The Grand Bizarre - La torre di Babele degli intrecci, I: LA LINEA

Jodie Mack è un’animatrice e videomaker emergente dell’avanguardia americana che, fin dalle sue prime opere, sperimenta con approcci diversi come stop motion, fotografia, video-arte, musical, documentario. Su MUBI, ci siamo imbattuti in quella che forse è la sua opera più importante, The Grand Bizarre: lungometraggio di circa un’ora, al confine fra il diario di viaggio, il musical e la poesia visiva.


Si tratta, almeno ad un primo sguardo, di un’opera lirica sull’industria tessile e dei suoi prodotti, man mano che traversano il “mezzo mondo” della globalizzazione. Stupita dall’omogeneizzazione culturale che vedeva moltiplicarsi nei luoghi atmosfericamente ed antropologicamente più disparati, Mack sceglie di analizzare questa realtà tramite un punto focale particolare: quello della texture e del tessile, produzione di oggetti concreti che sensibilmente già evoca il tema dello schema (disposizione antropologica di elementi) e della connessione (schema diacronico, insensibile sostrato della “storia”). Il suo processo iterativo di lavoro che è giunto così a ritrarre il modo in cui “il tessile (e la sua ricchezza in termini di forma e funzione) forma un nucleo a partire dal quale possiamo celebrare e analizzare criticamente le dinamiche del lavoro e degli sforzi umani.”


Mack, lavorando senza un programma prefissato, riapre e riaggiorna esplorazioni avanguardistiche del secolo scorso che sembravano ormai “sentieri interrotti”: sul crinale fra linguaggi differenti, ne esplora tanto gli attriti quanto la sinfonia, producendo risultati difficilmente esprimibili in una prospettiva concettuale lineare. Abbiamo deciso, allora, di parlare di questa sua fatica tentando qualcosa di simile: una serie di articoli, ciascuno dedicato ad un tema disciplinare preciso, volti a sottolineare alcuni aspetti dell’opera, nella speranza di intercettare quanto di futuro potrebbero già contenere.



2020 odissea nella linea. Fare la vita da linea trascina con sé delle grandi responsabilità. Immaginate la sorpresa del primo uomo che ne ha creata una: l’unione di due punti distanti è passata alla storia come una conquista della scienza. Per la prima volta non ci si doveva più preoccupare di disegnare tanti punti vicini tra loro, il che ha portato a risparmiare tempo e soldi dall’oculista.

Ma avete una qualche idea delle potenzialità estetiche che si creano nel flusso degli intrecci grafici? Sedetevi e fate partire The Grand Bizarre, i vostri occhi ve ne saranno grati. Il film tradisce la vita segreta delle linee lasciate libere di fluire: nella loro orgiastica e libera propagazione si dà vita alla magia. Abbandonata l’insostenibile pesantezza del reale, ci si immerge con sguardo voyeuristico nel vorticoso organismo grafico dei tessuti. Come vivono i suoi tracciati? Il loro passaggio conserva dietro di sé delle tracce, degli intrecci che, in continuo equilibrio precario tra l’essere e la possibilità di diventare qualcos’altro, disegnano pattern.


È la metamorfosi incessante dell’essenza, dove ogni linea rimette in discussione la profonda ontologia della texture, dove ogni aggregazione prende parte a una ritualità di massa senza vincitori né vinti.

È quel panta rei che per anni abbiamo finto di capire alle interrogazioni di filosofia: ora rombo – ora cornice – ora fiore – ora arabesco.



Altre soluzioni per nuove linee, o altre linee per nuove soluzioni. Si può quindi ridurre il mondo ad un inganno di linee che liberamente si intrecciano, si intersecano, si incrociano, si incontrano?

Un artificiale e illusorio paradigma, figlio delle scienze matematiche, ci potrebbe indicare una risposta geometrizzante. È la via imboccata da Palomar, protagonista dell’omonimo romanzo di Calvino, che — schiavo della sua ossessione di voler cercare constanti nella complessità del reale — aveva invano tentato di elaborare un modello formale delle onde marine.


Anche le parole, con la giusta libertà, abitano ritmicamente lo spazio. Sedotte dalla disponibilità che la pagina bianca offre, la loro semantica cede al fascino della composizione grafica: la morfologia verbo-visuale si manifesta attraverso delle forme aperte, anch’esse soggette al capriccio estetico delle proprie linee.

Una scelta che nasce quindi al di fuori delle carceri di massima disciplina, ergendo un’inedita architettura verbale. Gli esiti della poesia concreta sono tra i più appassionanti: lettere, fonemi, parole, frasi si librano nell’atmosfera tersa del supporto e se The Grand Bizarre ama la frenesia, allora la poesia ama la con-templazione (cum-templum). Il templum — che filologicamente designa lo spazio della cielo — in questo preciso caso potrebbe essere quello delle infinite possibilità visuali che la stesura grafica offre rispetto all’impaginazione e alla fruizione tradizionali. La frenesia e la contemplazione sono, tuttavia, antitetiche solo nei tempi della percezione, dal momento che si tratta di due declinazioni dello sguardo (peraltro umanamente soggettivo) alla vita segreta delle linee lasciate libere di fluire.

Questa è la dimostrazione che la libertà, quando c’è, è sorprendente. E anche se è importante sapere di non sapere, sapere che esistono The Grand Bizarre e la poesia concreta può illuminare la nostra ignoranza di una luce nuova.


Maurizio Nannucci, Nero (1964)

Linee conclusive. La questione sta nel non accontentarsi di visioni “normali”, ma di servirsi di lenti per filtrare e ridurre il mondo ad un inganno di linee che liberamente si intrecciano, si intersecano, si incrociano, si incontrano. Magari qualche metodo finirà per convincere, per creare nuove riflessioni, nuove scoperte. Allora:


«Faremo gli occhiali così!»

declamava un celebre ottico, pronto ad improvvisare gli stessi occhi, purché fossero contenti.



arrow&v

Your request has been sent!

 

ISSN 2724-0460

©2020 di Associazione Culturale Menti Colorate