• Diana Cusani

L'ultimo romantico e la ricerca della verità

Go, go, go, said the bird: human kind Cannot bear very much reality. (Four Quartets, T.S. Eliot)


Civilization is like a thin layer of ice upon a deep ocean of chaos and darkness.

(W. Herzog)


Ci sono finzioni che sembrano verità assolute (penso ai miti greci, a Borges, a Calvino…) e verità che suonano finte come una vecchia bambola di plastica, di quelle che si vendevano sulle bancarelle alle feste di paese. Ecco, la nostra realtà mi sembra ultimamente un vecchio giocattolo rotto e scadente col quale non mi va più di giocare; vorrei poterla reinventare, rimodellare. Come farebbe Werner Herzog.


Werner Herzog in Perù sul set di Fitzcarraldo (1982) - Getty

Sembra impossibile delineare il confine tra la vita e l’opera di Werner Herzog, così come è stato da sempre impossibile per la critica cinematografica categorizzare la sua filmografia in film di fiction o documentari. La sua visione estetica nitida e suggestiva risuona dai meandri della sua produzione gargantuesca, che spazia dal documentario al noir, dall’autobiografico alla fiction, dalla fantascienza all’Opera. Un incessante bisogno di esplorare il mezzo filmico in tutte le sue declinazioni, talvolta estreme, talvolta quasi domestiche, non imbrigliabile in una definizione critica classica, che lascia trapelare un incessante bisogno di esplorare la vita stessa.


Se sei capace, vai nel mondo reale. Rimboccati le maniche e lavora come buttafuori in un sex club o guardiano in un manicomio o un operatore di macchina in un macello. Guida un taxi per sei mesi e avrai abbastanza soldi per fare un film. Cammina a piedi, impara le lingue e un mestiere o un’attività che non abbia nulla a che fare con il cinema. Il cinema - come la grande letteratura - deve avere l’esperienza di vita alla base.

Herzog è un outsider, sia geograficamente che culturalmente.

Basti raccontare un solo episodio emblematico: verso la fine del 1974 Lotte Eisner, anziana critica cinematografica a cui Herzog è estremamente legato, è in fin di vita a Parigi. Il regista decide di partire a piedi da Monaco e camminare verso Parigi seguendo un percorso il più possibile simile a una linea retta.

Presi la strada più diretta per Parigi, nell’assoluta fiducia che lei sarebbe rimasta in vita se io fossi arrivato a piedi.

Il viaggio dura quasi un mese, ma quando arriva a Parigi Lotte Eisner è fuori pericolo; e sopravvive ancora alcuni anni.



Nato nel 1942 a Sachrang, villaggio montano della Baviera, in una Germania devastata dalla seconda guerra mondiale, cresce a stretto contatto con la natura, lontano da radio e televisione. Di fatti, vede il primo film (un documentario sugli eschimesi) solo a undici anni. Gira il suo primo cortometraggio Herakles (1962), e la dozzina di film successivi, con una telecamera rubata nella Scuola di Cinema di Monaco. Non lo considererà mai un furto, piuttosto una necessità:


Volevo fare film e avevo bisogno di una videocamera, quindi avevo su questo mezzo una sorta di diritto naturale. (...) Quando hai una bella storia da raccontare, la forza del destino di dà il diritto di fare queste cose. Ho aiutato questa macchina fotografica a compiere il suo destino.

L’esperienza di vita è alla base del cinema di Herzog, per cui si può comprendere la sua avversione rispetto alle eccessive elucubrazioni sull’arte; scavare troppo profondamente nel cuore di un’idea annichilisce la creatività. Il cinema, così come la musica, è strettamente connesso all’immaginazione, all’istinto, piuttosto che alla ragione:

L’intuizione inalterata è faro più luminoso per Werner di quanto non lo sarà mai l’analisi. (P.Cronin)

Un istinto selvaggio, infiammato dal primordiale bisogno di superarsi, di varcare le colonne d’Ercole delle possibilità umane. Un istinto che trascina una nave su una montagna, fa mangiare vermi per solidarietà col proprio cast, fa falsificare documenti ufficiali, fa minacciare il proprio attore principale di sparargli un colpo di fucile, fa saltare dentro un campo di cactus enormi, fa liberare diecimila ratti tinti di nero in un paesino della Baviera, porta sulla vetta di un vulcano che sta per esplodere eclissando l’isola su cui sorge.


Anche i suoi personaggi, da Aguirre a Fitzcarraldo a Timothy Treadwell, o anche l’intero cast di Cuore di vetro (1976) (in cui la maggior parte del cast ha recitato in stato di ipnosi), perpetuano la loro trascendenza attraverso la ribellione all’ordinario, al senso comune di ciò che è giusto. Questi anti-eroi sono spesso alla ricerca di qualcosa, che sia un’alta aspirazione, un nuovo livello di consapevolezza o una trasfigurazione fisica. Diventando singoli discepoli delle proprie fantasie, delle proprie convinzioni, dei propri codici di comportamento, intraprendono viaggi fisici quanto psicologici, che lasciano intravedere quanto queste trasgressioni siano difficili ma, in ultima analisi, giuste. Se si ritrovano a trasgredire, è principalmente in funzione di una frenetica ricerca di una migliore comprensione di se stessi e del mondo; e se tale ricerca miete vittime, come in Aguirre, pazienza.



Le reazioni dei personaggi outsider di Herzog permettono allo spettatore di individuare i limiti tracciati dalla società e dalle istituzioni; in altre parole, la trasgressione dell’anti-eroe mostra le briglie etiche e morali che spingono gli uomini a trasgredire. Eppure, il fine ultimo della trasgressione è quello di oltrepassare l’ordinario. Queste spedizioni intense incarnano anche ciò che Herzog chiama ‘verità estatica’, ossia la ricerca della verità al di là dei fatti, e più in profondità di essi; una ricerca spirituale, se vogliamo, che richiede al protagonista un sacrificio affinché accada.


L’impossibilità della critica di categorizzare la filmografia di Herzog è figlia di questa ricerca.

Herzog stesso ha ammesso di inventare alcuni elementi dei suoi documentari presentandoli come parte della realtà, o di filmare situazioni preparate che appaiono avvenute per caso, o addirittura di inserire citazioni false. In essi è palpabile la volontà di esprimere il senso della realtà, la sua verità intima, attraverso un linguaggio simbolico e naturalistico.


I suoi film di finzione, invece, sono spesso ispirati a fatti accaduti; è dunque l’eco del mondo reale a riportare la concretezza del vissuto. È nota infatti la meticolosità di Herzog nel ricreare col massimo realismo i fatti della storia, anche a costo di complicare all’inverosimile le riprese. Alcuni di questi film, come La ballata di Stroszek (1976), sono tra l’altro girati a guisa di documentari. Ha infatti dichiarato in un’intervista:

Fitzcarraldo è il mio migliore documentario e Little Dieter Needs to Fly il mio migliore film di fiction. Non faccio una chiara distinzione tra loro». (Intervista completa consultabile su Index Magazine).

Dunque gran parte del lavoro nei documentari di Herzog può essere descritto come uno sforzo creativo per rendere visibile ciò che spesso si presume eluda l’osservazione.


Ma in che modo Werner Herzog decide se una storia diventerà un film di fiction o un documentario?


Non mi soffermo a meditare se dovrei articolare la storia in un modo o nell’altro...Faccio solo quello che quello di cui sento un’urgenza. Quindi per me il confine tra finzione e “documentario” semplicemente non esiste.

Eppure, secondo Herzog, la distinzione chiara tra fatto e verità che lui opera relativamente alla scelta documentario/fiction, è funzionale al raggiungimento di un livello di verità più profondo che gli altri film non possono raggiungere. Questa profonda verità che appartiene al cinema non può essere scoperta se si agisce: «bureaucratically, politically, and mathematically correct».


Nel Paese del Silenzio e dell’Oscurità (1971) è il primo film del regista che sembra forzare i limiti della sperimentazione verità/fatto nel cinema. Il film racconta la vita e le esperienze di Fini Straubinger, una donna tedesca che a nove anni subisce una caduta, batte la testa e dopo qualche anno diventa prima cieca, poi sorda. Dipendente da morfina a causa dei continui dolori, rimane costretta a letto per trent’anni. Herzog rimane subito affascinato dalla donna e decide di girare un film su lei e altri sordo-ciechi. Alla fine del film compare una citazione di Fini Straubringer che in realtà non è mai stata pronunciata dalla donna; fu il regista stesso a scriverla: «Se ora scoppiasse una guerra, non me ne accorgerei nemmeno».



Allo stesso modo, il ricordo che la donna racconta all’inizio del film, ovvero l’estasi sul volto di uno sciatore che si appresta a saltare su una rampa, è inventato dal regista. Il motivo di questa aggiunta risiede nel desiderio di raccontare la solitudine della donna, e l’estasi di un salto con gli sci rappresenta per il regista un’immagine del suo profondo stato di solitudine interiore.


Ricordi la citazione di apertura di Blaise Pascal all’inizio di Apocalisse nel Deserto? “Al pari della creazione, il collasso dell’universo stellare avverrà con maestoso splendore.” Bene, non è Pascal, l’ho inventato io. Mi piace fare cose del genere perché sono un narratore, non un tradizionale ‘documentarista’...La pseudo-citazione di Pascal ti porta dall’inizio del film a un livello che ti prepara a qualcosa abbastanza importante. Siamo immediatamente nel regno della poesia.

In Fata Morgana (1971), Apocalisse nel deserto (1992) e L’ignoto spazio profondo (2005), considerati dallo stesso Herzog un’ipotetica trilogia fantascientifica, quel confine tra documentario e fiction viene forzato all’estremo: le immagini reali dei suoi peregrinaggi in Africa, dei pozzi di petrolio in fiamme in Kuwait i filmanti della missione dello Space Shuttle STS-34 e delle acque del Polo Sud, diventano l’accompagnamento visuale di un racconto fantastico, surreale. Al contrario, L’enigma di Kaspar Hauser (1974), La ballata di Stroszek (1977), o My Son, My Son, What Have Ye Done (2009), mantengono un’impostazione documentaristica pur essendo ricostruzioni di fatti più o meno reali. Fitzcarraldo (1982), Aguirre, furore di Dio (1972) e La Soufrière (1977), sono invece i lavori diventati emblematici della figura del regista disposto a sfidare i limiti dell’impossibile, a causa della leggendaria e quasi fantastica impresa della loro realizzazione.


Still life: Grace Zabriskie, Michael Shannon and Chloe Sevigny in "My Son. My Son, What Have Ye Done" - Absurda

Forse uno dei più originali e sicuramente più importanti lavori di Herzog in quanto opera rappresentativa di uno stile originale, sia documentaristico che narrativo, ed esemplificativa del tema del rapporto tra uomo e natura, è Grizzly Man del 2005. Herzog utilizza per questo film il materiale girato in tre anni dal protagonista stesso, Timothy Treadwell, un ambientalista ucciso nel Parco nazionale e riserva di Katmai (Alaska) dove passava le estati insieme agli orsi grizzly per proteggerli, a cui il regista aggiunge alcune interviste e la sua voce narrante a commento dell’accaduto.


Un’opera realistica e allo stesso tempo poetica, che ci parla di una natura reale, spietata e meravigliosa. La natura di Werner Herzog.


Diana Cusani

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ISSN 2724-0460

©2020 di Associazione Culturale Menti Colorate