• guerranita8

Si può essere fotocronisti senza fare fotografie?



Si può - davvero - essere fotocronisti anche senza fare fotografie? Quella che per me è una domanda, per Bruno Munari è la conclusione alla quale giunge al termine della rigorosa e ingannevole cronaca fotografica su Inez, un’isola in cui si coltivano tartufi.

L’idea, resa concreta nella pubblicazione del 1944 Fotocronache dall’isola dei tartufi al qui pro quo, parte dalla concezione dell’immagine fotografica come una delle modalità espressive disponibili, ed esplora le possibilità nate dall’appropriazione di materiale già esistente re-impiegato per il racconto di storie generate dalla fantasia del narratore stesso, senza richiedere al lettore-osservatore la conoscenza del suo contesto di origine. Così Munari avanza l’ipotesi, apparentemente paradossale, che si possa fare cronaca fotografica anche senza macchina fotografica e Fotocronache, in quanto narrazione attraverso immagini rubate, si presta a questa indagine anticipando, con l’innocenza del gioco “facciamo che io ero”, una delle caratteristiche della cultura visiva attuale.



“Io credo che in fondo l’inganno sia possibile perché la gente vuole essere ingannata. Ci piacciono le storie delle fiabe, di Babbo Natale, dei Re Magi. Ci basta anche una minima argomentazione per credere in questo tipo di racconti”

Anche se - o forse proprio grazie a questo - l’immagine fotografica viene considerata, per sua natura, una documentazione imparziale della realtà; il continuo sovrapporsi di significati comporta lo smarrimento del messaggio originario, mettendo in atto un meccanismo che fa riflettere sul concetto di verità e quindi, per contrasto, sul concetto di fake.

In occasione di Foto/Industria 2017, Joan Fontcuberta esamina tre esempi di “fotografi inventati”, tra i quali l’iconica Vivian Maier affrontando così il tema della post-verità: un atteggiamento incurante della verità stessa la quale viene rimpiazzata dalla vero-simiglianza di un racconto. “Io credo che in fondo l’inganno sia possibile perché la gente vuole essere ingannata. Ci piacciono le storie delle fiabe, di Babbo Natale, dei Re Magi. Ci basta anche una minima argomentazione per credere in questo tipo di racconti”.



E infatti il Progetto X.B./Sfatare la leggenda di Vivian Maier di Fontcuberta consiste nella creazione di storie fittizie rese credibili da materiale fotografico già esistente che assume, in questo modo, nuovi significati. L'azione già proposta da Munari, si ripresenta nel caso specifico di Vivian Maier e si discosta dalla semplice ri-significazione, presentandosi più come una rivendicazione: un auto-attribuzione che, anche se il racconto non fosse di completa invenzione di Fontcuberta, assumerebbe un significato rinnovato proprio perché rivendicato dall’artista.


Il ciclo di vita dell’immagine contemporanea sembra essere definito dalla sua potenzialità e versatilità a essere caricata di significati, talvolta anche contrastanti, che si susseguono in un processo di sovrascrizione la cui fluidità comporta il livellamento dei confini delle figure del produttore, narratore e fruitore: quest’ultimo in particolare, si fa coautore nel momento stesso in cui legge e interpreta, simultaneamente, l’immagine e a sua volta diventa narratore nel momento in cui la ri-condivide.

Questa nuova figura, il prescriptor, già individuata nel saggio La furia delle immagini, è intesa in ambito artistico come l'autore che reinterpreta materiali già esistenti grazie a una spiccata capacità di condizionare, e quindi di trovare riscontro, nel pubblico. In questo modo la definizione concepita per la descrizione di un trend artistico coincide sempre più con quella dell'influencer, mettendo in evidenza un canale che connette le esperienze artistiche con l’uso delle immagini come linguaggio condiviso, vere e proprie "parole pronunciate, che una volta raggiunto il loro destinatario non hanno più bisogno di essere guardate, avendo già esaurito il loro compito di comunicazione”, scrive Fontcuberta.

In questo contesto l’autore “primo” deve fare i conti con le possibilità di distorsione dell’immagine che mette in circolo: uno degli esempi più recenti è Il corpo del Capitano, progetto fotografico di Luca Santese e Marco P. Valli, che nasce da una fotografia del volto ritratto e mostrificato di Matteo Salvini, riletto dalla redazione dell'edizione europea del TIME come il "nuovo volto dell'Europa" deviando così il messaggio visivo originario.

La riappropriazione dell’immagine da parte dei fotografi allora, non può che passare per la ri-significazione che sfrutta il furto per la costruzione di un dialogo: la fotografia riappare sulla copertina del progetto Il corpo del Capitano, disumanizzata, è privata degli occhi come in una maschera.



l’autore si trova davanti a una scelta per nulla facile...

Questo esempio è emblematico di una modalità di circolazione delle immagini che, pur variando da caso a caso, vede l’immagine perdere il contatto con il suo autore e con il suo contesto di origine per trasformarsi in parola inserita in un discorso collettivo.


Ma, se da un lato la democraticità di questa forma di comunicazione permette di “dare parola” potenzialmente a chiunque e perciò di abbattere quelle barriere spesso accusate di ostacolare la comprensione dell’arte contemporanea, dall’altro, l’autore si trova davanti a una scelta per nulla facile: può raccogliere la sfida e rispondere a un continuo ed esponenziale dialogo che si instaura sopra la sua immagine o può affannarsi nell’ardua e, forse, sconclusionata ricerca di creare un’immagine incorruttibile, che non possa essere fraintesa, ritorta o rivendicata.




 

Rapso Magazine: ISSN 2724-0460

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