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Tanti auguri all’Infinito di Leopardi: sopravvivere all’ossimorica fine di questo infinito Festival




Quest’anno mi sono trovato in una situazione di vita particolare, nel senso che la settimana di Sanremo è capitata nello iato tra la fine del mio stage e l’inizio delle mie lezioni. E meno male, mi dico col senno di poi, che Ama ha omaggiato Shakespeare nel senso che non c’è vita al di fuori delle mura di Sanremo, letteralmente perché dura così tanto che non c’è un momento della giornata in cui Sanremo non sia in onda. Quindi mentre scrivo questo articolo ho alle spalle circa 4 ore di sonno a cui si sommano, colpevolmente, le ospitate di Tiziano Ferro.


Scrivo questo articolo fondamentalmente per due motivi, nel caso qualcuno se lo stesso chiedendo; il primo è che nemmeno mia madre sopporta più i miei discorsi su Sanremo e a nessuno nella mia cerchia di amici più o meno stretti interessano queste disamine, quindi la mia urgenza comunicativa deve sfogarsi su altri medium. Il secondo è che, tanto nelle chiacchiere da bar quanto negli articoli di molti giornali, si parla tanto di Amadeus, del Fiorello-gate, del perché Francesca Sofia Novello abbia sentito l’esigenza di suonare l’Ave Maria di Bach alle 2:07, della squalifica di Morgan e Bugo che ha ravvivato la nottata, insomma di tutto fuorché dei pezzi in gara, e a me parlare dei pezzi in gara piace un sacco perché anche se relegati a cantare in contemporanea a Uno Mattina ce ne sono ben 24. E soprattutto, perché la scaletta improbabile delle serate di quest’anno ha fatto sì che al sopraggiungere del sabato gli artisti abbiano cantato i loro brani solo due volte. Proprio perché, tra tutto quello di cui già ci siamo stufati al Festival (Tiziano, Fiorello, ospiti, vallette, Giovanna Civitillo in prima fila…) certo non si può dire ci siano le canzoni (canzoni? Quali canzoni?) credo fermamente che l’unico modo per sopravvivere all’infinito, ovvero all’ultima serata, sia pensare alle canzoni, e ascoltarle.


Giunti al settantesimo Festival di Sanremo, se non altro per induzione e per rappresentatività del campione, la ricetta per avere un pezzo vincente è pressoché cosa nota. Serve una canzone orecchiabile, meglio se strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-ritornello un tono sopra; serve essere rassicuranti, ovvero fare quello che la gente si aspetta da te, senza reinventarsi spasmodicamente; serve saper imbastire un discreto arrangiamento per orchestra (leggasi, non usare gli archi a caso) e avere un’intonazione almeno discreta; il tema della canzone non deve essere troppo complesso, l’amore va benissimo; serve, nei limiti, saper stare su un palco, e un’intenzione che non rimanga astratta ma in qualche modo si concretizzi. Mai come quest’anno, la pletora di canzoni che rispettano questi requisiti è vasta, tradotto in potrebbe vincere chiunque e nessuno o quasi si scandalizzerebbe.

Nonostante non ci siano canzoni brutte ma brutte davvero, c’è tuttavia chi non ha studiato, e automaticamente si getta fuori o quasi dal mare magnum dei possibili vincitori. Parlo di Elettra Lamborghini, nella cui musica il testo scompare, che se non altro ha portato Myss Keta sul palco dell’Ariston (un omaggio a Madonna nell’era del coronavirus?, chiedono amici portoghesi di fronte all’esibizione, in mancanza di riferimenti sulla cultura pop italiana, e mai come oggi mi è sembrato tutto relativo); parlo di Bugo & Morgan, ormai squalificati, sui quali ci sarebbe da dire molto ma mi fermo che se no ne esce un trattato e per carità; parlo di Michele Zarrillo che si veste di contemporaneo ma viene sbugiardato da una vocalità encomiabile ma tremendamente antica, un’attitudine medievale e un’esibizione a notte fonda; Giordana Angi con un pezzo con una nobile intenzione ma un risultato dimenticabile, oltre che una struttura assurda con la canzone che finisce dopo il bridge; Alberto Urso che ci catapulta nel 1973 e non inganna nemmeno la giuria demoscopica, figurati la sala stampa; Enrico Nigiotti che porta un brano senza alcun senso di esistere, cantandolo con una convinzione non necessaria; Raphael Gualazzi con un pezzo discreto ma lontano anni luce dal Gualazzi che la gente si aspetta; Riki, che fa Riki, ma in questo caso l’eccezione conferma la regola e quindi se sei Riki forse se non fai Riki hai chances maggiori – nel dubbio, non farei nulla, fossi in lui.

Quanto al resto, tutti si trovano a combattere per il podio, e una volta salitici può succedere ogni cosa, come abbiamo imparato lo scorso anno. C’è un’enorme quota rassicurante in gara che sta riscuotendo successi da parte di tutte le giurie. Piero Pelù va a Sanremo con un pezzo decisamente mediocre, ma l’Italia all’improvviso si ricorda che animale di palco sia e non capisce come abbiamo fatto tutti questi anni senza e tac, eccolo là in top 3, e sky is the limit, come si suol dire. Idem per Le Vibrazioni che portano la canzone più sanremese del mondo e, pensa un po’, funziona e pure bene! Marco Masini ha poi un pezzo che se cantasse come faceva vent’anni fa saremmo qua a gridare al capolavoro, ma il tempo passa e va, e con lui la voce, e con lui tante altre cose ma a Masini si vuol bene comunque. In modo diverso, anche Tosca fa Tosca e ancora una volta ci chiediamo improvvisamente come abbiamo fatto senza tutti questi anni, ed eccola lì che lotta per il podio. Stesso discorso per Levante che inscena una mossa da campionessa: un pezzo a suo dire con un’intenzione importante e necessaria, un inno all’uguaglianza, che rimane però troppo astratto. Ma niente paura, sale sul palco biascicando così che nessuno capisce il testo e si piazza a metà classifica, da dove difficilmente si scollerà, ma poteva andare decisamente peggio. Non si può dire lo stesso di Paolo Jannacci, se non altro perché nessuno sa che cosa sia o cosa faccia nella vita, e il pezzo è il classico che se si votasse contro vincerebbe a mani basse perché nessuno si ricorderebbe che esiste e quindi nessuno voterebbe contro – ma ahilui, si vota a favore. E poi Rita Pavone che sul palco a 74 anni sembra gli Iron Maiden (tutti quanti da sola) e sinceramente cosa le puoi dire a una che alle 1.53 fa uno squat e sbatte le mani per terra mentre le chitarre elettriche tirano giù il teatro.

Ci sono poi i tre rapper, genere che notoriamente a Sanremo non funziona, ma con l’aiuto della Sala Stampa quest’anno potrebbe esserci qualche sorpresa, più premio della critica che podio. Junior Cally paga le polemiche delle ultime settimane, perché vederlo tra le ultime posizioni non ha alcun senso; Anastasio paga un’esibizione non convincente e un pezzo forse troppo complicato per il contesto, ma è un grandissimo comunicatore e può volare alto; Rancore va a spiegare un po’ a tutti quanti che artista sia, quanto sappia scrivere, rappare e muoversi sul palco, solo che spiegarlo alla giuria demoscopica è un po’ come spiegare le disequazioni di secondo grado ai bambini dell’asilo, quindi ecco insomma.

E infine, i grandi favoriti, quelli che sarebbero la scelta più scontata sul podio, e che proprio per questo motivo difficilmente si verificherà, che c’è sempre un Sal Da Vinci, un Amanda è Libera o un Emanuele Filiberto che alla fine si insinua, tra le proteste, le insurrezioni e gli spartiti lanciati. Parlo di Diodato con un cantato da brividi, un testo interessante e un ritornello che ti fa dire “ooh”. Di una rinata Irene Grandi con un pezzo di Vasco ma di quel Vasco che solo lei sa onorare; di Achille Lauro che ha già vinto, se non altro perché adesso ogni critica sul suo conto, per quanto lecita e per quanto se ne possano muovere diverse, fa di te un boomer e quindi sei nel torto; dei Pinguini Tattici Nucleari, divertenti e scanzonati ma forse non geniali; di Elodie, evanescente, a cui sta bene addosso ogni cosa e certo per un cantante non è un bene, con un pezzo che ha il grande difetto di decrescere ad ogni ascolto; e di Francesco Gabbani, alla terza partecipazione con tre pezzi diversissimi, ma ugualmente centrati, credibili e memorabili, e che mette d’accordo ogni giuria.

Sì, bello tutto, disamina interessante, ma quindi chi vince? Voglio sbilanciarmi, se non altro perché se ci prendo poi posso dire che l’avevo detto. Vincerà Diodato, alla fine, e nessuno si lamenterà. Ma se proprio dovessi giocarmi un euro, e se avessi quell’attitudine imprenditoriale che ti fa rischiare per poi felicitarti del tuo immenso guadagno, lo giocherei su Tosca. Perché sul podio ci può arrivare chiunque, e da lì è una sorpresa. E perché se vincesse, alla fine, ci diremmo che non è un paese per giovani, ma alla fine ci andrebbe bene così. Dormiremmo tranquilli, e da lunedì torneremmo a parlare di altro. L’eterno ritorno dell’uguale, diceva Nietzsche. Il Festival di Sanremo, diciamo noi.


Di Filippo Colombo

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