I racconti del balcone di Kinetta: Cronache di una quarantena

Quest’anno ha messo a dura prova la realtà; diverse realtà, se vogliamo.

In particolare quella del mondo dell’arte e degli spazi culturali, che hanno improvvisamente dovuto lasciare alle ortiche i loro progetti, mettersi in attesa, reinventarsi, oppure morire.


In un momento di grande fermento rispetto all’argomento, ho fatto due chiacchiere con Chiara Rigione, presidente dell’associazione culturale Kinetta, l’associazione che gestisce lo spazio Labus a Benevento.

Benevento, una di quelle città campane che spesso sembrano sfuggire alla memoria del popolo, una di quelle città culturalmente attaccate al respiratore, in cui lavorare per portare avanti un discorso culturale è piuttosto duro. Perché non langue solo la cultura in questa zolla di terra calpestata un tempo da guerrieri invincibili e da janare che danzavano intorno al noce; mancano il lavoro, le infrastrutture, i collegamenti, i mezzi di trasporto efficienti, la volontà di riscoprire l’identità di una terra magica e fertile, ricca di arte e tradizioni, che goccia di sangue dopo goccia di sangue sta perdendo i suoi colori e la sua forza vitale. Nonostante tutto, gli spazi culturali di questa provincia maledetta resistevano, e sono sicuramente parte dei motivi che spingono i ragazzi (come me) a non fuggire via il più lontano possibile, lasciandosi indietro amici, famiglia, radici.


Labus, ad esempio, resisteva. Almeno fino alla pandemia.


Kinetta spazio Labus dal 2015 promuove attività legate al cinema, alle arti visive, alla musica e alla poesia; lo spazio si propone come alternativa innovativa al circuito commerciale dei multisala, scegliendo di includere nella programmazione film e giovani autori normalmente invisibili, e offrendo ogni settimana proiezioni di film, incontri con i registi, concerti di musicisti internazionali con video-installazioni e corsi di formazione.

Inoltre, l’associazione da tre anni fa parte del circuito nazionale ARCI-UCCA, attraverso cui collabora con altri circoli per eventi e rassegne itineranti, quali Il cinema che non si vede, e dal 2019 è partner anche de Les Journées du cinéma québécois en Italie, festival di cinema quebecchese in Italia che quest’anno è alla sua 18esima edizione e che si è tenuto dal 24 al 31 marzo.


Leggi anche: Le giornate del cinema quebecchese in Italia/ Conversazione con Joe Balass e Chiara Rigione


I Racconti del Balcone nacquero davvero come un esperimento, non sapevamo che cosa aspettarci.

Naturalmente, l’ultimo anno ha chiuso le porte dello spazio Labus ed ha costretto Kinetta a reinventarsi. Chiara, la presidente, ci racconta come.


C. Stiamo andando un po’ a braccio, sperimentando. È una situazione che non ci permette di fare reali progetti per il futuro. All’inizio, un anno fa, la prendemmo quasi come un gioco, cercavamo di sdrammatizzare, di tenerci vicini in qualche modo, e decidemmo di lanciare due iniziative: una erano le visioni collettive da casa per vedere i film insieme come facevamo nello spazio Labus, l’altra i Racconti del Balcone.

I Racconti del Balcone nacquero davvero come un esperimento, non sapevamo che cosa aspettarci.

Con una call chiedemmo alle persone di mandarci dei contributi della loro quarantena e di quello che stavano vivendo, attraverso video o foto. Inizialmente alla cerchia più vicina all’associazione, poi grazie al passaparola la chiamata è arrivata anche a tanti anche fuori dall’Italia.



l cinema è anche questo, oltre il guardare opere altrui è anche la possibilità di poter creare.

D. Come hanno risposto le persone e com’è stato per te lavorare a questo progetto?


C: Le persone hanno partecipato con molto entusiasmo, tanti mi ringraziavano, perché non si erano mai filmati in quel modo, quindi era anche un esercizio di auto osservazione. È importante, il cinema è anche questo, oltre il guardare opere altrui è anche la possibilità di poter creare.

Personalmente invece è stato uno stimolo per mantenermi attiva e creativa. È stato un momento di grande creatività, perché mentre adesso c’è tanto lavoro da fare a casa in quanto tutto si è trasferito in remoto, in quel primo mese eravamo in balia della sorte, tutto si era interrotto, tutto era fermo, sia i progetti che l’associazione. Ricevere tanti sguardi è stato bello e stimolante, abbiamo realizzato in un mese e mezzo 23 capitoli grazie ai video ricevuti. Sono tutti molto diversi tra loro, i primi sono meno raffinati, mentre i successivi sembrano quasi mini cortometraggi, piccoli documentari. A differenza del documentario però, su cui si lavora tanto tempo e c’è tanta ricerca, la nostra idea era ricevere il materiale e montarlo al momento; inoltre, io che li ho montati ero nella stessa situazione di chi li ha girati. Per me la cosa interessante è stata questa, perché è stato pubblicato tanto materiale simile, ma la particolarità dei Racconti è che sono stati montati man mano.

Montando il materiale in un altro momento, sarebbe venuta fuori un’altra cosa.



L’ultimo capitolo, dedicato al Cile, è stato più particolare, e la realizzazione ha richiesto più tempo. Tramite una nostra associata che ha molti amici lì, abbiamo raccontato il loro lockdown, che è stato successivo al nostro. Lì il discorso è stato più ampio e ragionato, perché ci tenevamo a raccontare la situazione attuale del Cile, le rivolte che c’erano state subito prima della pandemia e la successiva riforma di ottobre scorso, con una sorta di parallelismo con la situazione in Italia.

È stato selezionato sia in un festival cileno di Santiago del Cile (Fic la ventana), un festival di guerriglia cinematografica, sia a Bologna nel festival Urban Vision, che si terrà ad aprile quasi sicuramente online. Invece il capitolo 12 è stato selezionato in un festival di video-arte in Australia a Mount Gambier, l’International Limestone Coast Video Art Festival, in cui le 30 le opere selezionate saranno esposte in un museo.


Abbiamo dovuto abbandonare quello spazio all’improvviso, come se ci fosse stato un terremoto, non ci saremmo mai aspettati che dopo un anno sarebbe stato ancora tutto così.



D. Quali sono invece i progetti futuri di Kinetta?


C. Kinetta è nel circuito UCCA, ed è già il secondo anno che collabora nell’organizzazione della rassegna Il cinema che non si vede, tenutasi a dicembre online. Anche quello era un festival pensato per essere itinerante, ed avrebbe dovuto fare varie tappe in Campania, com’era stato il primo anno.

Ora poiché tutti i festival sono online c’è un po’ di dispersione, perché c’è tanto da vedere. Da qui l’importanza dell’associazione, che può indirizzare nel marasma di festival e proiezioni che ci sono. Anche se non è la stessa esperienza del cinema in presenza.

Poi ci sono tanti altri progetti, cercare uno spazio nuovo per riaprire in maggiore sicurezza (l’altro spazio è troppo piccolo, forse lo dovremo lasciare), anche se è complicato cercare uno spazio in questo momento, senza avere certezze per poter fare un investimento per un’attività culturale. Abbiamo dovuto abbandonare quello spazio all’improvviso, come se ci fosse stato un terremoto, non ci saremmo mai aspettati che dopo un anno sarebbe stato ancora tutto così.

È possibile che per qualche anno la socialità come la ricordavamo non sarà più pensabile, per cui è difficile immaginare di organizzare eventi in 80 mq2, nonostante le persone amassero anche quell’aspetto dello spazio, che fosse piccolo e avvicinasse. Mentre i bandi che stanno uscendo attualmente sono tutti orientati sull’online.

Immaginare il futuro è difficile; forse qualcosa sarà fattibile in estate, ospitati in spazi all’aperto in cui organizzare proiezioni e laboratori. L’estate scorsa abbiamo organizzato una rassegna all’aperto ospitati dal Ludovico Van, un locale con un gran terrazzo. C’è stata molta risposta, le persone avevano voglia di stare insieme, nonostante tutte le limitazioni.


D. Come pensi si evolverà la situazione delle realtà culturali in questo periodo complicato?


C. In generale, se qualcuno non ci dà una mano finiremo, e penso che ci meritiamo di essere sostenuti. Anche le persone spero se ne rendano conto.

Ci si impegna tanto per realizzare qualcosa e per cause di forza maggiore si è costretti a tornare indietro. La mia speranza è che si metta in moto una macchina più grande per venire incontro ai piccoli spazi e alle associazioni, altrimenti vedremo la morte di tante cose belle.

E non so se realmente si possa fare a meno delle cose belle.