• Filippo Colombo

Un viaggio nelle dolci acrobazie di Alessandra Valenzano, la cosa migliore dell'indie-folk in Italia

Sei anni, selezioni dello Zecchino d’Oro. Tra le contendenti, c’è una bambina che, appena finita la canzone, sdegnata, afferma di non voler cantare “questi pezzi da mocciosi”, ma le sue canzoni, ché non vuol fare solo la cantante nella vita, ma la cantautrice. E già allora, di pezzi, ne aveva scritti vari, come “Respirando aria di Settembre” (“canzone obbrobriosa”, sic), composta ad anni sei, dove Settembre è allegoria di rinascita, quel mese in cui il tuo 7 in matematica può diventare 9.

Sedici anni più tardi, Settembre rimane il mese preferito di Alessandra Valenzano, che odia l’estate, il freddo esagerato ed è allergica a ogni cosa in primavera. Magari adesso alla matematica ci pensa meno – studia giurisprudenza, ed è quasi arrivata alla fine del percorso – ma continua a vedere Settembre come il momento in cui ripartire con una nuova, diversa e riposata forza d’animo.

Questa è una delle storie più divertenti che Alessandra mi ha raccontato in un’intervista, in cui ho avuto la fortuna di poter entrare per un po’ nel suo mondo acrobatico.

Ho scoperto la musica di Alessandra Valenzano qualche mese fa, grazie agli algoritmi di Spotify che l’hanno ritenuta una perfetta sintesi della musica che ascolto, e così come prima cosa ho voluto sapere se quest’intelligenza artificiale ci conosce davvero, o se invece ha ancora dei limiti – e degli spiragli di salvezza per noi.

Con poca sorpresa, Spotify mi conosce forse meglio di quanto mi conosca io, perché nel mondo di Alessandra Valenzano c’è tanto indie-rock di “vecchia generazione” – Verdena, Zen Circus, Marta sui Tubi – e tanto country, da Dolly Parton a Becca Stevens a Bob Dylan.

Con il suo ukulele e la sua voce, Alessandra riesce a creare una sintesi perfetta e credibile di questi due mondi, facendosi esponente di un indie-folk che probabilmente in Italia non esiste, e allora si capisce a pieno perché mi racconta che le è stato detto che sta reinventando la musica pop in Italia.

L’amore per il diverso, mi dice, è un denominatore comune – per tornare alla matematica – della sua vita. Parte dalla scuola, perché si definisce secchiona e perfezionista, una “a cui piace studiare e che non se ne deve vergognare”, e arriva alla musica. Un diverso che, precisa, non si tramuta in ossessione e in continua mutevolezza, ma è semplicemente una parola per ricordarsi di rimanere fedeli a se stessi e ai propri pensieri in modo sano, e che se capita che questi pensieri siano comuni e condivisibili, non ci si scappa via, anzi, ben venga. E proprio questo è alla base di quella che definisce la sua giocata vincente, l’aver scelto di cantare in italiano, mettendosi a nudo di fronte al pubblico senza “fare il cantante delle canzoni inglesi così nessuno capiva che dicevi” – tranne quando, mi dice, ai concerti si dimentica le parole dei testi!

La scelta di cantare in italiano nasce dalla volontà che il pubblico possa rivedersi in quello che canta, che possa emozionarsi grazie a lei ma soprattutto con lei, che possa amare anche i suoi difetti. Mi dice che cantare in italiano è come invitare il pubblico a casa sua la domenica mattina quando è struccata e in pigiama, in tutta la sua verità, imperfezione e sensibilità. E perché diciamocelo, se nei locali continuano a organizzare quelle serate tremende dove il dj passa Gianna, 50 Special e altri disagi è perché, in fondo, con l’italiano la gente canta, urla, si emoziona, ricorda. Cantare in italiano significa sperimentare una nudità dell’anima che può far paura e far girare la testa, ma poi alla fine della corsa uno capisce che ne valeva la pena – come nelle acrobazie.


Alessandra Valenzano è un’altra delle mille proposte di Spotify, inondato da nuove voci che cercano di ritagliarsi un piccolo spazio. E allora, mi viene da chiederle, perché tra tutti dobbiamo ascoltare proprio lei. Mi ringrazia per la domanda (anziché tirarmi un pugno, e già da qui si capiscono molte cose), e mi parla di riflessi di sé. Che nemmeno Appino ti direbbe la mia musica è spettacolare, continua, ma che lei freme dalla voglia di dire certe cose, ha un’urgenza comunicativa infinita che la porta a guardare anche al rap per imparare a condensare tutto in un pezzo. Quello che emerge in tutta l’intervista, è quanto Alessandra ami la musica. In mezz’ora di chiacchierata mi ha parlato di Achille Lauro, Verdena, Samuele Bersani, Carmen Consoli, Dolly Parton, e sempre con sensibilità e cognizione di causa – come quando mi ha detto, trovandomi d’accordo, che Blunotte di Carmen Consoli è un pezzo pazzesco, ma la versione live al Teatro di Taormina. Dice che spesso le viene detto che ricorda proprio Carmen Consoli – “forse perché siamo due terrone”, sic – e se c’è qualcosa che davvero le accomuna è l’attenzione minuziosa alle parole, alla metrica, alla composizione del puzzle di una canzone, in cui nulla è casuale, senza però mai perdere di autenticità. Niente parole “filler”, niente “sai”, “però” a concludere la frase perché mancano due sillabe; tutto rientra nel discorso di senso che sta alla base dei pezzi. Tutto questo per dire che Alessandra ha tante cose da dire, ma ha soprattutto ben chiaro come dirle – e non è da tutti, anzi è da pochi, pochissimi, e quei pochi li dobbiamo ascoltare.


Di tutti i pezzi che ha scritto nella sua vita, dai quali dice che ne potrebbero uscire tre album, ne ha finora pubblicati due, molto diversi. Da una parte c’è Ci hai mai pensato al Vietnam?, un grido contro quegli amori noiosi, quelli che ti invitano ai pranzi di famiglia, che sono una noia mortale e soprattutto chi c’ha voglia di conoscere i parenti, che la portano a cantare che preferirebbe concedersi al nonno di lui che a tavola le muove avances con la dentiera, piuttosto che esser costretta a questa socialità che imbriglia. Mi racconta che questo brano è un po’ quello che le donne non dicono, che poco ha a che fare con le sere tempestose, le rose e le nuove cose, ma molto con la tendenza a far fatica a chiudere le relazioni, per paura di ferire. Dall’altra parte c’è Ora e mai, una lettera d’amore ai suoi nonni, alla commovente dedizione di suo nonno che per anni è stato vicino alla moglie malata, a volte dimenticandosi anche di se stesso. Alessandra ha scritto questo pezzo quando aveva diciannove anni, e si chiedeva se avrebbe mai trovato un amore del genere. “Persi in dolci acrobazie, sempre più difficili, ogni dubbio è nebbia e tu lo sai”: così si apre il brano. Sono le vertiginose acrobazie d’amore di suo nonno, ma sono anche le acrobazie di una ragazza che vuole essere una cantautrice, che ha il coraggio di imboccare una strada rischiosa, a centinaia di chilometri da casa, rinunciando a laurearsi assieme a tutti i suoi amici, ma riuscendo ad accettarlo, per dedicare l’energia necessaria a questo sogno di musica, che più passano i giorni e più si fa realtà. E con la speranza che, alla fine, potrà dire che ne è valsa la pena – ma la varrà in ogni caso, glielo leggi negli occhi.


Alessandra Valenzano si trova su Instagram (@alevalenzano), Facebook, Spotify e in giro per l’Italia con il suo tour, con tappe a Bologna e Roma e qualche altra sorpresa in arrivo. Ha in cantiere un EP che uscirà nei prossimi mesi, con la collaborazione di Frank Nemola (storico musicista di Vasco), e numerosi progetti sui quali non si sbilancia. Al termine dell’intervista ho pensato al Perfect Ten di Nadia Comaneci: certo non sarebbe mai accaduto, se non avesse avuto il coraggio di perdersi in acrobazie sempre più difficili. E sfido chiunque a dire che non ne è valsa la pena. Quindi grazie, Alessandra, per avermi fatto entrare nel tuo mondo, con l’augurio che anche il tuo Perfect Ten arrivi presto. Del resto, se come si dice il buongiorno si vede dal mattino, beh, avercene di mattini così.

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ISSN 2724-0460

©2020 di Associazione Culturale Menti Colorate