• Filippo Colombo

Dare forma a un altrove tra malinconia, Tangeri e sfacelo azzurro: intervista ai John Qualcosa

I John Qualcosa (Giovanni Something per gli amici, come suggerisce la biografia di Instagram), duo malinconico italiano, esistono nella vita di AmbraMarie e Raffaele D’Abrusco da molti anni. Side project di AmbraMarie, accanto all’omonima band con cui ha pubblicato due dischi, è un contenitore estremamente personale che racchiude la dimensione musicale più sincera dei due artisti. Il 15 Aprile, dopo anni trascorsi tra video sporadici caricati su YouTube, qualche live e tanti altri progetti che toglievano tempo ed energia, è uscito Sopravvivere agli amanti, album d’esordio. Nove tracce, autoprodotto, con la collaborazione di Filippo Cornaglia alla batteria e alle percussioni, disco in cui il cantautorato danza con le chitarre acustiche, il pianoforte, i synth e i violini che accompagnano la doppia voce.



“Per far uscire questo disco ci voleva una cosa mai capitata prima”, scherza AmbraMarie, quando mi complimento per il coraggio di aver fatto uscire un progetto così importante durante una pandemia mondiale. Parlare con lei – anche, come in questo caso, su Skype, con intermittenti apparizioni di Ombra, il suo cane, “che ha la tendenza a mordermi le braccia mentre sto facendo cose al computer con altre persone” (sic), – è bello perché ha il trasporto di chi mette il cuore non solo nei progetti musicali, ma anche nel raccontarli. L’album dei John Qualcosa ha un’anima acustica, che parte da Damien Rice e Tim e Jeff Buckley, per mischiarsi coi Verdena, gli Afterhours e Iosonouncane. Gli arrangiamenti, curati sempre da loro due, si portano dietro la passione legata ai loro viaggi e alla world music, tra il fado di Lisbona, l’anima dei Beirut, e influssi balcanici – tutto unito dall’inconfondibile voce di AmbraMarie. E accanto alla voce, sono proprio i viaggi a essere uno dei fili conduttori del progetto, come quello a Tangeri, nei luoghi di Only lovers left alive, la cui colonna sonora ha giocato un ruolo fondamentale nell’estetica e nel sound del disco.

La gestazione di Sopravvivere agli amanti è durata molti anni, partendo da registrazioni con Garageband (Grimes ci ha fatto un disco spettacolare con GarageBand, le faccio notare io, sì ma almeno lei aveva un microfono, mi risponde AmbraMarie), interrotta dalla mancanza di concentrazione e da budget limitati per far fronte a un disco interamente autoprodotto, e terminata infine ad Aprile 2020, quasi un anno dopo il termine del mix, durante un lockdown nazionale. AmbraMarie non nega che sia stata, all’inizio, una bella batosta, e che in questo periodo i media hanno un surplus di notizie che inevitabilmente annienta e travolge. Ed è vero che magari in questo periodo la gente ha più tempo per ascoltare – continua – ma tra una Dua Lipa che fa uscire un disco, i live su Instagram, la gente che posta più del solito, e guarda la torta che ho fatto, e pensa un po’ ieri sera cosa ho dipinto, tutto quanto finisce per creare un mare innavigabile che può far naufragare le barche a vela dei piccoli progetti. Se c’è però una cosa che il mestiere da musicista le ha insegnato è l’attitudine zen: avere pazienza, accettare quello che viene e sperare che il disco possa avere una storia lunga e che possa essere spremuto nel tempo, perché – prosegue – fare un disco per poi buttarlo via dopo sei mesi non è mai stato il suo modo di intendere la musica.

Passando ai brani, esordisco sbilanciandomi dicendole che il mio pezzo preferito è Una canzone quasi felice, e AmbraMarie mi risponde che se dovesse lei fare una classifica dei pezzi, questo starebbe in fondo (“sì, però non so che farmene di una canzone quasi felice, se non ho nessuno con cui cantarla è un verso che elabora quello che ho sempre cercato di esprimere ascoltando solo canzoni tristi”, provo ad argomentare). Nel pezzo si parla di “un chiosco di mojito che volevo aprire per scappare”, che è uno dei due piani B di AmbraMarie – l’altro non lo sveliamo al mondo, perché mi ha raccomandato di non rubarglielo, e anche se dichiara di averlo depositato all’Ufficio Brevetti, facciamo che lo teniamo nascosto ancora un po’. Mi racconta che la tranquillizzano il pensiero di avere un altrove e gli alibi mentali che costruisce – ma vive con estrema fame e passione per il presente. Mi dice che starà meglio quando abbraccerà a pieno questa parte di lei: che non ha radici, se non la sua famiglia, dove tornerà sempre, e che il suo unico posto fisso è la musica – tema che ritorna anche in La mia Amsterdam, in cui le voci di AmbraMarie e Raffaele raccontano quest’attitudine viandante accompagnate dal suono dei campanelli delle biciclette, ricreando l’ambientazione anche a livello di sound.

Un altro tema che torna spesso nel disco è la felicità, in una dualità con la malinconia – felicità che “è un bicchiere che si svuota” e da cui beve, in Una canzone quasi felice, e che “l’abbiam lasciata scappare, siamo stati codardi” in Una canzone dei Doors, pezzo dall’atmosfera rarefatta che conclude il disco. Mi parla di Happyish, una serie tv in cui c’è una riflessione sul fatto che a volte ci si rende conto che nella vita la felicità la si è attraversata, senza carpirla, e per motivi che non sempre dipendono da noi non tornerà più. Ecco, mi dice, io vorrei essere brava abbastanza da poterla ricreare, e Una canzone dei Doors parla proprio di questo, di un momento della vita sua e di Raffaele in cui suonava Indian Summer e la felicità era lì. E proprio Indian Summer conclude il disco, e – specifica – è fatto apposta, non è che ah ci sta bene Indian Summer bella attacchiamocela, ma Una canzone dei Doors ha quegli accordi proprio per questo motivo. Se poi vogliamo dirla tutta tutta, il disco in realtà non finisce così, ma con “una cagata pazzesca che se no uno pensa che siamo dei Leopardi allucinanti che si disperano tutto il giorno” (sic), ma questa cosa su Spotify non c’è, e credo che la volontà di scoprire che cos’è possa essere uno degli incentivi a comprare la versione fisica del disco (che una volta, coi vinili, funzionava così, che te lo dimenticavi lì sul giradischi e poi toh! parte Endless, Nameless dei Nirvana).



Accanto ai viaggi, un altro filo conduttore dell’album sono i film. Sopravvivere agli amanti, title track e singolo, e Sfacelo Azzurro sono ispirate, rispettivamente, a Only lovers left alive e Eternal Sunshine of the Spotless Mind (infelicemente diventato Se mi lasci ti cancello, film preferito di AmbraMarie, di cui mi mostra una serie di quadretti che riproducono le scene del film che ha appeso in casa). Il mondo del cinema la attrae per l’estetica che può comunicare e che può dare a un progetto musicale, e ama fotografare e montare video (studiare da regista è il terzo piano B, mi dice, il più ambizioso). Mentre viveva a New York, si è trovata sulla spiaggia di Montauk a girare il video di Sfacelo azzurro nei luoghi del film, e ha viaggiato a Tangeri, sfidando l’ostilità verso due ragazze occidentali, cercando di portarsi a casa delle immagini che raccontassero il disco dei John Qualcosa. Pur senza averne la competenza, mi dice, ama filmare e creare delle immagini che possano avere poesia (specifica che dice poesia “non con un’umiltà, ma di più”, e penso che non deve scusarsi, ché alla fine uno la poesia la trova un po’ dove gli pare). Soprattutto, mi dice che è brava a mettere ordine, e riesce sempre a ritagliare dei frammenti artistici in mezzo a migliaia di riprese apparentemente poco estetiche, lavorando di cesello tra un frame e un altro.

Prima di salutarci, Ombra ritorna tra noi, e AmbraMarie mi racconta che lei e Raffaele sono già pieni di idee per un secondo lavoro dei John Qualcosa, che terrà insieme una componente acustica, una componente di Italia anni ’60 tra Modugno e Jimmy Fontana (“come i Kings of Convenience che a Siracusa hanno cantato una cover dei Giganti”), gli influssi di world music e una componente acida tra synth e distorsioni. Mi dice che appena finita la quarantena non vede l’ora di correre al lago con Ombra, e di dare il via al tour dei John Qualcosa, con Mattia Degli Agosti alla batteria / percussioni / pad e altri aggeggi tribali, Raffaele al piano, chitarra, basso e synth, e lei alla voce, bastone della pioggia e altre cose pazze che ha trovato in giro.

Alla mia ultima domanda, la connessione inizia a vacillare, e di comune accordo decidiamo di prenderlo come un segno del destino e di non affrontare quell’argomento. I John Qualcosa sognano una carriera lunga e coerente – alla Carmen Consoli o Andrea Laszlo de Simone, mi dice – che non necessariamente deve arrivare a tutti, ma che possa avere una sincerità viscerale. È vero che in questa quarantena siamo sommersi di dirette, musica e alla costante ricerca di attività per tenerci ancorati alla normalità. Il disco dei John Qualcosa, però, merita di ritagliarsi un piccolo spazio all’interno di questo immenso. È un disco pieno di riferimenti alla vita di AmbraMarie e Raffaele, magari difficili da cogliere, ma che offrono chiavi di lettura molteplici. Ma soprattutto, è un disco di quelli che li ascolti e senti tutto l’amore per la musica: ed è per questo che si fanno i dischi, no? Spero che la carriera dei John Qualcosa sia all’altezza della loro arte; ma, con lo stesso fatalismo che mi ha portato a desistere dall’ultima domanda, intuendo impedimenti di forza maggiore, non posso che credere che andrà così.




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ISSN 2724-0460

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