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#folgorazione, III: Una trama segreta

Aggiornato il: lug 13


Vasilij Vasil'evič Kandinskij - Studio dei Colori: quadrati con cerchi concentrici, 1913

Buio. Si sta a guardare. Schermo nero. Tutto nero: qualcosa si muove. Sembra succedere qualcosa nello schermo. Ci sono movimenti, colori. C’è già un ritmo. Si sta a guardare. Questo sguardo per un istante che durerà variamente (cioè, in sé stesso, sarà e non sarà), sarà visibile: la folgorazione. Onde l’intelletto più puro viene alla luce: la cosa che succede si vede nella scena: lei si vede, tu sei la scena. La conoscenza di sé. Ci siamo di nuovo. Allora siamo tanti, e sappiamo già che, a parlare poi di ciò che c’era innanzi, non ci capiremo per niente.


L’arte del gioco, come l’arte del linguaggio, è sempre quella di fare la mossa giusta: ma non tanto per vincere, quanto per ingranare.

Che l’essenza del theatron stia nella folgorazione è qualcosa che non sta scritto né in cielo né in terra: ma è una possibilità di vederla. Una possibilità, appunto, essenziale. Quindi una cosa che semplifica la vita: fin troppo, forse: la rende invis(v)ibile. Per questo ogni tradizione e ogni approccio, anche se non credesse nella sua missione, si prolungherebbe nell’esigenza di una disciplina che dia un peso all’imperscrutabile che la gente si ritrova lì a stare-a-guardare (la ricerca della verità dell’agere e del vederlo accadere, quindi il significato della “storia umana”, ecc. ecc.). È stata però avanzata una scommessa: che si possano usare, come discipline, anche strumenti altri rispetto alla tradizione teatrale. E che le loro regole, meno adatte a dare corpo spettacolare al theatron, possano essere più adatte a rendere più abitabile, più convivibile, per certi tratti, la folgorazione che tanto a nulla lo ridurrebbe.


Si è parlato di vipassana, sì, ma non perché pensiamo che il teatro debba essere per forza mistico.

Si è parlato di vipassana, cioè di meditazione: lo stare nello sguardo senza gettarsi nel fiume della folgore, di quella durata che non dura: lo stare nel corpo senza gettarsi nello sguardo che si vede: la ritmica del “succede qualcosa, poi qualcos’altro” può cessare sulla scena che hai davanti al naso, ma non cessa nel respiro, che è sempre unico e lo stesso, ma è sempre nuovo e qui. E cosa succede se ora il mio respiro è quello che fai tu? Si è parlato di vipassana, sì, ma non perché pensiamo che il teatro debba essere per forza mistico.

Le regole uniscono in una trama segreta, e raramente esplorata a fondo, le discipline artistiche, tecniche, mistiche, ma anche il gioco e, alla fine dell’imbuto, il linguaggio. Le regole dicono “questo e questo no, quest’altro per forza sì, il resto veditela tu”. Ma se siamo in due (o in tre, o in 60 milioni), io seguo le regole guardando te. Così quando si gioca, così come quando si parla – se lo si fa sul serio – l’immaginazione che abitualmente in noi opera invis(t)ta, passivamente, come abitudine al non-pensare – diventa un arnese di evocazione di massa. Se il mio corpo reagisce all’“unicorno”, se “facciamo che siamo astronauti”, se ti dico “ma lo sai dove devi andare tu?”, c’è un’immediata conseguenza della cosa, non del significato. E la cosa è una postura diversa dell’esistenza: la cosa siamo, in pratica, io e te. Per questo l’arte del gioco, come l’arte del linguaggio, è sempre quella di fare la mossa giusta: ma non tanto per vincere, quanto per ingranare.


Che l’essenza del theatron stia nella folgorazione è qualcosa che non sta scritto né in cielo né in terra: ma è una possibilità di vederla

Ah già, è stato nominato anche Castaneda. Non perché pensiamo che il teatro dovrebbe essere sciamanico. Anzi, forse è lo sciamanesimo che – qui – in questo discorso – in questo gioco – dovrebbe diventare teatro. Ne parliamo la prossima volta.


Folgorazione è una rubrica di riflessioni sull'essenza del laboratorio di teatro. Parte dall'esperienza pluriennale di Cristian Mezzo e muove, con l'aggiunta di nuovi stimoli e punti di vista, verso la realizzazione di una nuova possibile esperienza insieme a Jacopo Stefani.

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