• Rossana Novielli

Sulle tracce del disegno contemporaneo: Scarabottolo e Bonaccorsi. #tracciati

Apprezziamo i disegni perché in essi riusciamo a intravedere ‘la mano di chi l’ha realizzato’. Quanti, guardando un’opera finita, non hanno l’impulso di voler capire cosa c’è dietro, cosa c’è sotto, com’è stata pensata e quanto ci è voluto per giungere al risultato finale. Ebbene, quel garbuglio di forme decifrabile come pensieri liquidi non è affatto il ‘prima’ di un lavoro. Esiste nell’opera. La accompagna costantemente perché, in quanto schizzo e bozza, ne è l’essenza, l’astrazione ai minimi termini. In più, tende sì all’astratto ma è quanto mai più vicina al corpo e al pensiero di chi la crea perché è la prima espressione, priva di successivi rimaneggiamenti e rielaborazioni.


Dov’è il disegno oggi? Ma soprattutto, cos’è il disegno oggi?


Nella prassi artistica il disegno è una pratica espansa in un campo sempre più diversificato. Per avere a che fare col disegno non occorre più mettersi alla ricerca della polvere di grafite su un foglio, o non solo, perché il disegno è ovunque e da nessuna parte, è tra le cose e dentro di esse, è negli spazi interstiziali che separano un corpo da un altro ed è l’energia che fluisce tra loro. Fin dai movimenti degli anni ’50 e ‘60, il disegno ha eluso i limiti della pagina bianca e ha cominciato ad occupare lo spazio. Ha attraversato la fine del secolo e l’inizio del nuovo millennio trasformandosi, mutando forma. Se cominciamo ad apprezzarlo più come traccia di un’azione o di un gesto, piuttosto che come mera rappresentazione figurativa o primo passo ideativo, ci accorgiamo di quanto disegnare faccia parte delle nostre vite quotidianamente.

Se ci spostiamo al di qua della definizione ‘Questa è arte!’, tutti sperimentiamo l’atto del disegnare nei modi più impensabili e quasi mai rendendocene conto. Quando raccogliamo scarabocchi sul primo pezzetto di carta mentre siamo al telefono o righiamo accidentalmente il muro di rosso spostando quel comodino che non trova mai posto in camera, anche allora facciamo disegno.

Guido Scarabottolo e Alessandro Bonaccorsi sono due disegnatori italiani che ci stanno facendo riscoprire quest’arte da una prospettiva poco percorsa. Il loro lavoro mi aiuta ad introdurre il nuovo paradigma della pratica del disegno. Di recente sono stati protagonisti di uno degli eventi del Book Pride, quest’anno svoltosi con un’edizione interamente online, in cui hanno delineato una Evoluzione del segno a partire dalle loro pubblicazioni ed esperienze personali.


Il disegno ama nascondersi, scompare perché è sentito come traccia

In realtà il disegno non è mai semplicemente propedeutico a qualcosa di migliore; è uno strumento a sé e pertanto trasversale. Per poter essere pienamente apprezzato e per poterlo riconoscere va dunque svincolato dal fatto artistico. Il disegno ha varie origini, ne troviamo traccia nei taccuini di viaggio, nelle istruzioni per l’uso, nelle mappe, e le sue destinazioni sono ancora più varie. Lo confermano gli ambiti di formazione dei due disegnatori: il loro terreno comune è il visual design e l’illustrazione ma entrambi sconfinano questo mondo per allestire, spesso collaborando, un altro scenario. Il primo, Guido Scarabottolo, è un designer e un illustratore con laurea in architettura che con il suo linguaggio ha acceso giornali, libri e mostre, da Milano al Giappone; il secondo, Alessandro Bonaccorsi, si definisce un visual thinker, ovvero colui che mette l’immaginario visivo a servizio del pensiero per lo sviluppo di idee e processi, con l'obiettivo di stimolare la creatività senza applicarvi censure.




Come anni di scuola e ore di documentari ci hanno insegnato, la nostra specie ha parlato di sé lasciando impressi i propri palmi sulle pareti rocciose delle grotte rupestri. Le impronte delle mani non lasciano dubbi al fatto che l’atto del disegno sia arcaico ancor di più della scrittura. Anticipandola, si è posto come il livello zero della calligrafia, che in fondo non è che un’articolazione di segni che dà forma all’incorporeo e ne lascia una traccia. La forma tangibile dell'immagine acustica, per dirla con Saussure. Disegnare è un po’ come gesticolare, fendere l’aria lasciando l’impressione del corpo nello spazio, muovere gli strumenti a disposizione per plasmare un’idea o un discorso e poterli così visualizzare.

Le immagini di Scarabottolo ci appaiono come delle visioni: paesaggi fatti di elementi che calibrano una conversazione in un’aura metafisica dalla palette morbida e vivace allo stesso tempo. I geroglifici di Bonaccorsi invece prediligono il nero che, in movimenti ripetutamente concentrici, stimola l’attenzione lì dove il tratto si fa tremolante, sovraccarico o si calpesta. Quando si accompagnano al testo, risaltano come formule matematiche in un universo di numeri.

È stimolante girovagare tra le loro creazioni perché vi si trova un’accezione di disegno di più ampio respiro che non è solo illustrazione, sua applicazione più ristretta, oggi sempre più nata e curata sul digitale, mirabilmente rifinita e colorata. Il loro è un segno che ha il sapore del manuale, di un tratto che risponde ad un gesto spontaneo, istintivo e talvolta incompiuto, come generato dalle mani dell’infanzia. Dinamico, fluente, scontornato, ricalcato. È questo che si vede guardando i loro lavori ma quello che si percepisce va oltre. All’indugiare del gesto irregolare e all’essenzialità delle forme è sempre affidata la restituzione dell’idea in tutta la sua complessità.


A questo proposito, un progetto che mi ha colpita è Smarrimenti, un nucleo di disegni precedentemente esposti e poi raccolti in questo libro d’autore per omaggiare il celebre incipit della Divina Commedia. Scarabottolo chiede aiuto ai suoi pennelli cinesi e alle sue matite da boscaiolo per formulare versi fatti letteralmente di immagini poetiche: un susseguirsi di simboli ed echi di parole ricalcano nella nostra mente la terzina dantesca.


Per chi come Bonaccorsi l’immagine la pensa, il rapporto con la scrittura non è didascalico, il disegno non deve ripetere il testo, né prevaricare su di esso, può anzi incorporarlo. Mentre la scrittura richiede tempo per essere imparata, il disegno lo intuisci perché si associa a ciò che hai in mente. Lui si è detto che è inutile dividerli, infatti li usa insieme, un po’ come quando elaborando a voce un pensiero accompagniamo le parole con l’immediatezza e l’espressività dei movimenti.


Alessandro Bonaccorsi


Il disegno mimetico è sopravvalutato. Non a caso esistono il ricalco e la macchina fotografica

Il disegno non deve nemmeno ripetere la realtà. A questo proposito Scarabottolo parla di onestà del disegno, la necessità-virtù di dichiararsi in quanto tale. Quando la fotografia ricrea la realtà in un formato solitamente quadrangolare a partire dalla proiezione della sua copia, crea un’illusione che ci fa dimenticare del suo carattere mimetico. Con ciò non si vuole minare l’importanza della tecnica che, come ribadiscono gli artisti, è necessaria affinché un disegno non risulti fastidioso ed è una valida alleata per creare ciò che vuoi in ogni condizione, “portando in giro” il disegno, trasformandolo. Il suggerimento è piuttosto di praticare l’imitazione come allenamento al guardare e al saper riprodurre; un meccanismo che una volta appreso va svincolato dalla mimesi del reale, che altrimenti risulterebbe un insistente e vano esercizio fermo all’apparenza.



L’articolazione delle linee e dei tratti non è solo estetica, ma anche e soprattutto contenuto. Un disegno ha una sua narrazione, più livelli di lettura che, come fa notare il creativo milanese, si originano dalla latitudine di chi crea, dalla stagione in cui lo si fa, dalla mescolanza culturale, dai ripensamenti, dagli errori e dalle cancellature di chi è all’opera. Personalmente, quando mi approccio ad un qualsiasi lavoro materiale, artistico o meno che sia, ricerco costantemente questa drammaturgia interna, il tempo dell’azione impresso in gesti.


In questo errare, l’errore è contemplato come la registrazione di un’intenzione interrotta o di un caso, che può dar luogo all’invenzione. L’onestà sta anche in questo, accettare l’errore come parte del processo, inglobare l’impedimento perché è lì che la creatività fermenta. Ancora una volta mi trovo pienamente in linea con il pensiero di Scarabottolo che, in un’ottica di estensione degli apporti individuali verso sviluppi collettivi, saggiamente insegna ai suoi allievi che «imparare ad accettare il caso è propedeutico ad imparare ad accettare il contributo di altri all’interno del proprio lavoro» e, così facendo, ribadisce quanto una cosa inattesa non sia un disturbo ma possa essere un vantaggio.

In tutto questo, è sempre lecito chiedersi: che ruolo ha la bellezza? Nessuno giudica uno scrittore per la sua calligrafia, fa notare quest’ultimo, suggerendo che è il contenuto a rivelare il valore della forma. E se Bonaccorsi apre la via al Disegno Brutto, Scarabottolo dice che si può certamente capire quando un disegno è bello, ma che i disegni brutti invece non esistono.


Ebbene, lascio che siano le parole del “pensatore visivo” a ben delineare la bruttezza nel modo in cui la stiamo intendendo e che, oggi ancor di più, richiederebbe un discorso dedicato; mentre più consuetamente ci pronunciamo su cos’è la bellezza, che potrebbe risiedere nel riconoscimento in un’imperfezione e nella coincidenza di più errori che genera significato, dunque una situazione, una condizione e mai un giudizio.

Assodata la rilevanza dell’impedimento creativo, è più semplice ritrovare la ricchezza nel tratto sfrangiato di un pennarello nero quasi scarico, scarabocchiato e ingarbugliato tra più linee. Oppure nell’inattesa stravaganza di strumenti originali e autoprodotti, che possiedono la stessa leggerezza inventiva dei dadaisti alle prese con gli objets trouvés.



Alessandro Bonaccorsi


Guido Scarabottolo


In ultimo, il digitale è lo strumento e soprattutto il paradigma mentale della nostra epoca. Se da una parte è indubbio che il mondo dei software grafici, con le tavolette e le penne elettroniche, accorra in aiuto ai professionisti della materia per questioni di tempistiche, conservazione e riproduzione; meno scontato è affermare che questo strumento stia cambiando il nostro modo di percepire e di agire, facendo evolvere la concezione di digitale ben oltre quella di surrogato e di mezzo tecnico. L’incontro col cartaceo può essere la prima fase per alcuni ma non per tutti, può essere quella che rimane più a portata di mano, ma non è detto che ciò valga universalmente. La scelta dell’approccio dipende tanto da un intento tecnico-formale, quanto dall’impronta concettuale che il disegnatore adotta. L’offerta del digitale è parte del linguaggio contemporaneo. Attingerne s’impone dunque come necessità?


guido.scarabottolo

alessandrobonaccorsi

Tracciati, a cura di Rossana Novielli, è la nostra prima rubrica interamente dedicata al disegno. Sulla scia dei momenti che hanno contribuito a ridefinirlo, tratteggiamo possibili scenari per il panorama artistico contemporaneo attraverso i lavori di artisti più o meno conosciuti. 

 

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