• Alessandra Tescione

The Grand Bizarre - La torre di Babele degli intrecci, II: IL COLORE


Jodie Mack è un’animatrice e videomaker emergente dell’avanguardia americana che, fin dalle sue prime opere, sperimenta con approcci diversi come stop motion, fotografia, video-arte, musical, documentario. Su MUBI, ci siamo imbattuti in quella che forse è la sua opera più importante, The Grand Bizarre: lungometraggio di circa un’ora, al confine fra il diario di viaggio, il musical e la poesia visiva.


Si tratta, almeno ad un primo sguardo, di un’opera lirica sull’industria tessile e dei suoi prodotti, man mano che traversano il “mezzo mondo” della globalizzazione. Stupita dall’omogeneizzazione culturale che vedeva moltiplicarsi nei luoghi atmosfericamente ed antropologicamente più disparati, Mack sceglie di analizzare questa realtà tramite un punto focale particolare: quello della texture e del tessile, produzione di oggetti concreti che sensibilmente già evoca il tema dello schema (disposizione antropologica di elementi) e della connessione (schema diacronico, insensibile sostrato della “storia”). Il suo processo iterativo di lavoro giunge così a ritrarre il modo in cui “il tessile (e la sua ricchezza in termini di forma e funzione) forma un nucleo a partire dal quale possiamo celebrare e analizzare criticamente le dinamiche del lavoro e degli sforzi umani.”

Mack, lavorando senza un programma prefissato, riapre e riaggiorna esplorazioni avanguardistiche del secolo scorso che sembravano ormai “sentieri interrotti”: sul crinale fra linguaggi differenti, ne esplora tanto gli attriti quanto la sinfonia, producendo risultati difficilmente esprimibili in una prospettiva concettuale lineare. Abbiamo deciso, allora, di parlare di questa sua fatica tentando qualcosa di simile: una serie di articoli, ciascuno dedicato ad un tema disciplinare preciso, volti a sottolineare alcuni aspetti dell’opera, nella speranza di intercettare quanto di futuro potrebbero già contenere.


Rapso





Intersezioni. In un’intervista leggiamo che «la sua arte, per la maggior parte, è una riconfigurazione senza fiato di tovaglie, asciugamani, abiti e altri tessuti di tutti i giorni, in intersezioni astratte di colori e motivi in ​​collisione». Attraverso elementi, spazi e luoghi ordinari, il linguaggio artistico di Jodie Mack diventa la proiezione di un intero immaginario, di una storia tanto personale quanto collettiva. Ecco perché non possiamo essere indifferenti alla visione e al pensiero che vive in The Grand Bizarre: come osserviamo e cogliamo ogni singola scena, è strettamente influenzato da ciò che siamo e dal tipo di società in cui viviamo.


Trasportati dal ritmo ossessivo dell’animazione, i toni vivaci raccontano un insolito punto di vista sulla realtà, in cui l’essere umano, pur non comparendo, resta una traccia imponente.

Gli ornamenti manifatturieri, i processi industriali, i tatuaggi simbolici, i suoni: la sua presenza è suggerita in modi diversi ma si perde tra la folla delle immagini sovrapposte, vissute dai suoi oggetti, che umanizzati raccontano un viaggio bizzarro e circolare.



Policromo. Ciò che può sembrare variamente colorato (per lo più con effetto gradevolmente decorativo), suggerisce la complessità emotiva, sociale e culturale – ben oltre i campionari e le campiture del quotidiano. Lo scenario variopinto, così meticolosamente studiato, scomposto e sovrapposto, rievoca le esperienze passate del pensiero avanguardistico dei Fauves, la ricercatezza armonica di Piet Mondrian e gli scatti puri di Franco Fontana. Schierati sulla linea della sperimentazione, sono tutti impegnati a cogliere l’essenza del colore: le pennellate decise e vive si ribellano alla natura mentre le linee dall’astrattismo geometrico si costruiscono nella psiche dell’osservatore.



Visione cromatica. Ci sono limiti oltre i quali l’occhio umano non può vedere. Sicuro nel suo spettro visibile, lungo le frequenze intermedie che rimbalzano su oltre settecento sfumature dal rosso al violetto, riconosce la luce e l’oscurità. Ma questa capacità straordinaria è limitata nella sua visione realistica, è apparente e incompleta: può essere definita solo da un processo fisico, che, nella sua sfuggente particolarità, ha sempre qualcosa di parziale. L’azione meccanica non basta per cogliere la potenza espressiva che anima la realtà animata da Mack, dai ricami sui piccoli oggetti artigianali di uso quotidiano ai tessuti dalle tinte sgargianti. L’artista, dotata di vista sensibile, indaga curiosa gli accostamenti cromatici delle superfici tessute e trasforma il visibile in un’esperienza visiva totale, tanto da essere definita in una presentazione come «una fantasia per i sensi coordinata in base al colore». La purezza della visione è scossa dal ritmo ipnotico dei colori intrecciati alle proprie forme e superfici, come nei racconti dei viaggi psichedelici di Aldous Huxley o come nel comune caleidoscopio.


Con i movimenti dei giochi ritmati e le forme magnetiche fatte di colori accecanti, l’artista ci invita a proiettare lo sguardo oltre il visibile, a liberare le nostre interpretazioni dalla visione binoculare per riflettere con lucidità sulla nostra stessa esistenza.



Alessandra Tescione

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ISSN 2724-0460

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