Some of You Killed Luisa - Conversazione con Valeria Cherchi



Tentare di raccontare e dar conto di un dolore è già di per sé un obiettivo difficile, figuriamoci quando ad esso si somma il silenzio. Il libro fotografico di Valeria Cherchi, Some of You Killed Luisa, pubblicato nel 2020 da “The Eriskay Connection”, affronta uno dei temi più carichi di dolore e silenzio dell’entroterra sardo: il banditismo. Il fenomeno, particolarmente in auge tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, ha portato con sé, dentro e fuori dall’isola, paura, mistero e voglia di giustizia.

Ad oggi si contano circa 200 rapimenti.


Valeria – figlia della stessa terra – caricandosi di coraggio e curiosità, dal 2017 ha portato avanti un’indagine che ha visto protagonisti, da una parte, quei luoghi che si sono trasformati in prigioni e, dall’altra, quella medesima comunità che, pur sapendo, ha deciso di non parlare. Onore, fiducia nelle persone coinvolte e sfiducia nel potere centrale: tutte questioni che hanno alimentato la continuità di questo genere di crimine, facendo sentire i banditi protetti dal “silenzio del silenzio stesso”.


Il mio racconto è soggettivo ma documentato, la presenza delle immagini d'archivio conferma che determinati crimini sono accaduti.


Macchina fotografica alla mano, lei ha scelto di far luce su alcuni casi specifici avvenuti all’interno del territorio barbaricino, intervistando finanche persone coinvolte e riportando alcuni interventi esterni. Il racconto di queste ricerche si snoda tra la narrazione verbale e le fotografie, caratterizzate da una straordinaria potenza evocativa.


Ho avuto il grande piacere di chiacchierare con lei, chiedendole di più del suo progetto e del suo processo creativo perché, attenzione, lei non si è comportata da fotoreporter ma da artista.

I: La tua ricerca si muove come quella di un fotoreporter: il crimine però è già avvenuto da tempo e ha lasciato dietro di sé solo un grande silenzio. Hai visitato e fotografato luoghi che hanno conosciuto un dolore ormai spento nel ricordo, ma ancora acceso nei cuori di chi l’ha provato e che chiede giustizia. Tuttavia, e ci tieni a ribadirlo in uno dei titoli dei capitoli del libro ‘Not a Journalist’, il tuo non è un approccio giornalistico. Che tipo di racconto hai narrato attraverso la macchina fotografica?


V: Non mi definisco una giornalista, nonostante mi renda conto che la mia ricerca abbia anche un intento investigativo. Per questo progetto non ho utilizzato un approccio rapido, non sarebbe neanche stato possibile, solo in pochissimi casi ho effettuato brevi interviste. Con le comunità barbaricine ho preferito, piuttosto, un approccio più simile a quello antropologico, cercando di spendere del tempo assieme per capirle. Sicuramente questo durante la ricerca ha spesso posto degli interrogativi rispetto al mio ruolo, ma non è mai stato uno svantaggio. Il mio racconto è soggettivo ma documentato, la presenza delle immagini d'archivio rappresenta ovviamente la certezza che determinati crimini sono accaduti; l'archivio della mia famiglia rappresenta invece la mia presenza sull'isola in determinati periodi, e le immagini staged mirano principalmente a ricreare alcune delle memorie di chi ha vissuto gli eventi in prima persona.


Le figure umane trascinano quasi violentemente lo spettatore dentro la storia, le persone e i loro stati d'animo sono i veri protagonisti dei crimini.



I: Le tue fotografie cristallizzano perlopiù paesaggi isolati, se non spaccati di scenari quotidiani senza presenze. Tuttavia, quando il tuo obiettivo incontra le persone, la loro immagine ne diviene il focus principale, fino ad una totale assenza dello sfondo. Cosa c’è dietro a questa scelta apparentemente così dualistica?


V: Paesaggi e figure umane hanno sicuramente due ruoli e impatti diversi nella totalità della narrativa. Attraverso i paesaggi ho voluto dare un'idea dei luoghi dove sono stati commessi i crimini e, più in generale, del territorio sardo in diversi momenti dell'anno e attraverso lo scorrere delle stagioni. Le figure umane trascinano quasi violentemente lo spettatore dentro la storia, le persone e i loro stati d'animo sono i veri protagonisti dei crimini. Ho voluto imporre alla narrazione degli stati d'animo fermi, ovviamente filtrati attraverso la mia soggettività durante la ricerca, presentandoli senza crearne necessariamente uno unico, certo e universale. Sicuramente il dettaglio e l'assenza di contesto in questo tipo di immagine aiutano a porre il focus su questo.


L'intento iniziale era quello di provare a dare un senso a delle storie oscurate da silenzio, omertà e incertezza, senza la pretesa di svelare misteri o trovare i colpevoli di crimini irrisolti.


Il silenzio sembra essere uno dei temi principali di questa ricerca così coraggiosa. Silenziose sono le cave che sono state le gabbie degli ostaggi, silenziosi sono i paesaggi sardi della Barbagia, silenziose sono le persone che sapevano ma hanno deciso di non parlare. Le tue fotografie, invece, pensi che rappresentino una forma di dialogo? A chi parlano?


L'intento iniziale era quello di provare a dare un senso a delle storie oscurate da silenzio, omertà e incertezza, senza la pretesa di svelare misteri o trovare i colpevoli di crimini irrisolti. Successivamente si è creato un dialogo, e ne sono felice, questo anche grazie e soprattutto alle persone interessate al tema che ne hanno parlato, ad alcuni enti locali regionali sardi che hanno supportato il progetto e fatto in modo che il libro foto-testuale potesse essere pubblicato e divulgato. Fino ad ora, uno dei dialoghi per me più significativi che si sono creati durante e dopo la ricerca è il workshop organizzato con i ragazzi delle scuole medie di Orani come attività collaterale alla mostra personale Anatomy of Silence, presso il Museo Nivola. Orani è un paesino in Barbagia, nel centro della Sardegna, area in cui è nato e si è sviluppato il fenomeno dei sequestri di persona. Per questo l'incontro e il dialogo con i ragazzi, che rappresentano il futuro del territorio, è stato ancora più rilevante e sicuramente speciale.


I: Hai giustamente ricordato anche il rapimento di Dori Ghezzi e Fabrizio De André, avvenuto nel ’79 e divenuto uno dei sequestri tristemente più celebri. Nell’album L’Indiano, pubblicato nell’81 a seguito della vicenda, il cantautore genovese ha composto Franziska, il cui racconto si ispira direttamente a quello di uno dei suoi rapitori. Parla di una donna, moglie di un bandito latitante – poeticamente definito un “marinaio di foresta” – che, anche se non può tornare a casa, non le permette di vivere liberamente la sua vita. Cito un’altra frase incredibilmente bella: “C’è una lacrima nascosta che nessuno mi sa disegnare”. Quante lacrime nascoste hai incontrato in questa tua indagine?


V: Non potrò mai saperlo. Credo sia un errore dare per scontato quello che qualcuno prova, o pensare che quello che sta provando in un determinato momento sia esattamente quello che noi proviamo (o abbiamo provato), perché la nostra esperienza personale è in grado di riconoscerlo. Durante ricerche che toccano dei temi così delicati, come anche nel quotidiano, do sempre per scontato che qualcuno abbia delle lacrime nascoste, in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione a me ignara.


I: Concluderei ciclicamente tornando al titolo: chi ha ucciso Luisa?


V: Ogni persona ha scelto di non assumersi le proprie responsabilità.



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