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#folgorazione, IV: Incontri straordinari con uomini

Aggiornato il: lug 13


Martin Stephen Moskoff. Cover for I Amness: The Discovery of The Self Beyond The Ego (detail), by Ian Hunt and William Nicholls (1972)

Carlos Castaneda, autentico o presunto, celebre e ambiguo sciamano del secolo scorso, ha reintrodotto in occidente, nell’alba dell’epoca psichedelica, l’idea che sia possibile esperire “realtà non ordinarie”.


Una realtà non ordinaria sembra essere uno stato di coscienza di veglia alterato, simile al sogno per la possibilità di percepirvi cose che altri non percepirebbero, ma anche inconfondibilmente differente. È differente perché è intessuto di elementi che sembrano avere valore unico e specifico:


l’attenzione non incontrerà “sassi” o un “cane”, ma quel sasso e quel cane ; soprattutto, è differente perché questi elementi sono stabili e non evanescenti: ci stanno, sono .

Potremmo allora parlare dell’ingresso in una vera e propria dimensione parallela del reale, una dimensione sottile e fragile dell’esperire in cui saltino tutte le convenzioni che rendono l’ambiente quotidiano intelligibile e prevedibile. Ma noi non possiamo farlo, perché non possiamo prescindere, per parlare di “realtà”, dal consenso oggettivo fra le persone su che diavolo ci stia, . Per questo l’autentico o presunto, celebre e ambiguo maestro di Castaneda, Don Juan, incentrava il suo addestramento sullo sviluppo della capacità di produrre una ripetibilità sperimentale del non ordinario e dei suoi effetti sull’ordinario. E questa speciale, indiretta, forse ipnotica forma di consenso fra individui de-realizzati era mediata – indovinate un po’ – dalle inflessibili regole d’uso degli strumenti allucinogeni.

Perché, come per la vipassana, del non ordinario a noi può interessare soltanto il suo grado zero: il gioco, preso sul serio.

E qui, forse, “preso sul serio” significa qualcosa come: quando i bambini si donano ai loro “facciamo che”, l’istante dopo la cosa è vera: il giocatore e il gioco non sono chiaramente distinti – né lo sono la realtà e l’immaginazione non ordinaria che allora la vive. Questo può essere, anche, quel contesto di sospensione delle coordinate quotidiane che si chiama laboratorio: un incontro umano un po’ più intenso, forse, di quelli ordinari. Un incontro più integrale, diciamo: non solo fra persone con un nome e cognome, ma fra persone che sono anche bambini che sono anche animali e chissà cos’altro.

Con un’ultima domanda: se l’animo diciamo teatrale della vipassana potrebbe stare nel portare la consapevolezza dal sé al l’un l’altro di quegli occhi che incontro in ogni unità di tempo – quella folgorazione a volte condivisa, mai raccontata – cosa potrebbe accadere se quegli occhi li incontrassi in un contesto “intessuto di elementi che sembrano avere valore unico e specifico”?


Folgorazione è una rubrica di riflessioni sull'essenza del laboratorio di teatro. Parte dall'esperienza di Cristian Mezzo e muove, con l'aggiunta di nuovi stimoli e punti di vista, verso la realizzazione di una nuova possibile esperienza insieme a Jacopo Stefani.

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