• Filippo Colombo

Il sound del 2020 da Twerking Queen a Bob Dylan

Restrospettiva su una produzione musicale smisurata.

Chiunque abbia aperto, nell’ultimo mese, un social network a scelta, si sarà sicuramente imbattuto, volente o nolente, in un bilancio musicale dell’anno ormai quasi interamente trascorso. Da Spotify Wrapped che ci mette faccia a faccia con la realtà dei fatti, ovvero che malgrado la spocchia da hipster, nel 2020 abbiamo ascoltato prevalentemente Musica (e il resto scompare), ai migliori album dell’anno scelti da Rolling Stone, alle playlist di Pitchfork – innumerevoli testate, più o meno autorevoli, hanno stilato insindacabili classifiche sul 2020 in musica.

Il 2020, mettici la pandemia, i mancati introiti dei live, l’urgenza creativa come istinto di sopravvivenza che sembrava essersi impossessata di tre quarti dell’umanità in primavera, ha creato un sovraffollamento musicale inedito. Una marea di singoli, album, EP, perfino dischi live hanno visto la luce. Se quando tutto è iniziato, diversi artisti avevano optato per rimandare l’uscita degli album a tempi migliori, quando le consuete attività promozionali sarebbero state nuovamente realizzabili, in seguito, a suon di “è giusto che i fan abbiano qualcosa di nuovo in questi mesi così drammatici” – che a essere cinici, è facile leggerci un “visto che di concerti, ancora per un bel po’, non se ne parla, tanto vale fare due soldi con i diritti d’autore” – gli ascoltatori musicali sono stati travolti da una valanga di nuova musica, settimana dopo settimana. Per questo motivo, stilare una classifica è ancora più difficile di quanto lo sia di solito – e proprio perché sarebbe troppo complicato essere esaustivi e inclusivi, non farò una classifica, ma una retrospettiva.


Nei mesi del lockdown, c’è stato anche chi ha avuto il coraggio di far uscire dischi dietro i quali ci sono stati anni di lavoro.

C’è stato un tempo, che sembrano passati anni, in cui la pandemia, almeno nel mondo occidentale, non era ancora una realtà. In questo tempo remoto, che tuttavia era già 2020, sono usciti alcuni dischi. Per esempio, 5, EP di Giovanni Truppi con, appunto, 5 canzoni, accompagnate da altrettanti fumetti, un esperimento perfettamente riuscito; lo spleen esistenziale dei Voina riversato in Ipergigante, terzo album della band abruzzese (a cui sono particolarmente legato in quanto mio ultimo concerto pre-pandemia, ma soprattutto ultimo momento in cui ho pogato – e chissà quando si potrà tornare a farlo); Miss Anthropocene di Grimes, disco involuto, quasi indecifrabile ma non privo di pezzi interessanti e di influenze da una marea di generi musicali diversi (basti pensare che in Delete Forever l’eclettica cantautrice utilizza chitarre country); gli album dei cantanti in gara a Sanremo, dal già citato Twerking Queen di Elettra Lamborghini, a Che vita meravigliosa di Diodato, al cui interno ci sono almeno altri tre pezzi con i quali avrebbe vinto il Festival – ognuno poi può decidere se è un bene o un male. È successo all’incirca proprio quando Bugo ha deciso di andarsene mentre Morgan si domandava cosa succedesse: il tempo del rilascio musicale è terminato, ed è iniziato un meta-tempo accelerato.


All’inizio, ci sono state le canzoni sulla pandemia. Canzoni di speranza, canzoni divertenti, canzoni perché per mesi si è parlato solo di quello e di che cos’altro vuoi scrivere?

E se alcune, come Quando dei Tre Allegri Ragazzi Morti o L’esercizio fisico di piangere di Galoni continueranno a farci sorridere e un po’ tremare anche nel giorno in cui tutto questo sarà solo uno spiacevole ricordo, dell’AutocertifiCanzone dello Stato Sociale, o di Come conchiglie dei FASK – per citarne un paio – continueremo a farcene ben poco, così come ben poco ce ne siamo fatti quando sono uscite. Non solo questo, tuttavia – perché nei mesi del lockdown, c’è stato anche chi ha avuto il coraggio di far uscire dischi dietro i quali ci sono stati anni di lavoro. Parlo di Dua Lipa, dei John Qualcosa (che abbiamo intervistato a ridosso dell’uscita del disco), di Ghemon, di Lady Gaga. Se di tutti, senza dubbio, si applaude il coraggio, non vale necessariamente la stessa cosa per lo spessore artistico – per esempio, a me non è chiarissimo il senso di pubblicare un disco dance nel 2020, così come non mi è chiaro come Break my heart abbia raggiunto la vetta di tante e varie classifiche.



Si è mosso ben più di qualcosa nella scena folk e lo-fi. Dal supremo maestro Bob Dylan con il suo encomiabile Rough and rowdy ways, senza dubbio uno dei lavori meglio riusciti di quest’anno, e che è riuscito a superare la sovrapproduzione ritagliandosi tempo e rilevanza senza fare rumore e senza annunci gridati, a Fake it flowers di beabadoobee, di cui ho scritto qui per ben due volte, l’ultima pochi mesi fa per commentare uno dei dischi più interessanti dell’anno. Dopo aver cantato, nei due album precedenti, la primavera (in Third of May / Odaigahara) e l’estate (in Mykonos), i Fleet Foxes cantano l’arrivo nell’autunno in Shore, e se in brani come I’m not my season riescono a essere ammirevolmente icastici, con il contrasto tra la rinascita di Settembre e la fine dell’estate a guidare l’atmosfera malinconica, troppo spesso appaiono simili ai Coldplay, e insomma, il Signore ci faccia la grazia di lasciare che esista un solo esemplare di Coldplay, che è già più che sufficiente. Sempre in ottemperanza alla sua incontinenza creativa, Floral Prince di Field Medic arriva solo un anno dopo fade into the dawn, ma nonostante questo è un lavoro estremamente valido, fedele a se stesso in modo quasi spasmodico, con lo zampino di Pickleboy per il pezzo più bello. Phoebe Bridgers ha finalmente fatto centro con Punisher, guadagnandosi quattro nomination ai Grammys, tra cui quella di Best New Artist e l’attenzione di tutta la critica musicale. I Peach Pit si sono affidati alla produzione di John Congleton (vincitore di un grammy nel 2015 con St Vincent) per il loro secondo album in studio, You and your friends, e Charlie Burg si è preso una pausa dopo tre dischi in tre anni consecutivi, ma i pochi singoli che ha rilasciato quest’anno (su tutti, Channel orange in your living room) fanno quasi rimpiangere una scelta che, se vista razionalmente, è più che encomiabile.

La rivelazione più grande da questo mondo è senza dubbio chloe moriondo, che ha cavalcato a pieno l’onda del 2020 e ha rilasciato ben due EP a distanza di pochi mesi – dando voce alla sua anima più acustica e high-school-love-story in canzoni come Kindergarten e Manta Rays fino al cuore punk di I want to be with you, che ho promesso di non fare classifiche, ma se volessi farla sarebbe sicuramente nei migliori dieci pezzi dell’anno.


In Italia, la lotta per i tormentoni estivi ha raggiunto quest’anno dimensioni omeriche.

Anche in Italia, l’industria discografica ha trovato il modo di girare. La lotta per i tormentoni estivi ha raggiunto quest’anno dimensioni omeriche, e accanto ai fedelissimi battaglieri Irama, Baby K, Giusy Ferrari e Alessandra Amoroso con i Boomdabash (com’era? Nasci da incendiario…), si è adagiata perfino sua Maestà Chiara Ferragni, passata, nel giro di una pandemia, da causa scatenante dei mali dell’umanità a panacea dei suddetti mali. Ma sui tormentoni estivi non andrò oltre.

Colapesce & Dimartino hanno, finalmente, raggiunto un pubblico all’altezza del loro talento – come testimonia la recente notizia della loro presenza a Sanremo 2021 – pubblicando I Mortali, album tremendamente estivo nell’accezione migliore possibile, in cui coesistono ritornelli martellanti ma non per questo ostili (Cicale, Noia mortale, Rosa e Olindo), riflessioni serio-facete sulla difficoltà di fare il cantautore al giorno d’oggi (Il prossimo semestre), l’arsura montaliana che accompagna i ricordi di affetti perduti (Majorana) e un duetto che più Sicilia non si può con Carmen Consoli (Luna araba). Francesco Bianconi per la prima volta senza Rachele e Claudio ha dato la luce a Forever, disco incantevole, senza orpelli produttivi smaniosi di contemporaneità, con la consueta padronanza degli arrangiamenti per archi che da sempre caratterizza gli album dei Baustelle, ospiti d’eccezione (Rufus Wainwright, KAZU) e lingue lontane. Anche uno come me che con i Baustelle ci è cresciuto e che ha vissuto la loro separazione circa come se fosse la separazione dei miei genitori, non può che ammettere che se è questo quello che verrà dopo, allora, in fondo, va bene (e come dicevo prima non faccio classifiche, ma se la facessi, Certi uomini sarebbe probabilmente il primo pezzo del 2020). Vasco Brondi – fa ridere a dirlo – è riuscito a pubblicare un disco live nel 2020; Margherita Vicario ha continuato a cercare un’identità con Pincio, ma non sono così sicuro che l’abbia trovata; Giorgieness ha invece trovato la chiave per colpire a segno – una chiave che, troppo spesso, non è stata in linea con il suo indiscusso talento – con Hollywoo; Calcutta è ritornato con la canzone più scontata possibile, e non è arrivato il quarto album dei Cani.



Una rivoluzione: un disco pubblicato a sorpresa, una liberazione interiore dell’artista

Tuttavia, nonostante l’iper-produzione, la mancanza di tour, l’infrangersi di tutte le regole della discografia, il 2020 è stato, inequivocabilmente, l’anno della consacrazione totale e definitiva di Taylor Swift. Ha scelto l’anno in cui Lady Gaga è sembrata perdersi in un disco che non ha retto le aspettative, Beyoncé ha deciso di darsi al mondo delle colonne sonore, Adele ha detto che per un po’ ancora dovremmo aspettare, Lana Del Rey ha millantato almeno due album ma ha rilasciato solo un mediocre singolo, Lorde è rimasta fedele al suo quasi totale silenzio, Miley Cyrus è stata molto più rock nell’attitudine che nei pezzi, e Dua Lipa ha manifestato evidentemente i suoi limiti artistici. E ha pubblicato due album che sono destinati a rimanere nella storia, e a incoronarla come la popstar del decennio. In estate, è arrivato folklore. Una rivoluzione: un disco pubblicato a sorpresa, una liberazione interiore dell’artista, che stufa di dover adempiere al medesimo copione per ogni album, ha deciso di sfruttare la situazione inusuale a suo favore, fregandosene delle ospitate, del rilascio calibrato dei singoli guidato dalla casa discografiche, dei firmacopie, del tour. Quindici canzoni scritte e registrate durante il lockdown, con la fedele produzione di Jack Antonoff (che, come Bleachers, nel 2020 ha scomodato The Boss e rilasciato anche 45, un secondo singolo, andando di diritto nella top 10 di quella classifica che non ho fatto ma che se avessi fatto!), che mostrano una cantautrice completamente diversa dalla scatenata popstar di Reputation o 1989; un’anima più malinconica, riflessiva, canzoni con rimandi reciproci (il triangolo cardigan-august-betty è degno di uno spettacolo teatrale), figure retoriche, bridge metricamente ineccepibili, e lunghi articoli su reddit che cercano di spiegare il significato nascosto del disco appellandosi alle parole che lei usa, e uno va a pensare che Taylor Swift è talmente talentuosa che tutte quelle illazioni folli potrebbero sinceramente essere state pensate: insomma, senza girarci intorno, un disco che raramente capita. Avercene, di dischi così.

Ci ha preso gusto, Taylor Swift, ed ecco che, di nuovo a sorpresa, pochi mesi dopo è uscito evermore, la sorella di folklore, come l’ha definito l’artista. Se folklore poteva essere inteso come una inusuale parentesi dovuta ai tempi imprevedibili e (si spera) irripetibili, evermore rappresenta il completamento dell’evoluzione dell’artista. Taylor recupera il country dei primissimi lavori, le produzioni pop (Jack Antonoff è marginale in evermore, e lascia il posto ad Aaron Dessner), la ricercatezza dei testi, e mette tutto insieme nel suo passo da gigante, evermore, un lampante manifesto di quello che è e – soprattutto – che sarà.



La produzione musicale nel 2020 è stata così vasta, che, alla fine, ognuno avrà il proprio ricordo di quello che ascoltava nella pandemia

La produzione musicale nel 2020 è stata così vasta, che, alla fine, ognuno avrà il proprio ricordo di quello che ascoltava nella pandemia, per fare workout (che personalmente non capisco come ci si possa concentrare su altro rispetto all’agonia), come sottofondo durante lo smart working, o anche solo come memorandum di essere vivi ed essere ancora in grado di avere i brividi durante un bridge particolarmente carico. L’impressione, però, è che l’artista del 2020 sia stata una, capace di scalzare via la concorrenza più numerosa della storia. Nella speranza di un 2021 in cui i dischi vengano centellinati un po’ di più - ma, ed è la mia unica preghiera, che ai concerti succeda l’opposto.





 

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