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Non fare, ma ricordare il teatro a distanza: intervista a Progetto Nichel

Questo giugno ci riporta a una condizione quasi normale: dopo l’esperienza surreale della quarantena, torniamo ad esprimerci “come una volta”. Ma l’esperienza c’è stata, e come tale ha rappresentato un’occasione storica: una possibilità di rivalutare le priorità di questa esistenza, ma anche di ricercare nuove forme per gridarla al mondo.


Tutti gli universi espressivi e artistici che necessitano del vis a vis si sono scontrati con l’esigenza di creare nuovi spazi di espressione, nuove vie di relazione. In questo immenso mare, è stato interessante muoversi alla ricerca di qualcosa che fosse coerente con una ricerca artistica, andando al di là della semplice necessità psicologica di riaffermare il proprio senso di “esserci”. Ed in questo immenso mare mi sono imbattuto in un progetto che già avevo incrociato in passato: il Progetto Nichel.


Nato nel 2016, in Cilento, in seguito a dei laboratori teatrali diretti da Pino Carbone, Nichel diventa in breve progetto di ricerca, forma un nucleo stabile e si amplia di artisti che ne contaminano il lavoro. Il gruppo si riunisce in residenze artistiche, sviluppando il lavoro in tre fasi: formazione, residenza e produzione. L’obiettivo è di sviluppare una ricerca artistica ”delocalizzata” ma anche indipendente dalle logiche competitive del mercato dell’intrattenimento.


Prima della quarantena, Nichel stava lavorando a “Un canto di Natale” di Dickens, producendo drammaturgia, sperimentazione, materiale audio-video. Trovandomi nuovamente a collaborare con Diana Cusani, ho poi scoperto che, nel contesto del distanziamento sociale, il gruppo aveva deciso di continuare la ricerca: non tanto trasponendola sul web, quanto utilizzando il web come una provocazione, alla ricerca di nuovi spazi da abitare e nuove forme di espressione.


Da questa volontà di adattamento al lavoro, e non alle proprie esigenze spettacolari, è nato lo spunto che è sfociato in Immaginaria Tournée: una serie di video, pubblicati sullo spazio Facebook del progetto, in cui frammenti audio del lavoro teatrale sul progetto Dickens sono “mandati in onda” sullo sfondo di un’immagine statica di una serie di grandi teatri italiani.


Volendo sapere qualcosa di più sulle esigenze e il processo che hanno prodotto questo tipo di esperimento, abbiamo quindi organizzato un incontro, insieme con Jacopo Stefani ed Eleonora Gorgoretti, con due figure al centro del progetto: Pino Carbone (direttore artistico) e Diana Cusani (videomaker).


Cristian Mezzo





Entrando nello specifico della vostra Immaginaria Tournée, potete raccontarci come funziona e come vi è venuta l'idea?


L'idea è nata da uno dei componenti di Progetto Nichel, nel momento in cui siamo stati costretti a lavorare soltanto con i social e a doverli sfruttare al meglio. Una tournée immaginaria ci avrebbe permesso infatti di spostarci dal luogo della realtà al più ampio “luogo dell'immaginazione” che già in parte abitiamo come uomini di teatro. Ci siamo quindi immaginati questa attività come se nulla si fosse fermato e come noi veramente l'avremmo voluta. Abbiamo pensato ai teatri pubblici d'Italia e ci siamo arbitrariamente inseriti in stagione, senza passare per nessun direttore artistico e nessuna commissione. Abbiamo immaginato un percorso da nord a sud per dare un senso logico al percorso, anche se solo virtualmente. Addirittura abbiamo inserito degli intermezzi per permettere agli attori di prendersi una “pausa” tra uno spettacolo e l'altro!



Il titolo della tournée è Un canto di Natale – Processo ai fascismi, in cui è chiaro il riferimento a Un canto di Natale di Dickens. Perché avete scelto di partire da questo testo?

Sicuramente lo abbiamo scelto perché per noi Un canto di Natale presenta numerosi punti di forza, sui quali infatti stavamo lavorando prima che venissero chiusi i teatri. Il primo è che ci ha permesso di creare nuova drammaturgia, uno degli obiettivi di Progetto Nichel, che ama lavorare a partire da testi conosciuti per trasformarli attraverso il processo di adattamento. Tra l’altro lo stesso Dickens portò più volte l’opera in giro per i teatri, leggendo e interpretando lui tutte le voci! C’è poi la struttura del romanzo, che divide la narrazione in tre momenti e ci permette di cambiare registro in corso d'opera – altra nostra cifra stilistica. Ma una delle ragioni più importanti della nostra scelta sono le relazioni tra i personaggi, che si sposano benissimo con la nostra ricerca, al tempo stesso performativa e filosofica, intorno a fondamentali temi politici. Aggiunge Carbone: “In questo romanzo si parla di capitalismo. E per me il neocapitalismo è il centro di tutte le questioni, che ci portano al fascismo e ai “fascismi”.”

Ci siamo arbitrariamente inseriti in stagione, senza passare per nessun direttore artistico e nessuna commissione.

E cosa sta a significare invece, il sottotitolo“Processo ai fascismi”?

Uno degli snodi fondamentali che volevamo portare in scena era quello di processare la contemporaneità, che sta tornando a rivalutare o riadattare dei concetti per noi molto pericolosi. L'utilizzo del termine “fascismi” e non “fascismo” non è casuale, perché il nostro intento non è tanto di porre l'attenzione su un momento storico in particolare, ma di comprendere sotto quella categoria ogni tipo di abuso e violenza sistematici. Facendo riferimento anche al pensiero di Michel Foucault, si tratta, però, di riconoscere la natura collettiva e reciproca dei rapporti di potere che sfociano nelle tragedie della storia: “un rapporto di forza, un rapporto di potere – la responsabilità sta al 50% fra chi lo esercita e chi accetta di subirlo”. Per questo il personaggio di Scrooge, l’individuo “immorale”, lo leggiamo più come effetto che causa di una certa logica. Ed è una logica che Dickens ritrae e attraversa nelle sue molteplici forme sociali: dalla scuola, alla famiglia, alla sfera più pubblica del funerale del “Natale futuro”. Spiega ancora Carbone: “qui facciamo trasparire che in qualche modo ognuno dei partecipanti al funerale è uno Scrooge: ognuno di loro ha addosso esattamente le stesse colpe, gli stessi difetti e anche le stesse debolezze. Ora, quello che abbiamo fatto è che abbiamo provato a invertire il banco degli inputati e il banco dell’accusa: noi sotto processo abbiamo messo gli incontri di Scrooge.


L'utilizzo del termine “fascismi” e non “fascismo” non è casuale, perché il nostro intento non è tanto di porre l'attenzione su un momento storico in particolare.


Nei video delle tappe della tournée viene inserita un'immagine fissa dell'interno del teatro, ma la forza espressiva dell’interpretazione che la accompagna distoglie facilmente l’attenzione dalla morta staticità della sala vuota. Quest'effetto era voluto?

Sì, sicuramente l'intento era proprio quello di trattare quei teatri per quello che sono, ovvero solo dei luoghi che senza un contenuto rimangono vuoti. Il fatto che l'attenzione si concentrasse solo sul suono della voce era esattamente ciò che speravamo di ottenere. Diana Cusani spiega meglio che l’intento dietro il suo lavoro era realizzare un’esperienza in cui “il luogo perdesse il suo valore in quanto luogo – in quanto luogo fisico, naturalmente […] provocando una sorta di dissociazione tra ciò che si vede e ciò che si sente, che tuttavia possa catturare lo spettatore attraverso un’inquadratura che si stringe progressivamente. Lo spettatore si sente così trascinato dentro l'immagine, e dunque dentro il vuoto.”


Un’esperienza in cui il luogo perde il suo valore in quanto luogo – in quanto luogo fisico.

Tra una data e l'altra sono presenti degli intermezzi che rappresentano luoghi completamente svuotati dalla pandemia come la scuola, la metro e lo stadio, a cui si aggiungono sottofondi sonori che ci ricordano la normalità. Che significato assumono per voi e che messaggio avreste voluto mandare al pubblico?

In primo luogo volevamo dare un giorno di pausa virtuale agli attori, come sarebbe successo per una tournée normale, senza però lasciare lacune tra una data e l'altra. Abbiamo quindi provato a riempire i vuoti utilizzando la stessa tecnica che abbiamo usato per lo spettacolo: prendere un'immagine fissa dei luoghi simbolo di aggregazione e inserire un sottofondo sonoro che sovrasta l'immagine. L'intento era quello di sovrapporre due identiche realtà che appartengono però a due tempi differenti. Pino Carbone collega il tema alla latente volontà di emancipazione che anima la sua ricerca:


per me sarebbe stato meraviglioso se quei video fossero stati visti, addirittura, ad occhi chiusi. Perché è una minuscola chiave di accesso all’immaginazione e al desiderio.

In questo caso però nei video è presente anche un sottotitolo, che ogni volta riporta degli aneddoti storici sul rapporto fra artisti e momenti di quarantena. Perché avete fatto questa scelta?


Abbiamo voluto dare degli esempi concreti di come, in determinati contesti di difficoltà, simili a quello che stiamo vivendo, siano nate grandi opere. La sovrapposizione a tre voleva provare a fare una fotografia del momento di nascita di un atto creativo. Carbone racconta di come gli capiti spesso di stare per strada, ascoltarne i rumori e contemporaneamente pensare ad un'idea che ha in mente. Quindi l’intento di queste clip non era solo quello di evocare lo straniamento dal quotidiano, ma anche di mostrare che a questo straniamento è possibile reagire. E conclude:


possiamo addirittura viverci questo momento – coglierlo, addirittura – come un’occasione. Ma è quello che deve fare l’artista, che deve fare l’umano; immaginare, andare avanti.

La Tournée Immaginaria del Progetto Nichel è liberamente fruibile sulla pagina facebook del progetto:


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ISSN 2724-0460

©2020 di Associazione Culturale Menti Colorate