendo, dipingendo, cucinando, giocando a carte. Ciò che non è funzionale alla descrizione di quel mondo al femminile viene escluso, così come vengono esclusi gli uomini.


«Sono due donne che si amano e che insieme costruiscono un immaginario amoroso accogliente e aperto. Non è certo un film sulle violenze e i soprusi subiti dalle donne nei secoli, ecco perché non ci sono uomini.»

Come si diceva, nel film non è il conflitto la miccia che fa nascere l’amore, bensì il desiderio. Per cui, i loro rapporti sono equi e rispettosi, anche con la madre che vuole che la figlia si sposi contro la sua volontà, perché ad osteggiarle ci pensano fondamentalmente le convenzioni dell’epoca.

Le protagoniste rispettano le diversità reciproche, rispettano se stesse e il loro destino, si donano e si curano a vicenda, nella maniera più spontanea e naturale possibile. Ma il desiderio delle due donne l’una per l’altra non potrà mai realizzarsi al di fuori di quel piccolo prezioso momento che stanno vivendo, in cui tutto viene enfatizzato: ogni parola, ogni sospiro, ogni sguardo.

Perfino la colonna sonora sembra essere di troppo e compare in pochi momenti chiave, intra-diegetica: il momento in cui le donne dell’isola si riuniscono in cerchio intorno al fuoco e cantano il destino delle protagoniste “fugere non possum” ('non posso fuggire'), che può rappresentare sia una condanna che una catarsi, e il momento in cui Marianne ed Héloïse ascoltano insieme L’Estate di Vivaldi. Lì, come quando per la prima volta abbiamo visto il viso di Héloïse, è cresciuto così forte in lei e nello spettatore il desiderio di ascoltare quell’opera, che è come se l’ascoltassimo insieme per la prima volta.

Il film parla di desiderio, di desiderio puro, destinato a rimanere tale, perché le protagoniste non avranno mai la libertà di uscire da quello spazio, da quel quadro costruito ad hoc per loro.

Così come nell’Orfeo di Ovidio che leggono insieme, l’artista desidera salvare l’amata, così Marianne desidera salvare Héloïse; ma tutto ciò che hanno è quel momento, quel percorso attraversato col fiato sospeso dal buio dell’inferno alla luce della vita, la porta sulla libertà che Euridice riesce solo a intravedere prima che Orfeo si giri a guardarla e la condanni a una seconda morte.

Ma se fosse stata Euridice a chiedere a Orfeo di girarsi?

Perché il desiderio è la vera fiamma che brucia nell’artista; e finché quella fiamma brucia, l’arte vive.

Il film ci ricorda tutte le pittrici, scrittrici e artiste in generale costrette a firmarsi con un nome maschile, ma anche soprattutto il ruolo che le muse hanno avuto nella storia dell’arte.

Per la cultura occidentale contemporanea, questa concezione della donna è (con qualche difficoltà) ormai abbastanza lontana, ma restano innumerevoli le minoranze che nella società contemporanea non hanno voce e non hanno nome, proprio come Marianne, che è costretta a firmare i propri quadri col nome del padre.

Dunque non solo la società, ma anche l’arte è ancora oggi un mondo estremamente privilegiato, e migliaia di voci diverse restano ogni giorno inascoltate; le voci dei diversi, le voci degli ultimi. Bisognerebbe fare uno sforzo per provare ad ascoltarle.

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ISSN 2724-0460

©2020 di Associazione Culturale Menti Colorate