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La forma finita è provvisoria

Digressioni sul tema "individuo e spazio urbano" con Beniamino Servino "Magister Obvii" (Rapso n°14 - Dicembre 2016)

2. Baffi al vento. [Autoritratto] 2014

Questa conversazione ripercorre alcuni dei punti cardine del pensiero di Beniamino Servino, a volte estremo, ma sicuramente assai affascinante. Uno dei temi che farà da sfondo a tutta la nostra discussione è quello dell’incompiutezza, a cui collegare soprattutto la questione del recupero degli “scheletri”, oppure di quelli che, nel lessico del politically correct, vengono definiti “ecomostri”. Qual è il pensiero di Servino a riguardo?


Ci sono dei temi ricorrenti come, ad esempio, l’uso degli scheletri e riguardo l’eliminazione del termine “ecomostro” che ormai è una specie di salva-coscienze. Si potrebbe partire da queste tracce per recuperarle e farle diventare segni di un paesaggio che le conserva come un palinsesto dove ogni parte si sovrappone all’altra e ne lascia leggere i margini. L’architettura e il paesaggio come sovrapposizione di pezzi, come fasi di una compiutezza che rimanda sempre ad altre compiutezze. Non si deve più immaginare che l’architettura come oggetto e il paesaggio come sommatoria di oggetti debbano considerarsi compiuti. Perché ci sarà, in tempi diversi, la possibilità di utilizzarli come fondamenti di una nuova stratificazione. La definizione di compiutezza rimanda a strati successivi, a compiutezze sempre ulteriori. Sul recupero degli avanzi, le piattaforme petrolifere, soprattutto nell’Adriatico, sono al centro dei miei “paesaggi marini”. Bisogna capire cosa ne sarà di queste piattaforme. Queste sono alcuni usi possibili (vedi figure 3 e 4).

3. Il libero albergo delle rose
4. Paesasggio adriatico [Basato su una foto di Dario Lusso]

La copertina di un recente lavoro discografico di Franco Battiato ricorda molto il Suo stile, la Sua visione. Il titolo dell’album è, appunto, “Il vuoto” e il singolo che dà il nome al disco ha a che fare con i temi di cui stiamo discutendo e di cui discuteremo. Quale il rapporto tra architettura, vuoto e città?

È l’idea dell’architettura vuota, che definisce il vuoto interno e lo separa dal grande vuoto esterno. La riduzione della città al suo vuoto, deriva dalla sperimentazione della città, da come ognuno di noi sperimenta lo spazio vuoto. Dietro le facciate ci sono degli spazi che nessuno di noi indagherà. A Caserta, dove vivo da sempre, conosco a malapena 50 interni. La città potrebbe dunque essere quella di queste “quinte” che dietro non hanno niente, queste scatole vuote, questi pannelli bidimensionali. La memoria seleziona i dettagli: su questa foto sfocata che mi ha donato il mio amico Luca Galofaro sono intervenuto mettendo a fuoco i dettagli. Questa è una conclusione ovvia, ma il mio lavoro è quello di mostrare l’ovvio.

Il mio lavoro è quello di mostrare l’ovvio. Il Maestro dell’ovvio.

Je suis il Maestro è il Maestro dell’ovvio. La città è un tessuto di connessione, dove la comunità sperimenta l’idea di città. Tutta la vita accade negli spazi pubblici, almeno nella storia della città occidentale. Per le città orientali è un discorso completamente diverso. La città che vive nel suo vuoto è una teoria legata essenzialmente alla città occidentale. Le altre aggregazioni urbane sono delle declinazioni quasi sfuggite all’idea di città come nucleo. Infatti la stessa definizione di città deriva dalla definizione romana di civitas. La polis è, invece, un insieme esclusivo dove non si può entrare senza esser parte di un gruppo ben riconoscibile. Polis che tendevano a consorziarsi solo in eventi speciali, mentre la civitas romana parte da un nucleo per accogliere e allargarsi, con l’unica regola che chi è accolto è tenuto al rispetto delle regole della stessa. In breve: la città cresce e ingloba preesistenze. La città include i centri preesistenti che si comportano come enclave. Quando due civitas si estendono a macchia d’olio fino a entrare in contatto, in quei punti di contatto avviene quella che possiamo definire “ibridazione identitaria”. In questi punti si confondono le regole, si sintetizzano.



5. La memoria si concentra sui dettagli. [Basata su una foto di Luca Galofaro]

La Sua architettura e la sua visione della stessa, è ricca di digressioni, collegamenti, stratificazioni. Esiste l’invenzione nell’architettura? E poi, stando anche alle questioni legate ai disastri ambientali, umani e alle calamità naturali che seminano distruzione, come può agire un architetto imbattendosi in un’opera di ricostruzione, volendo salvaguardare la memoria?

La digressione è una di quelle cose che attiva il processo di riscrittura dei testi e l’adattamento degli stessi. L’idea del progetto di architettura come invenzione è una cosa che genera mostri. Invece, il progetto di architettura, come ogni altra creazione umana, è l’adattamento a sé di testi già esistenti. È il lavoro del traduttore, del rapsodo. Si sceglie un testo per una serie di motivi e lo si possiede nella maniera più completa e totale possibile. Il testo, dopo aver attraversato il rapsodo, diventa un testo diverso da quello originario. La digressione è un momento magico perché mentre io ascolto la tua storia, prendo un corso che parte da essa e che poi si sviluppa autonomamente. Tutto nasce da questa successione intrecciata di agganci, dove i testi si collegano e sovrappongono l’uno con l’altro, stratificando e arricchendo la storia. Il “dov’era com’era” è tornato in auge alla stregua di una diabolica mossa di propaganda politica. Questa ipotesi di ricostruzione era già stata accantonata da decenni, oggi è tornata per opportunità politica, facile per ottenere l’emozione, il dolore, la tensione quindi consenso. Cosa avanza dalla distruzione? Con questi superstiti si decide su quali tracce fondare la ricostruzione, se conservarle, se ricomporne delle parti e crescere per analogia o per dissonanza. Ci sono tanti modi per seguitare il progresso naturale di una città. Una città vive di queste interruzioni, conserva delle tracce, altre ne riproduce, su alcune si appoggia, altre ne modifica, costruisce sul vuoto. Io, personalmente, preferisco sempre conservare ogni traccia, farla leggere. Mi piace il termine latino “palinsesto”. Una tavoletta che non riesce mai ad essere pulita completamente ma che conserva ogni segno. Più è complessa questa sovrapposizione di livelli, più è vera la città. Le città più diaboliche, quasi mostruose, sono le città di fondazione. La città, laddove viene ideata/edificata nello stesso momento, cancella ed elimina quello che, per definizione, la configura: la dimensione del tempo, la quarta dimensione. Quando si elimina la quarta dimensione hai trasformato un esperimento in una mostruosità.



6. African Pennata

Stiamo parlando quindi di pianificazione. Quale può essere il migliore approccio a riguardo? Qual è la Sua posizione sulla questione delle banlieue, delle periferie, delle zone di degrado urbano? In breve: che cosa caratterizza una città?

La città vive se tiene in equilibrio tra di loro le parti che la compongono. La città è l’esercizio dell’equilibrio delle sue parti. Il problema delle periferie, intese come sacche di degrado o povertà interne e non solo come luoghi geograficamente lontani dal centro, sono sempre costruite dall’alto verso il basso con un atteggiamento di natura paternalistica, cioè: il potente costruisce per il povero perché in questo modo egli può starsene lì buono e magari può anche essergli riconoscente. Il linguaggio dall’alto verso il basso utilizza dei segni prestabiliti, imposti, nei quali gli abitanti di quei luoghi non si riconoscono. Le periferie, dunque, non sono portatrici di simboli. La città della speculazione edilizia è una città che non ha simboli, che non ha icone, che non ha valori. La città densa, invece, gode di una corrispondenza quasi fedele tra lingua e linguaggio.

7. Costruendo la città sopra la città che si costruisce [tributo a Michael Wesely]

A questa lingua bene articolata corrisponde un repertorio di segni ricco e articolato, che è il linguaggio. La parte delle periferie utilizza una lingua povera, priva di simboli, piena di suoni gutturali e tronchi. Se si prova a camminare ad occhi chiusi per l’agro aversano e si ascolta la lingua degli abitanti del posto si riesce a configurare le case in cui vivono. C’è sempre una corrispondenza diretta tra lingua e linguaggio, tra la lingua delle parole e l’apparato dei segni.



Mi piace il termine latino palinsesto. Una tavoletta che non riesce mai ad essere pulita completamente ma che conserva ogni segno. Più è complessa questa sovrapposizione di livelli, più è vera la città.

Questa corrispondenza è generata dall’ambiente o dagli individui? Insomma, è nato prima l’uovo o la gallina?

È nato sempre prima l’uovo, evidentemente! Chi abita una parte di città assume la consapevolezza di potersi autorappresentare in quella parte di città…la memoria è un repertorio di segni riconoscibili e condivisi che tiene insieme una comunità. Il monumento è soprattutto un portatore di memoria. La periferia non ha monumenti perché non ci sono edifici/icone, non sono monumentali.


9. The Green Attack

Nel mio libro Monumental Need (LetteraVentidue Edizioni, 2012) lo spiego: laddove c’è questo paesaggio dell’abbandono non c’è la presenza del monumento, non quello calato dall’alto verso il basso ma quello nato da sé, quello che lavora sul lessico interno proprio. Per questo le “pennate”, i silos, la torre dell’acqua. La “pennata”, ad esempio, ha la capacità di essere immediatamente riconoscibile. Chiunque è capace di riconoscerla. Ho sperimentato, come in un laboratorio, fino a che punto è possibile riconoscere il concetto di “pennata”. Posso quindi utilizzare questo elemento di scambio dialettico in un’altra parte della città, così come tutte le cose che costituiscono il lessico riconosciuto della città, cercando di recuperare con la città densa un equilibrio prima dialettico e poi sociale. Se vivo in una città costruita dagli altri io già vivo una soggezione comunicativa. Questa, come ogni teoria, è ovviamente costruita su un presupposto falso.


Restando sempre sul tema dei rapporti dialettici, sul rapporto uomo-natura o, meglio, città-natura. Sartre in uno dei più celebri passaggi de “la Nausea” descrive una città che, una volta morta, viene inglobata da quello che chiama “il cerchio della vegetazione”. Non più la città che aggredisce la natura ma l’opposto: la perenne tensione di un “verde”, quasi mostruoso, che aggredisce e annette la città.

Nel 2002 progettammo il recupero dell’area “Ma.cri.co”, a Caserta, presentando un modello molto accurato all’allora amministrazione comunale. Questo modello fu poi abbandonato negli archivi. Il mio collega architetto Raffaele Cutillo ha recuperato il modello che, essendo molto ingombrante, ha posizionato nel giardino del nostro palazzo. Il modello è stato letteralmente aggredito da questa vite americana che ogni giorno di più lo fagocita con i suoi tentacoli. Tra poco si realizzerà realmente il tanto agognato “Ma.cri.co verde”! Questa ossessione del verde, che poi è diventata un vero e proprio slogan sulla eco-sostenibilità adattandosi poi in solidarietà, come è dimostrabile dalla biennale di architettura odierna, è un altro elemento che amo approfondire. Il rapporto tra architettura e paesaggio è sperimentato da secoli e secoli. Non esiste una architettura rispettosa del paesaggio. Per farlo, l’architettura non può che essere sé stessa.


10. Ma.Cri.Co. “Verde”. [Foto di Claudio Landi] 2016

Non può mimetizzarsi. Per questo ho ideato una serie di architetture, esposte alla biennale 2010, che diventano eco-sostenibili in quanto semplicemente colorate di verde. Questa è diventata una raccolta di immagini di architetture anche molto brutali che, una volta colorate di verde, riescono a suggerire l’idea della eco-sostenibilità. Perciò, ironicamente, mi definisco “Servèn le Vert”, parlando di questo argomento. Questo rapporto dialettico tra architettura e verde è una sovrastruttura della comunicazione di massa perché l’architettura e il paesaggio sono due discipline autonome. Autonome nel rispetto delle reciproche regole di convivenza. C’è stata la moda di queste architetture che si confondono con il verde circostante. Così facendo, però, entriamo in una retorica irrisolvibile e che non lascia scampo. Confidiamo dunque nell’autonomia dell’architettura e del paesaggio. L’esempio più eclatante è l’edificazione di Casa Malaparte a Capo Massullo sull’isola di Capri. Lo stesso Capo, senza la Casa Malaparte, sembrerebbe uno dei tanti brani della costa. Con la presenza di quell’architettura, invece, diventa un elemento di una forza paesaggistica straordinaria, perché è presente autonomia ed equilibrio tra le parti. Lo stesso vale per l’Acropoli di Atene, per i Colli romani e così via. Piuttosto, bisognerebbe tornare al significato della bellezza e alla ricerca della stessa. La bellezza è qualcosa che deve portare verso lo stupore della meraviglia ma che non deve spaventare. La si può cogliere tra la riconoscibilità e la meraviglia, come spingersi verso un baratro con un appoggio che ti tiene saldo. Godi dello stupore ma non sei spaventato da esso. Questa è la bellezza, una meraviglia piacevole. Senza l’aggancio, la meraviglia diventa spaventosa. Per poter avere la percezione della bellezza devi avere, da un lato, la percezione della familiarità.


11. Nuances

Parte del suo lavoro è dedicato al concetto di “abbandono”. In che misura questo può tradursi in “violenza”? Inoltre, volendo approfondire il binomio ambiente-paesaggio, con quale dimensione deve confrontarsi, in realtà, un architetto?

L’abbandono è sempre una forma di violenza perché è sempre una forma di perdita della cura. L’abbandono produce, poi, degli effetti fisici ed è su questi effetti fisici che bisogna confrontarsi. Bisogna fare, a tal proposito, un chiarimento etimologico: si confonde spesso l’ambiente con il paesaggio. L’ambiente è uno spazio tridimensionale dove accade la vita. Il paesaggio è la rappresentazione bidimensionale dell’ambiente. Io lavoro sul paesaggio non sull’ambiente. Se io mi pongo di fronte a una cava dove c’è lo scheletro di un cementificio, io ho di fronte un disegno bidimensionale con cui devo fare i conti.


19. Rhapsodic City

Ogni cosa appartiene a epoche. Contemporaneo, quindi, è ciò che vive mentre vivo io. Le preesistenze si schiacciano su un piano bidimensionale che io non leggo più in una modalità diacronica bensì sincronica. Lavoro sulle tracce dell’ambiente. Posso essere dunque attento al rispetto dell’ambiente ma ragionando su un paesaggio dove le cose mi appaiono già risolte, già sintetizzate. Il paesaggio è schiacciato nello stesso tempo del presente. Questo è un passaggio molto importante. Si tende ad usare l’ambiente per risolvere il paesaggio. Il ripristino dello status quo ante è una operazione reazionaria, come per il “dov’era com’era”.


La trappola della invenzione. Questo è il lavoro sugli avanzi, sui resti, sugli scheletri, gli ecomostri.

Quindi, “meglio tradire che imbalsamare” …

Tradire significa portare una cosa a un tempo diverso. La tradizione e la traduzione anche. Per portare una cosa attraverso c’è sempre bisogno di un vettore. La tradizione è un processo dinamico di trasformazione tramite il vettore uomo. Altrimenti è folklore.

Tradimento significa condurre a un corpo diverso, ma ciò deve accadere sempre attraverso di sé. È questa la magia della storia, dell’uomo che cresce, della cultura che avanza. È sempre l’uomo al centro di tutto.

Un’altra Sua abitudine riguarda la sovrascrittura dei libri. Questo, come abbiamo visto, si collega al concetto della stratificazione di cui abbiamo già parlato. Volendo approfondire la risposta precedente, collegandola al discorso dell’adattamento a sé e delle preesistenze, in che modo Lei riesce a condurre attraverso di sé le cose in cui si imbatte? Quanto c’entra la memoria in questa operazione di adattamento? Mi sono accorto, in questi anni, che il modo migliore per scrivere la teoria dell’architettura è la costruzione dell’architettura. L’architetto sperimenta l’architettura attraverso la sua costruzione. Ho messo a punto una serie di pensieri sotto forma di teoria e mi sono accorto che i temi che sviluppo in modi diversi sono sempre all’interno di quei tre quattro elementi che sposto, manipolo e sperimento a mio piacere. Quando mi capita di leggere dei libri di architettura, tendo sempre ad adattare a me le cose che incontro.

La città è l’esercizio dell’equilibrio delle sue parti

Qualsiasi cosa, per poterla possedere, devo in qualche maniera modificarla un po’, aggiustarla, sistemarla come mi piace veramente. Qui entra in gioco il rilievo: Cosa significa fare il rilievo? Un rilievo non è la riproduzione fedele di un qualcosa, sarebbe inutile con le moderne tecnologie, basterebbe una fotografia. Il rilievo è invece il ridisegno di quell’edificio nella misura in cui potrà essermi utile dopo. Il rilievo è il progetto di un nuovo edificio come lo vorresti fare tu. Per me la Casa delle Zattere è questa, per me il Duomo di Milano è questo (vedi figure 14 e 15).

14. Rilievo della Casa alle Zattere [Venezia]

15. Rilievo del Duomo di Milano

Quella foto nel libro la voglio ricordare come mia. Le cose che ognuno inserisce nella propria memoria sono cose adattate a sé stessi, non un semplice archivio. Le cose che riemergono, lo fanno già modificate e rielaborate da te. Per questo motivo, anticipando il lavoro della memoria, intervengo su una figura, su un testo, per archiviarli non in maniera fedele bensì laboratoriale all’interno della memoria. Quando intervengo pesantemente su un testo con una sovrascrittura, il testo può rendersi autonomo, diventando altro, disponendosi a una nuova sovrascrittura. La parola che non si deve mai usare è invenzione. Questo è il lavoro sugli avanzi, sui resti, sugli scheletri, gli ecomostri. Su questo mio asilo, ad esempio, si va ad aggiungere un pezzo che lo trasforma in altro (vedi figura 16). Allo stesso modo per questo cementificio che assume una forza e una valenza quasi monumentali (vedi figura 18). Con l’operazione di riscrittura, quando vai a nascondere un testo, questo diventa un testo nuovo che porta l’altro dietro, in filigrana, per diventare un’altra cosa che, a sua volta, si presta a diventare altro. Non esiste quindi la compiutezza: la forma finita è provvisoria.


18. Torre cementificio Senatore [BS+Marcel Breuer]

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ISSN 2724-0460

©2020 di Associazione Culturale Menti Colorate